Pro-Meide – Libro III – The Mulligans stories all’ ennesima pinta

21 Apr 2020

Libro III – Cap. VIII

The Mulligans Stories all’ennesima pinta.

Paragrafo 2

La sosta in bagno non fu rapida come un pit stop al gran premio di Silverstone, non ero l’unico che aveva perso il conto delle birre quella sera e mi faceva capire la coda ai pissoir. Mi sciacquai il viso, respirai profondamente e feci la mia ricomparsa al tavolo dove le chiacchiere non erano diminuite di intensità. Lo vedevo dai bicchieri vuoti al centro e da quel che restava delle porzioni dalle dimensioni generose di patate – non quelle tristi da fast food tirate fuori dal surgelatore e cotte con indifferenza – che avevano seguito i giri inanellati dalle birre: un deserto di porcellana ed impronte di polpastrelli oleosi.

“Questi giovedì fanno bene, ci troviamo come mastri Bikers nella loggia della Pro-M, pur quanto viziati da questi racconti quasi omerici che ci state declamando. vedo con piacere che il Presidente è al suo terzo Frozen Margarita, sono certo che dopo l’Atellana del Freak saprà riportarci su un canovaccio con meno improvvisazione…” Giorgio P. il nostro “Paul Aster” non nascondeva i suoi studi classici oltre alla sua passione per le biciclette trovava nelle iperboli una zona confortevole, altrimenti come avremmo potuto suscitare l’intensa emozione ed una totale rapita partecipazione a serate come quella che stavamo vivendo? Gianni aveva stampato il sorriso di chi ha il tasso alcolemico lampeggiante come il girofaro delle volanti di polizia, alternava ad intermittenza rifiuti ad un ulteriore frozen a battute con Turbo che stava al suo fianco, intento a roteare il bicchiere per far scendere la schiuma.

“Ci sono cose che se non hai provato a fare, non puoi descrivere… La Mega è sicuramente la più affascinante, tecnica e devastante per uno come me che  è a mezzo servizio… Turbo avessi il tuo fisico abbinato al mio cervello non ci sarebbe partita per nessuno.” ”Beppe scusa, un altro frozen per il Gianni che dopo questa uscita lo deve bere!” Turbo si era alzato agitando il bicchiere vuoto accompagnato dalle nostre risate.

“Visto che qui si dispensano pillole di pura cultura, non come quelle che si leggono su certi forum e non faccio nomi perché mi toccherebbe un ulteriore giro e non potrei reggerlo, andiamo avanti con la campagna di Francia. Come per la Megavalanche i cugini sanno cosa fare. Hanno capito, e noi non lo capiremo mai, che la competizione non porta da nessuna parte. Finisce per creare un numero chiuso di partecipanti che si ridurrà anno dopo anno perché dovendo dimostrare a tutti che io che organizzo la so lunga e quindi ce l’ho più lungo di conseguenza, vado a perdere tutti quelli che si avvicinano alla bici da montagna e che vorrebbero provare a sfidare se stessi. E’ scritto sui libri: negli ultimi anni le granfondo hanno continuato a perdere partecipanti, altimetrie troppo severe, passaggi troppo tecnici per la massa hanno fatto il loro. Con la “VTT Freeraid Classic” i Francesi hanno inventato, sarebbe bastato un poco di buon senso e anche da noi avremmo potuto farlo, una non competizione… Una passeggiata con dislivello in salita quanto basta e con le risalite meccaniche a darti una mano. Niente classifiche, niente dinamiche aggressive ai cancelletti, avevamo nelle due prime edizioni alla partenza dei tratti cronometrati a nostro uso e consumo per giocarcela tra noi: una festa per tutti, famiglie comprese che abbiamo trovato numerose sul percorso. Certo va da sé che l’area interessata ti da una mano non da poco: il comprensorio di “Portes du Soleil” dove si svolge è il più vasto ski resort delle Alpi con 650 km di piste, non fanno fatica a collegare con gli impianti i trail. Tutto si svolgeva a cavallo tra la Svizzera partendo da Champéry nel cantone Vallese e si entrava nel dipartimento Alvernia-Rodano-Alpi dove si sfogliavano come petali di margherita le località culto della VTT: Avoriaz, Les Gets, Chatel, Morzine per poi ritornare alla base dopo aver toccato Val-d’Illiez, Champoussin e Morgins. Insomma “not bau-bau, micio-micio”

“Va bene Presidente ma come era? Ammesso come prova che i Francesi sono sempre un passo avanti, ormai lo diamo come un fatto assodato, ci interessa saper qualcosa di più.” L’Avvo da buon legale, voleva tutte le prove a disposizione per formulare un giudizio. “Partecipammo la prima volta alla seconda edizione della Classic… Il Racing Team si era presentato in massa critica quel fine settimana di Giugno: Il Freak, Maurizio B. aka “Anfe”, Maurizio aka “Spyderman” che non si era ancora tolto il casco dalla gita all’Alp d’Huez, Alberto B. aka “Doctor Lecter”, Gigi C, aka “Gigi the Room”, Andrea L. aka “Mapo”, Sergio C. aka “Serginio” che ormai si è perso nelle gare di cross country e road, pace all’anima sua, e ben cinque Bergamaschi capitanati dai fratelli Gritti.  Loro che da quando il Freak li aveva invitati a girare con noi vedendoli persi alla biglietteria della funivia una domenica al Mottarone, erano presenti ogni qualvolta si proponesse una gita… Non mi sono contato ma ovviamente io ero presente nel ruolo di fotografo e organizzatore. Non avendo esperienza decidemmo per la partenza da Champery, logisticamente più comoda per noi che si veniva da Milano ma si poteva partire ache da Le Gets o Chatel o da ognuna delle altre località; non importava. Non avevamo un ora di partenza obbligata, una classica partenza alla Francese perché il tempo era solo un dettaglio… Just à dire? La maggior parte dei Bikers erano Svizzeri e Francesi, come sempre gli Italiani in numero ristrettissimo… Credo fossimo il gruppo più numeroso e decisamente entusiasta. Il paesaggio era ed è ancora notevole, talmente vasto il comprensorio che gli impianti si perdevano all’orizzonte… Infatti il percorso era di oltre 60 km con più di 5000mt. di dislivello di cui 4000mt. per fortuna coperti da risalite su impianti. Altro punto a favore era la scelta se percorrere il percorso il Sabato o la Domenica, evitando così che si formassero inutili code agli impianti ed ai punti di ristoro. Credo che lo potrei definire un cicloraduno alpino dove tutto si svolgeva seguendo i giusti ritmi. Il successo fu determinato da questo aspetto, poi che fra di noi ci si ingarellasse giù dalle piste DH lo avevo messo i conto conoscendo i miei polli… Il testosterone era oltre il livello di guardia.”

Gianni si prese una pausa per sorseggiare il suo terzo frozen prima che il ghiaccio si liquefacesse stanco di dover tenere a freno la tequila. “Presidente mi sembri un attimo rilassato, non tanto sul pezzo, quello che ti fa male non è la tequila ma la fragola”. Skywalker se ne uscì così provocando un altra alzata di bicchieri, l’ennesima ma non l’ultima vi venne da pensare. “Fratelli Bikers in birra veritas vi dico che il percorso era così tostamente sfacciato al punto che l’avrei rifatto il giorno dopo,ve lo giuro su quello che volete anche su una bici con la grande C…” La loquacità non mi era mai mancata, ma quella sera l’avevo affinata grazie alla gradazione alcolica del 4,3% vol della Kilkenny. “Fare discese impegnative da coppa del mondo con radici viscide e tanto verticali in modo rilassato è una gioia, sempre stando attenti ai Locals che ti passavano in aria come un missile terra aria Matra R. 422 visto che eravamo in Francia. Poi se lanciavi la sfida a Serginio stai pur sicuro che ti toccava un inseguimento come fossimo due arei da caccia nemici… Con Mapo che intanto si dedicava alla sua passione: il drop cognitivo, nel senso che si buttava senza curarsi di cosa c’era sotto soprattutto in zona Chatel. In quegli anni era lo spot per eccellenza della gravity, si stavano modificando le piste guardando a quello che oggi conosciamo come linee ideali per la DH: tratti veloci con parti dove bisogna guidare sopra ogni indecisione. Ma talmente ben concepite che nessuno di noi fu deluso. Il percorso era talmente vario che non facevi in tempo ad apprezzarlo che te se ne presentava uno ancor diverso, un susseguirsi di curve ed appoggi che scivolava via sotto le ruote come un’anguilla impazzita nella vasca da bagno che si sarebbe mutato in un tripudio di radici nere ebano infidamente lucide che ti facevano togliere gli indici dalle leve dei freni catapultandoti su panettoni che mi sembravano alti come il Pan di Zucchero a Rio de Janeiro, statua del Cristo compresa. Ci sentivamo come gli Avengers giù dalla DH di Le Gets, investiti da super poteri avevamo pure cinque Bergamaschi a darci man forte chi meglio di loro poteva farlo? Eravamo tanto esaltati dal percorso che le orripilanti costruzioni total ski di Avoriaz ci sembravano delle affascinanti Stadel Walser come quelle di Alagna, pensate come eravamo messi. I mille metri di dislivello che ci toccava pedalare non erano poi così tanto cattivi, li abbiamo pedalati tutti compatti nessuno se ne andava in fuga, si affrontavano e basta sapendo che avremmo avuto un numero non quantificato di tratti in discesa, ovvio che se ci fosse stato Turbo giusto per fare un nome a caso non sarebbe stato cosi… Ma come sapete lui fa un altro sport. Ho visto anche dei Bikers felici quel giorno alle porte del sole, noi che cercavamo di andare sempre più lontano ci eravamo presi la nostra libertà, quella di corrersi dietro anche se non parliamo la stessa lingua e sorriderci alla seggiovia invitandoci a precederli sulla salita. La stanchezza ci faceva ricchi, non avremmo voluto altri tesori se non ripetere quell’esperienza.”

Tutti mi ascoltavano in un silenzio religioso, la musica era stata spenta, l’orario di chiusura era troppo vicino e ci eravamo ubriacati di ricordi. “Abbiamo rifatto per sette o otto edizioni la VTT Freeraid Classic anche a Les Deux Alpes, dove venne spostata qualche anno dopo. Non ci ha mai stancato, l’atmosfera che si viveva la rendeva unica: espositori, dimostrazioni di Bike Trial, Slope style e Dirt e l’esagerato numero di volti sorridenti sul percorso ne era la dimostrazione. ci manca ora che non è più tra noi.”

Ci alzammo in piedi e offrimmo alla memoria il fondo dell’ultima birra, come facevano i temutissimi Galli per celebrare un coraggioso guerriero defunto. L’oste per farci capire che era arrivata l’ora di levare le tende spegneva le luci una ad una e ci salutammo appena fuori assicurandoci di rivederci presto per un altro Giovedì, magari con qualche birra in meno… Gianni se ne partì sgommando seguito dall’Avvo con la sua Terios Giallo spensieratezza con la dovuta disinvoltura atta a mascherare i giri di birre che avevano scandito i racconti.
Guardai la mia moto con affetto tenendo tra indice pollice della mano sinistra la chiave di accensione, ma proprio perché gli volevo bene era il caso che tornassi a casa in Taxi. Beppe aveva già buttato giù la saracinesca, cercai nella tasca del chiodo il cellulare per chiamare il 4343… Ma che bella sorpresa, finita la carica della batteria… Due passi mi avrebbero fatto bene, camminando avrei continuato a ricordare quello che non avevo ancora raccontato ma ci sarebbero stati altri Giovedì.

Pro-Meide – Libro III – The Mulligans stories

20 Apr 2020

Libro III – Cap VII

The Mulligans Stories

Paragrafo 1

“Guinness o Kilkenny? Quale sia la scelta non meno di una pinta a testa per iniziare… Gianni non puoi bere Coca Cola in un Pub Irlandese è un insulto alla buona creanza, Fish and chips e Coca Cola daiii… Mi infliggi lo stesso colpo basso allo stomaco di quando vedo i Tedeschi al Bike Festival di Riva del Garda che ordinano gli strangolapreti con cappuccino con tanto di cacao a disegnare un cuoricino, fai uno sforzo… Cerca di essere meno sobrio del solito. Un frozen Margarita alla fragola ti potremmo concedere con beneficio del contesto nel quale siamo questa sera riuniti”.

Per farmi sentire dovevo urlare così forte nemmeno fossimo allo Aviva Stadium per l’incontro decisivo del “Sei Nazioni” Irlanda vs Inghilterra, il CD di Live in Lansdonwne , Boston MA dei Dropkick Murphis sparato a 190 decibel si amplificava tra bottiglie allineate sullo stipite della porta alle spalle della cassa a guardia della lavagna di tutti marchi che ecumenicamente abbracciavano Rare Malt, Island, Islay, Highland, Irish Wiskey, Bourbon e anche quelli made in Japan ed i tavoli rotondi di legno scuro, invitava a pogare altro che far chiacchiere. Max L. aka “L’Avvo”, Giorgio P. aka “Paul Aster” ed io eravamo già alla seconda Kilkenny ovviamente large, svaccati sulla seduta di tessuto a righe volutamente rosso slavato con alle spalle una locandina ingiallita che recitava Cork Park Races Escursion Tickets tenendo sott’occhio l’ingresso fiocamente illuminato, aspettando che Gianni e gli altri del Team ci raggiungessero. Novembre a Milano aveva il sapore insipido di un piatto consumato in un autogrill, per fortuna nostra ci ritrovavamo quasi ogni Giovedì al Mulligans in via General Govone per toglierci quel saporaccio sciacquandoci la bocca con una modica quantità di birra facendo progetti di future raidate e ricordando all’ennesima pinta una passata gita che nella narrazione forse leggermente offuscata dai gradi della Guinness assumeva lo spessore della saga di Cu Chulainn.

Gianni fece capolino con Roberto P. aka “Rob”, Alberto V. aka “Skywalker” il mio adorato allievo, Norberto D. aka “Turbo” che era affiancato dal Vitto il nostro ride discovery manager. Eccoci quindi davanti a uno stinco con patate, fish and chips, almeno tre giri di birre ed un inguardabile Margarita di fronte all’unico astemio presente, Gianni che si lasciava corrompere solamente dall’amichevole sapore dolciastro che nascondeva la tequila che lo avrebbe accoltellato come Bruto fece a Cesare. “Credo che la stagione delle gare in Francia sia stato un momento epico… Gare mi sembra un attimo una parola che esula dal nostro vocabolario, escluso Turbo ovviamente che tu le prendi sempre sul serio, non come noi ad Anisette e olive taggiasche, giusto per il rispetto dei cugini d’oltralpe.” Avevo la palpebra cadente perso dentro il bicchiere vuoto ed al tavolo l’attenzione cadde su di me.

“Freak posso dire in Margarita veritas che ci siamo divertiti come dei bambini alle giostre per tutti gli anni che siamo stati all’Alp d’Huez per la Megavalanche, a Morzine per la VTT Classic ed a Frèjus per la Roc d’Azur. Non c’è niente da fare sanno divertirsi e far divertire, non posso che dire chapeau”. Dopo un tintinnio di bicchieri in onore dei sempre ammirati francesi “L’Avvo” con piglio da pubblico ministero vedendo Gianni particolarmente loquace, lo spronò a dare fondo ai ricordi.

“La prima edizione alla quale partecipai nel 1999, voi dovevate ancora nascere a parte il Freak che aveva in una delle sue vite fatto da guida ad Annibale da quelle parti, eravamo in tre: “Bruno che BBBici”, Marco P. ed io. Italiani presenti noi e forse pochi altri, ci trovammo in una manifestazione che più che una gara era una sfida con noi stessi per arrivare in fondo. L’Alp d’Huez è per tutti gli sciusciamanuber la tappa per eccellenza del Tour, ma scendere sul ghiacciaio del Pic du Lac Blanc ad Oz ti fai un bel 2230m di dislivello in un ambiente che continua a cambiare e non sei sempre in discesa, ci sono rilanci  tratti in salita, passaggi obbligati sulla morena che ti mettono in difficoltà. Al mattino a 3330 mt. il caldo non lo trovi… Tra vento ed almeno dieci gradi sotto zero ho visto più gente in coda per andare in bagno che auto al casello di Melegnano il primo d’agosto… Il connubio tra freddo e pendenza del ghiacciaio fa sì che un sacco di gente se la facesse addosso…” Gianni scoppiò in un attacco di sghignazzo che contagiò tutti, tanto che Beppe l’oste del Pub ci chiese se fosse il caso di chiamare dei taxi per portarci a casa. “Tutto sotto controllo” si affrettò a dire Giorgio P. che ovviamente voleva sentire dove ci stesse portando il racconto. “Alla fine fu un massacro tra le cadute dei Bikers che si erano trasformati in palle da bowling facendo strike con quelli che incrociavano la traiettoria c’era gente che scivolava ovunque sembrava di essere allo sbarco di Omaha Beach in Normandia… Dovevi schivarli come fossero pallottole, la neve che si era allentata e il cercare una linea fattibile alla fine del ghiacciaio per uscire dalla morena. Ma fu così memorabile tanto che ci tornammo anche l’anno dopo… Le adesioni erano fin troppe da parte del Team.” Mi fece venire in mente il viaggio di andata dell’anno dopo e bevuto l’ennesimo sorso di birra tracannato solamente per togliermi quella sensazione di lingua felpata, chiesi un poco di silenzio per un ricordo solenne.

“Come sapete Gianni non sopportava l’odore del gasolio adesso si è convertito da quando ti offrono l’Arbre Magic ad ogni pieno, come mezzo aziendale aveva un Ducato 2000 cc. a benzina. Il dettaglio vi sembra forse irrisorio ma… Vi farà capire i momenti che il buon Maurizio meglio conosciuto come “Spyderman” visse in nostra compagnia, perché facevo parte dell’equipaggio anch’io. Non devo ribadire lo stile di guida del Presidente, più o meno tutti Voi ne avete avuto prova. Stavamo salendo rilassati chiacchierando tanto per non essere noiosi del percorso della Mega che solo Gianni conosceva, quando un Mercedes Vito rosso Bordeaux con targa Francese ci sorpassò appena prima di un tornante, facendoci rallentare. Mi voltai verso il Presidente e vidi gli occhi che erano venati di rosso, segno che ci saremmo trovati in una bagarre nel giro di pochi secondi, Maurizio non lo sapeva, povero… Dissi a Gianni se voleva gli leggessi le note da buon navigatore. Al secondo tentativo di infilare il Francese prima di un tornante a sinistra, Maurizio subì la trasformazione in “Spyderman”… Si mise il casco integrale e si ancorò mani e piedi al sedile. Al terzo tentativo sfilammo con un entrata al limite del regolamento con il quattro cilindri che gemeva chiedendo pietà, passandolo all’esterno ovviamente in curva… Per onore di cronaca la visibilità era buona. Gianni rallentò prima di entrare a Briançon perché sentivamo un certo profumo di bruciato anticipato dall’allungamento del pedale del freno…  Scendemmo a controllare e i dischi erano rossi come il sole al tramonto. Mentre cercavo di convincere Maurizio ormai “Spyderman” di levarsi il casco e ritrovare l’uso della parola, il Vito Bordeaux ci passò davanti con l’autista che ci faceva vedere con il dito medio la direzione… gentili ‘sti Francesi, pensai.”

“Qualcuno disse che comunque anche tu Freak durante la prova del Sabato per determinare la posizione in griglia, abbia fatto qualcosa di poco ortodosso…” Skywalker sapeva benissimo dove andare a parare, togliere dalla naftalina dell’armadio dei ricordi un episodio che avrei voluto non resuscitare, ma la birra aveva questa attitudine è il passepartout del subconscio. “La bellezza della Mega sta nello spalmare in più giorni l’evento, chiaro è a tutti. che quelli veri stavano in prima fila, ma per il Motto Liberté, Egalité, Fraternité che li contraddistingue ti davano la possibilità attraverso la prova cronometrata del Sabato di poter avere un posto sulla griglia anche tra i primi se tu avessi stabilito un tempo in linea con i migliori. Fantastico la prova si svolgeva alla stazione intermedia con partenza su una pista dei mezzi di servizio, con un fondo smosso curvoni larghi per poi entrare in un imbuto d’accesso ad una specie di bike park con dossi artificiali. In base ad un sorteggio venivi messo in questa mass start e appena si abbassava il canapo in puro stile palio, ti scatenavi. Fino a qui tutto bene, mi ero messo in posizione con la mia Shockwave verde Kawasaki con un sacco di altri Bikers intorno…  Avevo un ottima posizione, sarei entrato bene per affrontare il tornante arrotondato che chiudeva la visibilità a destra. Via! Scatto sui pedali stando all’esterno della linea mi butto dentro il tornante ed un Biker si appoggia con la spalla destra cercando di buttarmi fuori. Riprendo il controllo della situazione ricordandogli il lavoro di sua madre e lo sorpasso, fulminandolo con gli occhi. Tornante dopo, la medesima situazione si ripresentò, potevo capire la foga dell’azione ma non che cercasse di buttarmi fuori la seconda volta, allargai il braccio e lo misi dietro. Non ero concentrato sul tracciato a causa sua, non avevo provato i giorni prima quindi andavo come mio solito d’istinto… Mentre scendevo me trovai al mio fianco sinistro e con educazione gli dissi – Enfoiré, il m’ y en aura pas là prochaine fois! – in francese è più chic… Non capii la sua risposta ma credo che fosse qualcosa tipo – Arrete de me gonfler- e continuava a starmi attaccato, non so che cosa avesse mi sa che non gli piaceva il verde Kawasaki della mia Bimba… Insomma allungai e lo misi dietro fino a quando cercò nuovamente di passarmi con una manovra più simile ad una presa di Taekwondo che ad un sorpasso tra gentlemen drivers quale noi tutti presenti siamo per nascita… Mi sentivo come David Mann in Duel, imprigionato in un pericoloso gioco gatto con il topo con un biker Francese psicopatico. Il tracciato faceva una serpentina su un crinale con a destra e sinistra due pendii abbastanza ripidi che ti avrebbe portato dentro un toboga: avevo la miglior traiettoria, avrei dovuto accennare solo un cambio di peso per poi gettarmi nel budello. cercò di farsi spazio alla mia destra allargando il braccio sinistro cercando di farmi perdere l’equilibrio. la mia risposta fu fulminea, mi sentivo come Alberto Sordi davanti al piatto di pasta fumante – maccarone tu me provochi? Ed io te magno! – …. E sì, presi la mentoniera del suo casco con la mano destra e gli girai le testa all’esterno della linea cosi che si involò giù dal costone erboso. Alla fine arrivai tranquillo all’arrivo, ero pronto per la Megavalanche del giorno dopo. Onestamente non mi ero pentito del gesto che avevo fatto, in guerra ed in amore vale tutto… Poi ero stato fin troppo calmo pensa solo se mi avesse danneggiato la mia Verdona, sarebbe scattata la Viulezzaaaa….”

Continuavamo a sbellicarci dalle risate presi dalle battute che intercalavano la narrazione: a causa di quelle modeste “X” pinte che mi ero bevuto, una certa incontinenza aveva bussato all’emisfero sinistro del mio cervello chiedendo di andare a fare un giro liberatorio nella stanza dei “pissoir” del Pub. “Signori, debbo assentarmi per una missione umanitaria, ma torno subito credo di non trovare la coda fuori per cui cercate di tenere il Gianni sveglio, di solito va nel sarcofago alle 20.55 e guai a cambiare le sue abitudini, ma questa sera lo vedo ben carico è al suo secondo Margarita quindi potrà andare avanti a ricordare la campagna di Francia e i suoi succulenti aneddoti a voi che non eravate presenti fino a chiusura del locale, Beppe provvederà a idratarci. “

Mi alzai e con passo da far invidia ad una mannequin, mi recai in bagno per risedermi quanto prima al tavolo per dare la giusta epica ai ricordi di quegli anni gloriosi.

 

Pro-Meide – Libro III – Tre uomini in bici per non parlare dell’ abate Vandelli

19 Apr 2020

Libro III – Cap. VI

Tre Uomini in bici per non parlare dell’abate Vandelli

Ho sempre pensato che questo luogo sia adorabilmente assurdo, dove genialità e follia si abbracciano da secoli dando origine ad opere architettoniche ed ingegneristiche uniche, grazie alle barriere naturali che il Bel Paese ha nel territorio. Sono da sempre affascinato dai limiti e confini dalle scoperte che vai a fare: il cambio di versante ti proietta in ambiti paesaggistici, linguistici e culinari spesso agli antipodi di quelli in cui ci eravamo mossi fino a quel momento, gli Appennini Tosco-Emiliani ne sono un esempio.

“Gianni, ho un’idea per Agosto tanto siamo qui non ci muoveremo per ferie, ti propongo una tre giorni a cavallo tra Emilia e Toscana ci aspetta la Via Vandelli”, L’abate Domenico Vandelli lo conoscevo come per la sua innovazione cartografica, le cosiddette “le Isoipsae Vandellis” più semplicemente note come linee di livello di quota costante che permettono ai cartografi ancora oggi, nonostante l’uso dei navigatori satellitari una attenta e precisa stesura delle mappe. Questo fu solamente un mezzo per l’abate perché aveva ricevuto un compito al limite delle possibilità ingegneristiche nel XVIII secolo: concepire e disegnare un tracciato stradale che fosse all’avanguardia e che si facesse carico di seguirne i lavori. Il motivo era il matrimonio che il Duca Francesco III d’Este aveva concordato per suo Figlio Ercole con l’ultima erede del ducato di Massa Maria Teresa Cybo Malaspina, cosa che permise al Ducato di Modena di ottenere uno sbocco al mare, fatto negato fino a quel momento dalla sua posizione geografica.

Il tracciato percorre un ambiente montano spesso impervio e, come poi ne avremmo avuto prova concreta, ripido attraverso l’Appennino e le Alpi Apuane dove raggiunge al valico del Monte Tambura il GPM a 1634 m s.l.m. Al povero Vandelli furono posti severissimi vincoli costruttivi, oltre ad un tempo limite per la messa in funzione, la strada doveva evitare l’attraversamento dei centri abitati, evitare di transitare sul suolo dello Stato Pontificio, Granducato di Toscana e Repubblica di Lucca. Inoltre doveva avere una manutenzione minimale con pendenze che potessero permettere ai carriaggi che avrebbero trasportato blocchi di marmo un transito adeguato. Con un preambolo simile se fossi stato nei suoi panni mi sarei ritirato per vent’anni nell’abbazia dei Padri Benedettini di San Pietro causa esercizi spirituali, ma L’Abate, uomo di scienza, fece un miracolo avendo dalla sua anche la religione. Iniziò nel 1738 e nel 1751 la via era pressoché ultimata continuando nei cinque anni successivi con la costruzione di stazioni di posta, ostelli piazzole di scambio delle merci (conosciute come finestre Vandelli) e guardine per i gabellieri. La prima strada carrozzabile Italiana, disegnata per superare i fianchi scoscesi delle montagne, logisticamente gestita era finita.

Avevo raccontato la storia della Via per tutto il viaggio da Milano a Massa con Gianni che cercava di spegnermi come suo solito come se fossi un sound system forse un poco chiassoso, con noi avevamo un nuovo acquisto del Team Ivano G. aka “Il Prof.” che da tre mesi era entrato nel mondo magico di via Principe Eugenio 29 acquistando la sua prima MTB , una Mondraker Dune. L’incoscienza della passione ti fa commettere errori all’inizio che poi in ogni caso si persevera a commettere anche in seguito: Ivano non aveva mai affrontato un percorso di 135 km con 3500 mt. di dislivello positivo, ma facemmo di tutto per fugare i suoi dubbi sulla durezza del percorso, in quello Gianni non fece nulla per spegnermi.

Lasciato il furgone in piazza della stazione, prendemmo un treno locale talmente lento che con una trentina di fermate e tre cambi ci fece arrivare a Modena dopo 6 ore e mezza di sferragliante calura, dove ci attendevano due cari compagni di avventura Stefano G. aka “Girandola Funesta” poi reincarnato nel Liutaio e “Tarantola” (il suo vero nome se l’è scordato anche sua moglie lo conobbi undici anni prima durante la stesura di un articolo dedicato al primo Bike Park emiliano a Sestola) mente finissima, braccio d’oro e fotografo lisergico di Orme.tv un blog molto sottoculture raccolto in questa summa filosofica: “Nella biciclette amiamo l’eccesso e la sperimentazione. Dissonanza stilistica e vaneggiamento pedalatorio. Una narrazione visionaria e stucchevole che si snoda tra sentieri polverosi e strade secondarie.” Come potevamo non essere complici ed amici? Entrambi conoscevano molto bene Gianni, soprattutto il Liutaio visto che era un noto compratore seriale e compulsivo di biciclette applicando l’Orme pensiero, li avevamo coinvolti per la logistica e per condividere una parte del percorso. La Via Vandelli parte dal Portone di ingresso del palazzo Ducale di Modena ma fino a Pavullo nel Frignano ormai si confonde con la SS12 per cui avevamo trovato non interessante pedalare su asfalto per 42 km, poi avevamo una missione difficilissima che ci attendeva al ristorante “Quercia Grossa”: un esercito composto da gnocco fritto, tigelle, pesto modenese con un corollario di squacquerone, ciccioli e prosciutto crudo, prugnoli sott’olio ci avrebbero messo a dura prova altro che il passo delle Cento Croci. La notte fu come un viaggio in astronave, avevo vinto la battaglia ma con qualche strascico.

Al mattino preparammo le cavalcature, io avevo optato per la Salsa Fargo dove avevo fatto un esperimento pre-bikepacking: avevo legato sul portapacchi una sacca impermeabile che si utilizzava per stivare il necessario nei kaiak ed una borsa sul manubrio, non volevo a differenza di Gianni e Ivano tenermi sulla schiena lo zaino, saremmo stati per ore in sella e sgravare la schiena sotto il sole di Agosto era una condizione necessaria per non arrivare all’arrivo della prima tappa cotti come un lampredotto. Ivano ignaro aveva montato due Kenda Nevegal, ottime gomme per le discipline gravity, ma decisamente poco scorrevoli però era sicuramente motivato dopo i racconti fatti la sera prima a cena, avrebbe imparato a conoscerci con il tempo ma visto che a distanza di anni ci troviamo a pedalare ancora l’esperienza non si rivelò tanto errata. Gianni che da sua abitudine aveva montato le gomme più scorrevoli, sella più confortevole e limato i pesi sapendo dove stavamo andando era pronto con la sua dotazione Nikon ad immortalare il viaggio.

Saremmo arrivati a San Pellegrino in Alpe un’enclave a 1525 m s.l.m. divisa in due parti uguali tra la provincia di Modena e quella di Lucca, rappresentava il primo valico importante della via Vandelli porta della Garfagnana: ci attendevano una sessantina di km ed un migliaio di metri di dislivello, si poteva fare tranquillamente così ci dicemmo. L’inizio fu splendido si saliva dolcemente, raggiungemmo il castello di Montecuccolo sulla direttiva per le Piane di Mocogno per poi superare il borgo medioevale di Monzone inoltrandoci nelle Selve di Brandona alternando i tratti originali a noiosissimi tratti asfaltati della via Giardini che nella parte iniziale ricalca il vecchio tracciato: entrammo in un tratto acciottolato molto rotto fino a percorre un ponte naturale costituito da un unico blocco di arenaria lungo 33 m, il “ponte del Diavolo” a Montecenere. Questo monolite alimentava da sempre oscure e truculente leggende tra le genti della valle che andarono ad assommarsi a quella che ci avrebbe fatto compagnia al passo delle Cento Croci.

Il caldo era soffocante, il percorso si stava facendo sempre più duro e ci fermammo a pranzo a La Santona per un magnifico piatto di tortelli ai funghi di cui il profumo mi si ripresenta ogni volta che ne parlo, Ivano soffriva un attimo il ritmo che avevo imposto e la sosta avrebbe fato del bene peccato che un temporale tipico delle estati in montagna si stava avvicinando minaccioso con una coltre nera che ricordava le leggende del ponte. Pedalando sotto la pioggia con i fulmini che si aprivano varchi violacei nelle nubi illuminando il sentiero che viscido fagocitava le nostre ruote, trovammo rifugio dentro una chiesetta votiva che reca una lapide con cento croci a memoria di una triste locanda gestita da un ostessa assassina che derubava i mercanti di passaggio facendoli cadere da una botola nella cantina dove finivano squartati su grossi puntali di ferro conficcati sul pavimento. Utilizzava poi la carne dei malcapitati per darla in pasto agli avventori della locanda, e nella sua follia aveva eretto 99 croci in memoria del suo lavoro. Finì quando un frate di passaggio mentre cenava aveva sollevato con il suo cucchiaio un pezzo d’unghia con brandelli di carne falange dal fondo della zuppa. Riuscì a fuggire e convincere dei contadini che avevano sentito le sue grida a tornare con lui alla locanda. L’ostessa fu linciata e bruciata e i 99 resti delle vittime recuperate che le loro anime si dice tornassero a lamentarsi intorno alla chiesetta dove ci trovavamo in quel momento: in effetti il vento che soffiava impetuoso sembrava frutto di un coro di voci lamentose e appena potemmo ripartimmo lesti anche se alle leggende non prestiamo fede.

Passato il Sasso Tignoso, un massiccio di serpentino frutto di un antica eruzione vulcanica alto circa 1400 mt. , il sole tornò a farsi sentire forte e chiaro ci stavamo portando verso il Passo delle Radici pronti alle ultime rampe che ci avrebbero portati a San Pellegrino non senza dolore, essendo un luogo di pellegrinaggio qualche stazione di sofferenza ci toccava. Furono 10 km di grande difficoltà per Gianni visto che avevamo finito anche l’acqua ed i crampi iniziavamo a martellargli i polpacci. Ivano ed io ci mettemmo nel ruolo di sherpa come se gli ultimi 1500 m che ci separavano dal Santuario di San Pellegrino fossero gli 848 m della zona della morte sull’Everest in carenza di ossigeno. In stato catatonico ci buttammo sul letto e la mattina dopo eravamo pronti ad incontrare un gruppo di bikers modenesi capitanati da Corrado T. aka “Yuppareppa”, un vero appassionato che aveva avuto in passato qualche animata discussione con Gianni per dispute puramente tecniche che ci avrebbe fatto da guida nel tratto che ci avrebbe portato ad attraversare la Garfagnana. Tarantola non era stato in grado di venire poiché impegnato nella grafica del catalogo di DSB quindi aveva chiesto a lui di condurci. “Tarantola non sai cosa ti perdi, il Freak su Fargo non so se arriverà intero a Castiglione in Garfagnana”… Gianni era ritornato di buon umore lo sentivo dal tono della telefonata che aveva appena concluso.

La vista sul monte Forato, montagna famosa per il suo doppio tramonto, era di buon auspicio quel mattino mentre ci inoltravamo sulla dorsale del monte Verrucchiella al seguito dei Bikers che con Yuppareppa ci precedevano. Avremmo percorso un sentiero che seguiva l’originale “Via Fredda” pensata dal Vandelli per percorre il crinale assolato nei mesi estivi: il tracciato ormai era asfaltato quindi ci trovammo su un itinerario legato al pellegrinaggio che da San Pellegrino in Alpe conduce ad un santuario sotto l’arco che da il nome alla montagna, legata ad un ‘altra leggenda che vuole che il Santo durante un litigio furioso con il Demonio gli sferrò un tremendo schiaffo che lo fece volare dall’altra parte della valle facendolo sbattere contro le Alpi Apuane che vennero trapassate dal corpo del Diavolo lasciando come traccia il Monte Forato. Una delle tante leggende che ci stavano accompagnando in questo viaggio. Il sentiero era la giusta ricompensa per le fatiche del giorno precedente, ci godemmo centimetro dopo centimetro mentre si aprivano sotto di noi viste commoventi della valle del Serchio allietate alla fine di schiacciatine appena sfornate dal pizzicagnolo fuori le mura di Castiglione di Garfagnana.

Qui appena dopo la sosta pranzo, prima di riprendere la via attraversando il Serchio per risalire, tanto per cambiare sembrava troppa grazia la discesa, la valle dell’Edron fino al lago di Vagli accadde qualcosa a cui seppi mai dare una spiegazione: il reggisella della Evolve di Gianni diede forfait. La vite che teneva la slitta andò persa nel prato dove ci eravamo sistemati per una pennica post schiacciata con finocchiona. Nonostante le ricerche degne di CSI non la ritrovammo, ma fortunatamente trovammo un negozio aperto in agosto ed il proprietario prestò un meno nobile ma sicuramente efficiente reggisella di identico diametro, cosa che dopo aver salutato i compagni della mattinata ci avrebbe consentito di proseguire. Il tratto più noioso di tutta la Via era quello, non tanto per i paesaggi che erano molto intensi con aspetti alpini, non certamente per il campanile che emergeva da lago memoria del paese di Fabbriche di Careggine fatto morire nel secondo dopoguerra per assicurare un invaso alla richiesta di acqua da parte della Lucchesia, ma per l’asfalto che stava facendo soffrire Ivano. L’incazzatura per il guaio meccanico invece faceva di Gianni un passista che vede l’arrivo. Comunque sia c’è sempre un lieto fine: non si soffre tanto per farlo e quella sera cenammo con il miglior cinghiale in umido con olive, garantito dal cuoco che lo aveva cacciato prima di cucinarlo che io abbia memoria non fu un caso che ne mangiai tre piatti. Questa gita aveva dei risvolti culinari che stavano esaltando l’itinerario, questo salto dall’Emilia alla Toscana era la riprova di quanto avevo sempre apprezzato nel valicare i confini.

Svegli di buon mattino con una nebbia leggera che oziosa lambiva il lago, ci preparammo per affrontare gli ultimi 1100 mt. di salita fino al passo della Tambura. La salita è durissima già dai primi metri, la sterrata che porta alle cave non da tregua poi la Via riprende il corpo originale purtroppo senza manutenzione quindi ci ritrovammo su un fondo smosso fatto da sfasciume di marmo che di fatto non permettevano la pedalata. Non faceva per niente caldo quel mattino mentre arrancavamo sulla salita, di colpo iniziai ad avere dei forti dolori addominali che mi costrinsero a rallentare perdendo contatto con Ivano e Gianni. Mi sentii malissimo la vendetta dei tre piatti di cinghiale con olive mi aveva colpito, utilizzai uno dei buchi dei pali che erano stati fatti per mettere alla gogna i briganti che infestavano la zona nel XVIII secolo come latrina. Fu un calvario salire al passo allietato dalle parole di Gianni che non mi erano di sprone: “OmmeM@@@@ muoviti che qui se vai avanti così facciamo notte!”

 

Le sue confortanti parole echeggiavano nella valle ed io mi fermai altre due volte, mi sentivo uno straccio nonostante il costante incoraggiamento “OmmeM@@@@ non ti veniamo a recuperare, quindi ti aspettiamo in cima”. Finalmente mi ripresi il sole finalmente si era fatto strada ed il vento diradato le nubi, la discesa era lì che ci aspettava, ci riposammo per una buona mezz’ora e poi iniziamo a scendere sulle ali della libertà perché la discesa era come un lancio dall’aereo in una caduta libera infinita…ovvio che riuscii anche li a fare guai.
il fondo era fatto con scarti di lavorazione del marmo taglienti come lame, sconnesso ed infido ma per stare con i miei compari rischiavo sempre qualcosa e così forai per due volte, ma il paesaggio era cosi coinvolgente che non me ne preoccupai per nulla. Arrivammo a Resceto un piccolo borgo montano della Lunigiana dove il tratturo tritagomme era alla fine, ed anche noi lo eravamo in tutti i sensi soprattutto per la fame.

L’occhio mi corse a un cancello grigio alla nostra destra dove campeggiava una targa rossa con la scritta circolo ARCI: entrammo nel cortile e ci venne incontro un signore anziano. “Possiamo mangiare qualcosa? Siamo abbastanza stanchi” L’uomo mi guardò e disse “Ho del pane sciocco e del Lardo, di altro nulla”. Al suo fianco era comparso un ragazzino disabile che ci guardava fissi incuriosito forse di non conoscerci, si girò silenzioso e zoppicando seguì il signore. Ricomparve con tre pani enormi con dentro il vero motivo del viaggio: il lardo di Resceto.
Il primo morso ci fece capire che alla fine scoprire anche un prodotto povero valeva tutta la fatica fatta, lo rifaremmo per provare la stessa emozione.

Pro-Meide – Libro III – I tre fiumi

18 Apr 2020

Libro III – Cap.V

I tre fiumi

Ovvero la genesi dell’Enduro e l’arte della scelta del reggisella.

17 Giugno 2007

Sul forum di Pro-M il Presidente pubblicò un post che annunciava in pompa magna la proposta partecipazione del Racing Team ad una gara, un nuovo format: l’Enduro ! La gara si chiamava “Enduro dei tre Fiumi” e si sarebbe corsa a Cartosio Domenica 17 Giugno. Le risposte non si fecero attendere, le punte di diamante, Paola V. aka Speedy Faustilla e Norberto B. aka Turbo dopo nemmeno 12 secondi dalla pubblicazione avevano dato il loro assenso ed a ruota come nella volata sul lungomare a Sanremo, scattarono gli okay del Minimo Impatto capitanati dal pragmatico Vitto, non si sarebbero mai alienati dal essere presenti e vuoi che l’ilare Diego B. aka Lo Zio non fosse presente per supportare la Speedy che era in quegli anni sua compagna di vita in primis e filmare le (dis)avventure del Team? Nessuno di noi avrebbe mai voluto perdere il primo ciak.

Non eravamo proprio dei parvenu, vero che ci eravamo arricchiti di nozioni superflue nel campo delle competizioni fuoristrada non dall’origine, ma avevamo sempre mantenuto la voglia di scoprire cosa facessero quelli che non avevano una visione settaria del divertimento: i non proprio adoratissimi cugini d’oltralpe, avranno anche tutti i luoghi comuni del mondo sulle spalle ma dobbiamo riconoscere con affettuosa invidia quanto fossero stati innovativi nel giocare con le VTT (VTT è l’acronimo do Velò Tout Terrain ovvero bicicletta per tutti i terreni in Francese che dà la corretta immagine dell’uso totale del mezzo). Da anni avevano organizzato eventi che uscivano dai format cross country e DH ormai diventati stantii vassalli dell’UCI incartati dentro rigidi protocolli perché il loro assioma è la versatilità: il Biker deve avere tutte le caratteristiche per affrontare ogni situazione in salita ed in discesa, dove il divertimento conseguenza della poliedricità era l’obbiettivo. Manifestazioni come la Transvesubienne e la VVT freeride Classic – come abbiamo già avuto modo di ricordare – sono le capostipiti delle attuali competizioni di Enduro.

Per noi che venivamo dalle moto da regolarità il format non era poi così lontano da quello che avevamo vissuto nella nostra adolescenza, l’Ancillotti 50cc con motore Sachs che guidavamo su e giù dal San Genesio era l’antenata con i debiti distinguo della Titus El Guapo che in quel momento Gianni stava pedalando, ci perdevamo felicemente fino a rimanere senza un goccio di miscela cercando di superare una riva scoscesa, dopo esserci infoibati in un ginepraio: posso dire senza smentita alcuna di essere stato uno specialista in questo anche negli anni a venire in sella alla VTT (vive la France!). La visione fortemente lisergica di come dovesse essere la bicicletta che Gianni portava avanti da anni, si accoppiava perfettamente come un foglio di carta carbone a questa manifestazione: 22 km con circa mille metri di dislivello positivo con quattro prove speciali cronometrate in discesa, avremmo copiato pari pari il percorso con sorpresa finale compresa.

“Gianni scusa, Cartosio ma dove accidenti sta’ Cartosio?” questa era la domanda che seguiva le adesioni entusiastiche della prima ora nei post che si susseguivano sulla discussione nel Forum di Pro-M. “Nessuno si preoccupi,ci arriveremo in un modo o nell’altro, è dalle parti di Acqui Terme nell’Alessandrino. Lì si svolgerà la prima gara, in via sperimentale, di Enduro in Italia. Visto che siamo stati presenti a quasi tutti gli eventi epocali già nel secolo scorso, la missione è quella di esserci… Non ci perderemo.” Il messaggio con il quale Gianni chiudeva la discussione esprimeva la forte curiosità di vedere come sarebbe andata a finire, perché per noi sarebbe stato un successo in ogni caso, mi pregustavo un possibile video dello Zio e avevo già le lacrime agli occhi con mascella slogata inclusa.

Come da regolamento Gianni aveva qualcosa da provare quella domenica, il primo reggisella idraulico quello che dava un ritorno alla posizione di pedalata come quello che si provava appoggiando i glutei su una poltrona Frau, avrebbe cancellato l’effetto espulsione da F15 che quelli meccanici da noi adottati da pochissimo inseguendo le mirabilia tecnologiche del Vate Gianni. Consegnato qualche giorno prima in Pro-M lo aveva fatto montare dal Chirurgo sulla sua bici del momento, una Titus El Guapo nero pece che la faceva tanto mantello di Zorro. L’alto Monferrato e la valle Bormida non me la ricordavo per le sue cime ardite ma per la Statale 334 del Sassello 52 km che collegano Acqui Terme ad Albissola Superiore, teatro di epiche sfide motociclistiche in stile Joe Bar nei fine settimana e soprattutto per gli amaretti del Sassello oltre che per le temperature tipiche del Kalahari. Anche quella domenica il caldo non si fece mancare, esaltato dai calanchi grigio ardesia messi come fossero specchi ustori che di fronte a noi al di là del torrente Erro dominano la valle. Ci eravamo presentati, a parte i nostri supereroi ovviamente che avevano già il sacro fuoco dell’agone nei quadricipiti, come se fossimo li per una gita domenicale con zaino idrico sulle spalle con tutto quello che poteva servire per sopravvivere in una attraversata desertica: rigorosamente senza protezioni o caschi integrali a quel tempo l’enduro non è quello che conoscete ora si aveva un concetto diverso prossimo a percorsi che oggi vengono definiti “Trail”.

L’atmosfera era quella piacevolissima delle sagre paesane di Maggio, non era sicuramente una manifestazione con espositori e team ufficiali si respirava quell’aria di complicità di ricevere un pacco gara con i prodotti tipici ed alla fine della gara mangiare un piatto di pasta salutandosi al fine con pacche sulla spalla. Le partenze erano già quelle che poi avrebbero contraddistinto l’apparato delle regole delle gare che da quel giorno in poi si sarebbero succedute negli anni a venire in Italia: tre concorrenti ogni 120 secondi partivano in direzione della prima prova speciale avendo un tempo limite predeterminato per raggiungere il cancelletto di partenza. Eravamo all’ incirca una sessantina di Bikers sotto lo sguardo cupo della torre medioevale che sembrava fin infastidita da tutta quella marmaglia, sono quasi certo che non avesse visto un assembramento così bellicoso da quando negli anni venti del novecento furono smantellati gli avanzi del castello medioevale che la infastidivano.

Il tracciato inizialmente, attraversata la valle, si snodava sul fianco dei calanchi, su tratturi all’inizio anche piacevoli per poi trasformarsi quasi fossero Mr. Hyde per il Dott. Jekyll in rampe con pendenze da far chiedere asilo politico ad un camoscio. Essendo separati non potevamo affiancarci ai nostri confratelli così arrancando sul crinale in direzione della prima speciale cambiando con la leggiadria di un Mammut in una cristalleria , il problema sono solo le zanne che toccano ovunque non tanto la stazza, stortai la gabbia del cambio.  Perciò a parte le gentilissime orazioni che elevai al cielo, sperai di essere in grado di rimetterla in funzione, con il Leatherman che mi portavo nello zaino nel ruolo di amuleto, non tanto come strumento: fui raggiunto da Vitto che mi confortò dicendo che anche il Gianni aveva problemi pare non gravi con il reggisella idraulico che ci aveva decantato per tutto il viaggio. Mal comune mezzo gaudio? Anche no… In qualche modo riuscii grazie all’aiuto del buon Vitto a far funzionare malamente il cambio che saltava sotto cambiata di tre in tre per poi far cadere la catena dietro l’ultimo rapporto bloccandosi così dietro la cassetta. Decisi che forse era il caso di adottare solo un rapporto intermedio tenendo la corona di mezzo, ai tempi si avevano tre corone altro che mono, spingendo la maggior parte del tempo in salita, ad ognuno la propria Caporetto.

Gianni nel frattempo aveva perso anche la sella, il reggisella sembrava allergico all’uso quindi dopo aver messo mano per almeno un’ora decise di ritirarsi e ritornare alla partenza, visto che ormai era fuori tempo massimo, talmente incazzato che lo avrebbe trasformato in una statua di sale come la moglie di Lot. Io, per onor di firma il percorso lo conclusi come tutti gli altri componenti del Team: le speciali non erano mal disegnate sull’arenaria grigia dei calanchi, faceva decisamente caldo ed un bagno ci sarebbe stato bene in piscina appena finita l’ultima speciale invece l’organizzazione ci aveva anticipato: alla fine della quarta speciale per rientrare in Cartosio pedalando sulla statale bisognava attraversare il Torrente Erro un nome una garanzia, soprattutto perché un guado vero non c’era e non avendo Gianni come Mosè a dividere le acque ma piazzato sulla riva a fare le foto, mi trovai come tutti a camminare nel torrente cercando di non scivolare con l’acqua non particolarmente cristallina fino all’ombelico.

“Gianni avresti potuto fare una richiesta su ai piani alti per permetterti la divisione delle acque in stile Pasqua Ebraica, va bene scontare i peccati ma così mi sembra un po’ troppo…”
Rideva fin al punto di avere le lacrime agli occhi mentre cercavo di asciugare il cellulare, anche i pesci del fiume stavano ribaltati con la pancia all’aria vedendo la scena.
“Pensa che se avessi avuto il reggisella in ordine questo guado ti toccava, hai più c@lo che anima, andiamo a cambiarci almeno un piatto di pasta vorrei mangiarlo.”
il reggisella fu smontato il giorno dopo e di lui si persero le tracce… Ma quelle dell’Enduro si seguono ancora oggi.

Pro-Meide – Libro III – R.A.P.

17 Apr 2020

Libro III – Cap.IV

R.A.P.
(Rhythm And Poetry ovvero Raduno Amici Pro-M)

Il Racing Team era come sempre in fermento ma da quando Vitto era entrato a far parte della banda portando la filosofia del Minimo Impatto nella programmazione delle gite, sembravamo tante bollicine dentro una bottiglia di Champagne talmente gasate da mettere a rischio il tappo. L’uscita domenicale era come farsi radere dal barbiere, quel momento in cui il rasoio ti accarezza la pelle e ti concentri solo sul calore del panno caldo che ti inumidisce il viso a preludio della rasatura: un concentrato di benessere lontano dalla città, un rito essenziale che faceva della bici da montagna un enorme panno che ci copriva facendoci scoprire la delicatezza dell’ambiente che ci circondava con l’aria che aveva lo stesso impatto sul viso del floid vaporizzato a fine rasatura.

La preparazione non era cosa banale, tutti si aspettavano ogni volta qualcosa di nuovo: le consultazioni settimanale tra Gianni Gran Mogol e Vitto Giovane Marmotta esploratrice erano più complesse di quelle del Capo dello Stato per la formazione di un nuovo governo. L’entusiasmo di Vitto portava a nuovi itinerari anche su indicazione di scatenati “Fanigutuni” (sostantivo Milanese che identifica un nullafacente per scelta o per pensione acquisita) che confondevano gite puramente pedestri in portage infiniti che in salita ci sarebbero anche stati, peccato che il più delle volte continuavano in discesa. Confesso che mi sarei dovuto cospargere il capo di cenere in cerca di perdono, i miei suggerimenti a volte furono un attimo al limite soprattutto perché avendo esplorato in qualche vita precedente il territorio, ero fermamente convinto che il sentiero fosse ancora lì ad accoglier il nostro scorrazzare. Comunque al di là degli errori di valutazione degli itinerari che in ogni caso fanno parte del divertimento, era sempre troppo poco il tempo per dare sfogo alla voglia di pedalare in posti sconosciuti; certo le Epic Rides erano state pietre miliari ma sempre legate ad un evento al massimo spalmato in due giorni, ti facevano luccicare gli occhi ogni volta che le ricordavi ma era giunto il momento di fare uno scatto in avanti.

Gianni stava ragionando da tempo di organizzare un evento molto più dilatato nel tempo, una settimana piena aperta ai membri del Racing Team nelle cattedrali della MTB o in località che avessero caratteristiche di bellezza ambientale e adatte al nostro passatempo, un evento che avrebbe avuto una cadenza annuale come summa delle Domeniche spese insieme varianti tassativamente escluse. Un bella vacanza in bicicletta senza l’antipatica verve del villaggio tutto incluso dove ti devi divertire a tutti i costi, si sarebbe deciso giorno per giorno in base al meteo e soprattutto alla fatica del giorno prima, una Epic Raid lunga sette giorni: così stava per nascere sotto i migliori auspici il Raduno amici di Pro-M poi conosciuto come R.A.P.

L’acronimo suona come quello più conosciuto del mondo musicale lo scorrere di ritmo e poesia, in connubio che senza rendercene conto lo facevamo ogni volta che affrontavamo una Epic: ci veniva più facile delle liriche di Notorius B.I.G. o delle citazioni accelerate di Caparezza noi eravamo e siamo NWA, New(Bikers) With Attitude (to have fun) con le camere d’aria squarciate al collo più cool delle catenazze dei Beastie Boys e guai a rompere il flow. È vero che grazie al corollario “con la targhetta di plastica e la lingua in bocca si va dappertutto” (G.Biffi su ciclabile destra Po mentre eravamo in cerca di un alloggio per la notte, km 92,300 percorsi ore 17,35 circa, assalti frontali di zanzare compresi) ti salvi sempre grazie l’improvvisazione che è la base del RAP quello cantato, la fortuna stava nel fatto che avessimo Gianni nel ruolo di produttore “il Kanye West di noi altri” che nel corso degli anni ci aveva fatto avere innovazioni ed esplorato nuove vie. I palcoscenici dovevano essere adeguati, ormai eravamo pronti da tempo per uscire dai nostri confini, il fatto assodato era che componevamo una raccolta di gemelli diversi ma uniti nello stile.

Quale scenario migliore avrebbe potuto farci da teatro, se non il deserto freddo dello Utah? Moab il palcoscenico leggendario delle MTB caratterizzato dai colori e dalle forme assunte dalla roccia arenaria. Il fiume Colorado ed il suo affluente, il Green River, hanno scavato i loro percorsi all’interno di questa roccia, creando alcuni dei passaggi più selvaggi ed impressionanti del mondo. Vento, pioggia e neve hanno scolpito questa roccia friabile per milioni di anni. Canyons, guglie, archi, pinnacoli, butte, calanchi e mesas sarebbero stati la scenografia del primo evento R.A.P. Visto che è noto come il deserto freddo, in inverno lo stato dello Utah viene ricoperto da abbondanti nevicate e meta di sport invernali, Gianni programmò di recarsi in loco per la fine di Maggio.

Non amando di muoversi a caso, cercò le migliori soluzioni per la logistica dello spostamento della Crew, fu deciso che per evitare inutili spese e rotture non solo meccaniche non si sarebbero portati gli strumenti, visto il cospicuo numero di negozi presenti su entrambi i lati della statale 191 che permettevano noleggi di qualità, in ogni caso aveva già allertato i suoi fornitori per sapere a chi rivolgersi. Avrebbe preparato una lista della strumentazione come sempre di altissima qualità da scegliere giorno per giorno: le biciclette sono come i microfoni amplificano le tue potenzialità.
Furono fatte le prove prima della partenza per arrivare carichi al primo concerto, tutti avrebbero voluto essere MC ma si sarebbero alternati sui sentieri come i Run DMC.

Slick Rock Trail, Porcupine Rim, Kokopelli, Poison Spider, White Rim, Whole Enchilada sarebbero state delle hit quotidiane per tutti i partecipanti, cosa che avrebbe potuto provocare raucedine da acuti che si innalzavano sempre più alti come le cime che si inseguivano all’orizzonte, segno dell’incredibile potenza dell’ambiente. Le avrebbero percorse con un flow che avrebbe sicuro fatto invidia a gente come Ice Cube, Lil Wayne, Snoop Dogg, Dr. Dre al “Pot of Gold Music Festival di Phoenix” tanto per rimanere nel South West. I giorni si avvicendarono lievi e gli eventi carichi di adrenalina, “insane in the brain” affrontando miglia e miglia di sentieri per poi gustarsi un tequila sunrise alla fine. Nessuno dei presenti avrebbe mai potuto dimenticare il (R.A.P.) Superstar che aveva dato iniziato una serie di tournèe che negli anni a venire avrebbero visto le spiagge bianche della Corsica, le rosee cime delle Dolomiti, le dolci colline Toscane, un graditissimo ritorno a gran richiesta nella terra dei Mormoni, peccato che loro considerino solo il coro… Noi li eravamo per “Rock this way” perché il cross-over rappresenta la nostra natura non ci riconosciamo solo in uno stile, ma di fondo amiamo il ritmo e la poesia che questi eventi ci regalano, perchè il produttore riesce sempre a campionare il meglio.

Hand On the Pump!

Pro-Meide – Libro III – Non sarà un’ avventura …

16 Apr 2020

Libro III – Cap. III

Non sarà un’ avventura…

Siamo nel decennio delle 29″, l’evoluzione inarrestabile alimentata da idee create dalle esigenze più disparate aprivano nuovi filoni di esplorazione per Pro-M. Quando importò la prima fat bike, la Pugsley, Gianni aveva visto nei due marchi gemelli Salsa Cycles e Surley due produttori che avevano le caratteristiche che da sempre contraddistinguevano le scelte di Pro-M: prodotti fuori dal coro, con una loro specifica visione. Salsa Cycles fu fondata da Ross Shafer un irriverente, pragmatico e brillante costruttore “Flower Power” di telai negli Stati Uniti: già nel 1976 aveva saldato il suo primo telaio da strada, ma per vivere gli toccava giostrare tra lavori di carpenteria metallica e impieghi stagionali in negozi di biciclette in California mantenendo uno stile di vita randagio che anni dopo avrebbe trasferito nelle sue biciclette, fino a quando poté dedicarsi a tempo pieno alla costruzione di telai grazie all’assunzione in Santana Cycles come capo officina. Nel 1981 costruì la sua prima MTB con ruote da 650 B quelle che ora si conoscono come 27,5″, ma essendo quello che definiremmo uno spirito libero, dopo un anno lasciò Santana perché si sentiva come un nativo Americano in prigione, stava perdendo la sua anima. L’occasione della sua rinascita gli fu data dalla costruzione di sei biciclette su specifiche di altrettanti Clienti, con angolo sella specifico per ognuno di loro e sterzo da 71° che ancor oggi viene utilizzato da Salsa. L’esperienza che si era fatto usando bici da strada su polverosi percorsi all mountain lo convinse che la geometria ideale per una bici da montagna risiedesse da qualche parte tra quel continuo fatto da moderne bici da corsa ed angoli allungati che predominano i telai delle nostre amate bimbe.

Nel 1982 nacque Salsa Cycles: inizialmente si occupava di produrre attacchi manubrio su specifiche dei Clienti, alternando produzioni di telai custom senza pensare ad una distribuzione massiva pur quanto molto apprezzati. Rimaneva in ogni caso un sognatore che non aveva le capacità di affrontare tutte le dinamiche dell’industria quindi nel 1997 togliendosi dalle spalle il peso delle troppe competenze, vendette il marchio a QBP spostando il quartier generale a Bloomington, Minnesota (Quality Bicycle Products, probabilmente il più grande distributore sul suolo statunitense di componenti che gli avrebbe, un anno dopo merito del suo ingresso del mercato single speed, affiancato Surley) fatto che gli permise di focalizzarsi sulla sua creatività. Il tentativo di Gianni di iniziare l’importazione dei due marchi si scontrò contro il non interesse dimostrato da QBP azienda che nel 2008 fatturava circa 150 milioni di dollari sul mercato interno, probabilmente orientato ad una distribuzione non focalizzata come quella di Pro-M ma con una distribuzione su larga scala, che in un paese come il nostro è l’ossimoro perfetto.

“Gianni ti ho mandato una foto via mail, aprila per favore.” La sera prima stavo navigando nel mare tempestoso di internet, senza alcuna rotta e nessuna destinazione, quando approdai, come Odisseo all’isola di Ogigia, al sito di Salsa Bicycles, noto produttore di telai 29″ (“26″ are dead” così cantava Gianni, il nostro Omero nell’epica dell’evoluzione tecnica). Così l’occhio mi precipita curioso su un telaio che sembra disegnato da Elio dio del sole: un connubio di sano acciaio come le biciclette degli esordi (mi sovviene una Breeze Lighting tutta rigida verniciata come una muscle car degli anni sessanta con la quale ebbi i primi approcci da Biker), condita con particolari moderni quali freni a disco e cambio da corsa con doppia anteriore, un finto retrò che rassicura, alla faccia dei telai in carbonio che stanno cercando di propinarci. Poi una profusione di attacchi per le borracce e due portapacchi anteriori e posteriori che sarebbero la gioia di qualunque fornaio, due belle ruote da ventinove con tanto di gomma cattiva e li rimango prigioniero della ninfa…

Il suo nome è FarGo. Sicuramente non la posso definire bella come Afrodite, mi pare piuttosto la sorella di Efesto: Omero racconta di come Efesto fosse brutto ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per cui tutto ciò che faceva era di un’impareggiabile perfezione, proprio come scoprii in seguito cavalcando la mia FarGo visto il grado di parentela. Lo so resisto a tutto, ma come Zeus non alle tentazioni: così venni obnubilato dal suo fascino e non resistetti nemmeno tre minuti, per questo chiamai il mio Mentore. “Vuoi che io non la conosca? Tu mi sottovaluti… l’ho già ben vista e sappilo, ma mi sembra che tu possa immaginarlo, che ne ho ordinata una per me.” “Hai fatto come per la Pugsley, sempre attraverso Gianpaolo ? Allora non vedo la possibilità di averne una anche per me…”
“Basta fare un bonifico a Mauro B. , se vuoi ne ordino un’altra per te domattina non ti disperare… Adesso è lui l’importatore in Italia.” Il tono scanzonatorio di Gianni nel ruolo di Eolo mi aveva fatto sentire pronto a riprendere come Odisseo la navigazione rapito dal canto delle sirene. Mauro B. , uno dei pionieri della distribuzione dei marchi Americani in Italia padre spirituale di Raceware, aveva preso ad importare i due marchi grazie ai trascorsi che lo legavano a un commerciale di QBP al tempo: il mercato Italiano valeva per il loro percepito come quello dell’Oregon ma gli fu data una possibilità.

Appena vestita, aveva il fascino da sirena, non cercai di buttarmi sulle rocce e non sono finito nei gorghi di Cariddi, ma andammo sui pendii che sovrastano San Bartolomeo al Mare, teatro di un’epica, in quanto tra le prime organizzate da Enrico G. , SuperEnduro. Mi presentai al campo di battaglia di buon mattino, Gianni voleva testimoniare da buon Aedo l’agone. Salii lesto lungo le rampe che come cicatrici di mille battaglie disegnavano il fianco del monte e mi preparai alla discesa. La FarGo è una finta rigida, il suo telaio in sano acciaio sa adattarsi con dolcezza alle asperità del percorso, le sue ruote da 29″ annullano le buche, o per lo meno ne attenuano la gravità. Profilo dei pneumatici adorabilmente semislick, perché con le 29″ le gomme sono un dettaglio, il manubrio una curva stradale che si apre come le ali di un’aquila (John Tomac ne sarebbe orgoglioso), dischi rigorosamente meccanici e sella senza alcun ammennicolo riduttivo della corsa. Ma il suo pregio nascosto dalla sua forma allungata verso il basso è la geometria che fa invidia ad Euclide, Ross Shafer avevi ragione. Scendo deciso come quando Odisseo tese l’arco per far passare il dardo tra le fessure delle dodici scuri; peccato che non considerai la pressione dei pneumatici, spesso scendo livelli molto bassi e forai, quindi buttai un sacco di tempo visto che avevo solo le toppe, lascio a voi il dirambo poco elegiaco di Gianni “sei il solito animale”. Persi la sfida temporale, ma capii che la FarGo avrebbe aperto un nuovo (seppur antico per uso) filone fuoristradistico: la bici da avventura, semplice ed essenziale, l’esametro epico della pedalata. Null’altro.

FarGo è comoda, silente si carica delle sofferenze del biker: gli appoggi sono tagliati su misura, ti senti tutt’uno con l’ampio manubrio e la strada sterrata, bocciardata o malamente asfaltata scorre come lo Stige… Impetuosa e rapida. Il suo nome lo si può leggere come FarGo (lontano andare) oppure come più correttamente il nome di un film dei fratelli Cohen sottolineato dal riferimento al manubrio il mio amatissimo “Woodchipper” che per chi non fosse avvezzo ai lavori forestali è un macchinario che riduce in frammenti la ramaglia quando si disbosca: nel film è protagonista della scena più macabra dove uno dei due rapitori dopo una discussione senza senso viene ucciso e smaltito con la cippatrice (in Italiano). Tutti i prodotti di Salsa e Surley sono riferiti a citazioni di film, FarGo non poteva essere da meno: penso sempre a quante sostanze psicotrope ora legali in molti stati dell’Unione sono state consumate durante il progetto e la costruzione dei telai con sottofondo musicale “Hit from the Bong” dei Cypress Hill in loop 24 ore su 24. Ogni uscita con FarGo era come la lettura di una sceneggiatura, ti sorprendeva ogni volta per i colpi di scena che ti offriva.

Orbene, iniziai la mia Odissea sui pedali: non esisteva in quel momento il bikepacking sarebbe arrivato in seguito avevamo le borse laterali oppure il carrellini B.O.B. che ti permetteva di portarti carichi sostenuti, partii con un amico come Eumeo assai fidato che poi si sarebbe buttato nella produzione di borse specifiche qualche anno dopo ed attraversata la valle dell’Eridanio ci portammo lido dopo lido su un isola al largo di Hvar. Lì trovammo ospitalità come Odisseo da Alcinoo re dei Feaci, stanchi e distrutti dal caldo torrido che ci accompagnò senza mai lasciarci. Percorremmo più di mille chilometri con qualche migliaio di metri di dislivello, 24 kg di bagaglio stivato sul B.O.B. , in sei giorni: più la pedalavo e più aumentava il desiderio di farlo! Il mattino dopo aver dormito in tenda, riprendevo a pedalare fino a sera, senza alcun indolenzimento, cullato dalla posizione in sella. Seconda dimostrazione di impareggiabile perfezione. Sempre più convinto dell’ecletticità prepotente del mezzo, continuo a pedalarla su tutti i terreni ed apprezzarla in ogni suo dettaglio: il fatto che sia essenziale, ma non banale si badi bene, esclude tutto ciò che si potrebbe rompere, complicazioni con sospensioni e revisioni delle stesse, una stabilità straordinaria, una più che discreta maneggevolezza e un’incomparabile perfezione in ogni gesto di guida; fedele come Argo, ti asseconda in ogni tua richiesta.

Proposi a Gianni di riprendere il viaggio. Rimontate le borse ci mettemmo sul fianco di Eridanio seguendo la corrente del fiume fino alla sua foce, incontrando i capricci degli Dei del ciclismo che per nulla mossi a compassione, non ci diedero protezione né dalla pioggia battente né dal vento contrario: non a caso si tratta dell’Odissea.
FarGo è la BICICLETTA, nella culla della MTB è considerata di fatto una delle miglior biciclette di sempre la compagna ideale per il biker: vai in vacanza viaggiando, ti avventuri sui sentieri di montagna, macini chilometri sulle strade asfaltate, se te la senti partecipi a manifestazioni sportive o fai una passeggiata lungo l’argine del fiume con la famiglia.
Non sarà il cocchio solare di Elio, ma sicuramente rientra nel mito: un mezzo concepito per gli Dei, donato ai mortali pedalatori per alleviare le fatiche, qualunque strada si voglia intraprendere. FarGo nell’ambito del mito moderno è la Range Rover delle biciclette un mezzo senza tempo, che non vi stancherà mai ed ogni volta vi sorprenderà come un romanzo epico.
Non ho mai smesso di amarla e utilizzarla in tutte le sue sfaccettature che hanno dato vita a decine di cloni che non l’hanno mai eguagliata; ha fatto crescere il gravel, l’adventure ed il bikepacking e con essi raduni non competitivi su grandi distanze senza alcun supporto se non una traccia GPS che sono diventati appuntamenti imprescindibili.

Quel giorno che Gianni la vide ultimata con tutti i suoi accessori per la prima volta, capì immediatamente che sarebbe stata la degna protagonista di una storia infinita anche se tutto ciò, secondo Gianni, è riferibile solo alla Fargo Gen1 e al massimo alla Gen2 ma non ai modelli, più commerciali, che QBP ha poi dovuto produrre negli anni immolando il prodotto sull’ altare della commerciabilità ad ogni costo …

Pro-Meide- Libro III – La (D)evoluzione gioiosa del Biker

15 Apr 2020

Libro III – Cap. II

La (D)evoluzione gioiosa del Biker

¡ mamma mia ! Abbiamo inseguito l’evoluzione tecnica come bloodhounds all’inseguimento della pista di sangue lasciata del cinghiale nei rovi stagione su stagione. L’estate ma soprattutto d’inverno aspettando che le tracce si trasformassero in una cattura esaltante per la nostra guida: forcelle, ammortizzatori, manubri, caschi, maschere, gomme, dischi, trasmissioni con corone e pignoni con più rapporti. Eravamo di fronte alla prova empirica del big bang dei desideri e della nostra frenesia di volerci ricoprire da tutto questo come fossimo investiti dalla nube piroplastica di un eruzione vulcanica. Il rapporto con la propria adorata bimba si faceva sempre più difficile, che fosse la classica crisi del settimo anno? Avevamo perso la testa per l’ultimo telaio con la sospensione passata da 120 a 130mm? Il passaggio da nove a dieci rapporti ti aveva fatto lo stesso effetto degli spinaci a Braccio di Ferro, pronto a salvare la tua amata? La regolazione della compressione a bassa ed alta velocità della forcella appena presentata come fosse la playmate del mese sulle riviste, aveva provocato pulsioni adolescenziali? Forse era arrivato il momento di un periodo di ripensamento per riequilibrarsi, tornando poi a sentirsi libero da tutte quelle sovrastrutture che ci eravamo messi addosso, per poter ritornare ad essere nudi e correre felici verso una nuova avventura.

Il denudare non tanto se stessi ma la bicicletta per renderla nella sua forma più essenziale, minimale e diretta aveva come sempre preso vita in California dove negli anni sessanta i figli dei fiori erano il risultato della contestazione di una società votata al consumo che non badava molto ai bisogni essenziali: del resto passavano gran del loro tempo nudi. Questo spirito minimale era nel patrimonio genetico di moltissimi Bikers della mia generazione perché quando eravamo piccoli le biciclette avevano un solo rapporto, i cambi erano predominio di quelle da corsa che sotto il pantaloncino in lana dei campioni sfrecciavano durante il giro di Lombardia; l’istante del passaggio era esaltato dai comandi cromati che ti facevano l’occhiolino dal tubo obliquo. Noi al massimo potevamo sognare di avere una Saltafoss con il cambio a leva a metà strada tra il sellone ed il manubrio in stile BMX con tanto di tabella portanumero ma giravamo con una Roma Sport, spogliata di tutto. Crescendo ci saremmo dimenticati di tutto questo, salvo ripensarlo quando salimmo in sella alla prima MTB che di quello aveva poco e niente salvo il piacere di riempirsi di polvere lungo i sentieri in riva al fiume.

A metà del primo decennio del terzo millennio, l’arrivo delle 29″ fu un tocca sana per la (d)evoluzione della bimba: si aprì l’epoca d’oro delle MTB con un solo rapporto note anche come Single Speed (SS). I “Bikers Dropout” della California volevano riprendersi la semplicità con pochi orpelli dopo aver passato anni ad ingollare l’evoluzione tecnologica erano nella fase postuma della sbornia: per disintossicarsi avevano bisogno di robusti telai in acciaio o in raffinato Titanio. I più ortodossi quelli che si erano pentiti come in un incontro degli alcolisti anonimi, consideravano la forcella ammortizzata un insulto alle caratteristiche meccaniche delle tubazioni quindi forcelle come la Truss di Jones Bikes erano il segno distintivo di chi voleva anche un certo confort di marcia senza mettere su troppo peso e soprattutto niente cambio perché come diceva sempre Henry Ford “meno componenti ci sono in un auto, meno rotture avremo”. Le ruotone avevano ed hanno un vantaggio innegabile, una volta che ti metti in moto, come sapete sono più lente in partenza per l’effetto volano dovuto alla dimensione ma ti fanno fare molta più strada a parità di rotazioni, seguendo questo postulato Black Sheep Bikes presentò nel 2008 una 36er SS in titanio. Questo dettaglio potrebbe sembrare un concetto assodato e lapalissiano ma fa la differenza se utilizzate una trasmissione single speed dove generalmente si utilizza un rapporto 2:1 (32 denti la corona abbinata ad un pignone da 16 questo è un rapporto molto utilizzato, poi sta al biker scegliere una rapportatura adeguata in base al proprio allenamento ed alla durezza del percorso). Pedalare senza l’uso del cambio fa si che il cambio siano le vostre gambe che variando l’intensità di pedalata, vi permettono di affrontare anche  i percorsi fuori strada.

Altro obbiettivo della (d)evoluzione gioiosa del binomio biker, bimba è il peso: a parte mettersi a dieta che comunque è positivo al di là dell’uso della single speed da parte del Biker la scelta dei componenti si riduce drasticamente, visto che ci sono manettini, pacchi pignone, cambio etc. etc.  Dopo aver intrapreso questa confessione, vedete da qualche tempo come demoni le sospensioni ed i reggisella telescopici con il risultato che avete raggiunto la comprensione del Mu, concetto del buddhismo Zen, ovvero la visione dell’essenza. Per esaltare questa semplicità dando un poco di confort al monaco Biker i manubri presero forme inusuali rispetto a quelle che contraddistinguevano le MTB: “moustache”, “demimoustache”, “H-bars”, “Lone Star” erano soluzioni che facevano bello sfoggio, sempre con minimale rispetto degli insegnamenti in testa alle forcelle.

Gianni a differenza dei Anabattisti Californiani non era un pentito dell’evoluzione, non aveva lasciato cambio e deragliatore per una sbornia, è notoriamente astemio. Questa nicchia lo affascinava, soprattutto perché intrecciava raggi e catena con le 29′ sua folgorazione passionale e giocare con la semplicità faceva bene anche al Marnati, il braccio meccanico che di scatto fisso e mono-rapporti ne era grande cerusico, grazie ai suoi trascorsi da meccanico “Pistard”. Così decise di avere nella scuderia Pro-M componenti da abbinare ai telai dedicati che aveva in mente di proporre: individuò nella componentistica White Industries (Doug White lo aveva conosciuto nel lontano 1998 al Bike Festival di Riva del Garda), un perfetto e raffinatissimo produttore del nord della California, quella che faceva luccicare gli occhi sempre nel rispetto del pensiero Zen. La cura della lavorazione era evidente nelle finiture dei pezzi: i mozzi Eno, i rocchetti SS, i pignoni a scatto fisso, le corone per la ricchezza di dettagli ti lasciavano senza fiato, nemmeno fossi di fronte ad una scultura del Bernini. Spesso ci dimentichiamo che l’artigianato è una delle sfaccettature dell’arte: lo scultore usa il marmo per dar forma alla sua ricerca del bello, l’artigiano più modestamente usa il metallo in questo caso per creare forme che siano funzionali ed eleganti come giusto che sia un opera di arte moderna quale una bicicletta SS.

Quindi iniziarono nella sala operatoria di Via Delfico l’assemblaggio di svariate 29″ dotate di componenti White Industries che poi avrebbero dato modo a Gianni di eseguire prove e collaudi per trovare i rapporti adeguati al fine di non lasciare un polmone sui sentieri di montagna o sulla montagnetta di San Siro che per i collaudi sembrava fatta apposta. Visto che i componenti non erano facili da recuperare in Italia, il negozio di via Principe Eugenio 29 era diventato un punto di riferimento per gli appassionati, che anche da noi iniziavano a farsi vedere: come tutti quelli che praticano discipline di nicchia, ne so qualcosa dato che pratico il Telemark da quando salutai Erik il Rosso in partenza per la Groenlandia dal fiordo di Bergen, si tende a fare gruppo si hanno rituali quasi magici e generalmente cerchiamo il “Druido” che ci possa dare la pozione per la nostra passione. Così Gianni da druido certificato entrò in contatto con Stefano S. aka Spiedo, il capo tribù dei Los Lobos della Bassa, un gruppo di veri rustici adoratori delle single speed in quel della provincia di Cremona. Fu un incontro tra officianti più che tra cliente/negoziante, si trovò subito una sintonia che sfociò in uscite di pura goliardica complicità e nella diffusione del movimento anche attraverso l’abbigliamento ideato da Spiedo il “BICICLISTA”, un modo di vestire abbigliamento tecnico che fosse piacevole come un giro in bicicletta, caratterizzato da un design apparentemente minimale ma fortemente personale.

Gianni nel frattempo aveva messo in strada parecchie realizzazioni usando telai Linskey, Niner, Vodoo bikes dando sfogo alle sue idee sempre caratterizzate da pesi da squalifica per anoressia indotta… E tanto perché se sei impallinato per la legge transitoria di aggregazione ne trovi un altro uguale o messo peggio di te, si trovarono a sviluppare un marchio “LOS LOBOS CYCLES” destinato ai telai costruiti per le single speed. Tiziano Zullo, telaista che fa parte della mitologia dei saldatori degli otto tubi fin dal 1973, fu coinvolto nello sviluppo della “Hija de los lobos” prima e non unica realizzazione per celebrare la grande adunanza della non gara, la “Rockville” che ogni fine anno ancor oggi viene santificata nella bassa – a Roccavilla appunto -con tanto di sacrifici di suini come solo lì sanno fare. In quell’ occasione Spiedo produsse per Gianni una maglia Biciclista in tinta con la sua bimba !

Certo che a parte il gioco un poco di competitività nel Racing Team c’era e per ben tre anni dal 2008 fino al 2010 non si mancarono i campionati Italiani SS che avevano attratto tutti quelli che volevano ritornare bambini. Le single speed sono poi pressoché scomparse come alcune specie estinte a causa dei cambiamenti ambientali, perché erano inadatte ad un impiego gioioso sui sentieri di montagna: le single speed hanno vissuto momenti di grande bellezza, risate e sincere dispute a suon di birre artigianali e così mi piace ricordarle, Prosit!

Pro-Meide – Libro III – Alcuni cambiamenti non sono poi tanto male

14 Apr 2020

Libro III – Cap. I

Alcuni cambiamenti non sono poi tanto male…

Il fine decennio visto che era stato brevissimo, stava ad un battito d’ali di un colibrì, l’arrivo delle 29″ dalla fine del primo lustro aveva aperto nuovi orizzonti tante situazioni si erano create ed altre spazzate via senza un preciso motivo, forse perché la spinta propulsiva della ricerca fatta dagli innovatori era stata distrutta dai colpi di mazza delle grandi imprese e dei fondi di investimento che avevano investito vedendo lauti guadagni. Le aziende medio-piccole di sospensioni avevano dovuto gettare la spugna sul ring della ricerca messe al tappeto da avversari di peso superiore: anche Rockshox e Manitou che erano state in prima linea dai tempi eroici (la RS-1 equipaggiò la Koga Myata di Greg Herbold portandolo la vittoria nel mondiale UCI del 1990) versavano in cattive acque, tanto che i loro proprietari dovettero vendere a terzi le loro creature, pur quanto fossero ormai sdoganate nei primi montaggi delle MTB nel terzo millennio. Insomma tanto sereni non si poteva stare, ti distraevi un attimo e tac! Ti spariva un prodotto di riferimento, un marchio sul quale avevi sbavato come una lumaca sulle foglie di lattuga, un produttore di componenti talmente costosi che ti aveva fatto giurare, perché un poco ti vergognavi di ammettere che pur di averli avresti fatto la via Francigena sui ceci per scontare la concupiscenza, di averli avuti da un amico al quale non piaceva l’anodizzazione viola in cambio di un classico cesto con due cocomeri ed un peperone.

Gianni si era accorto presto di questa arietta frizzante che avrebbe portato una burrasca nel nostro mondo. Le logiche commerciali delle grandi aziende portavano a livellare verso il basso i prodotti con grandi margini di guadagno spostando le attività produttive in Taiwan, lo andava dicendo da tempo, è la globalizzazione… Baby. Comunque fosse, Pro-M aveva una missione: proporre biciclette uniche ed inusuali e la ricerca di nuovi componenti era un punto sul quale profondeva molto tempo. Ora folgorato dalla luce della ruotona era impegnato nel diffondere il verbo delle 29″, osteggiato dai più e così facendo come forse sapete, si finisce spesso in croce, poi dopo con calma tutti quelli che avevano chiesto la tua esposizione, abbracciano la fede sostenendo di non essere mai stati avversi e che se lo avesse detto era pur un errore di interpretazione dovuto sicuramente al frastuono della della discussione, peccato per loro che verba volant, scripta manent… Ci sono innovazioni che a volte sembrano banali, ovvie e spesso scontate fin tanto che qualcuno non ha la buona idea di metterle su carta poi nel garage di casa con caparbietà e dove non arriva il cervello il fedele martello ti dà un aiuto sincero. Tutto nasce da una necessità, che poi sarà trasformata con guadagno in virtù, la storia dell’ingegneria è piena di esempi: pensate a Tullio Campagnolo che brevettò lo sgancio rapido del mozzo della ruota mettendo in pratica un idea avuta in occasione di una gara in cui ebbe la difficoltà nel togliere la ruota posteriore per cambiare rapporto, durante la scalata del Passo Croce d’Aune.

Altre idee pur quanto innovative negli anni ottanta dello scorso secolo non avevano lasciato che un flebile ricordo: prima delle forcelle e delle sospensioni posteriori il concetto era quello di sospendere il Biker non la bicicletta. Tom Ritchey fece correre Henrik Djernis, grandissimo ciclocrossista danese che vinse tre mondiali consecutivi con la sua P-21 in acciaio, con attacco manubrio Softride, costruendone poi per Thomas Frieschknecht una dotata del Softride Beam, un braccio in carbonio che ancorato ad un tubo orizzontale lillipuziano fungeva da tubo reggisella che smorzava le vibrazioni in fuoristrada. Per denaro, si corre con questo ed altro ma come evidenziato dalle realizzazioni successive legate alle sospensioni integrate alla bicicletta, di questo mirabile esercizio ingegneristico ne rimane ben poca memoria, fu applicato sulle biciclette da Triathlon ma fu alla fine il canto del cigno di questa tecnologia. Ora avevamo le sospensioni, tendicatena efficienti, freni che facevano il loro sporco lavoro sempre e se avevi il modello giusto anche senza colorati accessori, pedali a sgancio efficienti insomma eravamo ad un bel livello, con l’arrivo delle 29″ un nuovo mondo da esplorare confortati da innovazioni anche nelle geometrie dei telai, che cosa desiderare di più?

Da quando avevamo iniziato a pedalare fuoristrada un componente era inamovibile, il tubo reggisella: stava lì come l’obelisco Lateranense nel suo basamento chiuso dal collarino sul tubo verticale. Dopo che il meccanico ti aveva messo in sella fatta la posizione non ne voleva più sapere di muoversi, non tanto per lui ma per il Biker che sentiva la variazione di un millimetro come un affronto alla sua prestazione domenicale, non volessi mai che potesse soffrirne l’articolazione. Nei primi anni della DH la posizione era più prossima a quella del record dell’ora che ad una seduta su una moto, solo in seguito la sella fu abbassata come sulle BMX, giusto perché vi fu un travaso di atleti da questa disciplina. I pionieri del Freeride Wade Simmons, Brett Tippie e Richie Schley noti come FROrider la leggenda, iniziarono a pedalare con la sella in una posizione intermedia per poter affrontare al meglio i rilanci o i cambi di ritmo. Ma a parte un esperimento di metà degli anni novanta di un reggisella reclinabile che sembrava una buona idea, l’evoluzione sembrava vittima di calma piatta dalla quale uscirne sembrava fosse essere cosa lunga. Per rendere più facile la guida l’unica soluzione erano i collarini a sgancio rapido (sempre un doveroso grazie al Sior Tullio) ed alle tacche sul retro del tubo stesso che davano un idea al biker di quale fosse l’altezza corretta in pedalata: quindi non abbassavi la sella fin al momento di affrontare la discesa, se trovavi rilanci o tratti in salita erano solo affari tuoi, potevi bruciarti i quadricipiti oppure come nella più ortodossa della giuda da ciclocross scendevi e ti facevi il pezzo di corsa, ma il più delle volte trascinando i piedi fasciati dentro scarpe dalla suola rigidissima, le morbidose suole 5 Ten erano ancora dominio dell’arrampicata sportiva, bestemmiando in preda ad una sincope respiratoria.

I reggisella erano raffinatissimi, si cercava la leggerezza e la rigidità massima con la testa che teneva la sella ben salda ancorata da due gusci che si chiudevano come fossero le valve di una trinacria; era un motivo di soddisfazione esibire un Thompson frutto di una lavorazione meccanica di altissima qualità senza segno alcuno sullo stelo solo il logo laserato disturbava l’anodizzazione nera la più amata dai Bikers. Era una promozione nell’olimpo della raffinatezza, quasi come avere uno scarico Akrapovic sul GS, in fondo anche di questo si nutre il proprio io. Dovete sapere che c’è una gravissima patologia che ha mietuto vittime tra i Bikers, Gianni ne era affetto da tempo immemore: il non sopportare la presenza di alcun microscopico segno sul reggisella dovuto all’abbassamento od al sollevamento dello stesso, avrebbe potuto provocare il ripudio dello stesso con tanto di annullamento del matrimonio con il telaio: quindi essendo fedeli e felici di averlo sulla sua bimba non ha mai abbassato la sella. Vi lascio immaginare quanto fosse un esercizio di fine equilibrismo il non cappottare in avanti sulle discese più impestate, ma non c’era nulla da fare, piuttosto si sarebbe fatto riempire di abrasioni su braccia e gambe ma non avrebbe mai ceduto all’onta degli sfrissi. Visto che era un problema riconosciuto globalmente, qualcun altro dall’altra parte dell’oceano, tanto per ribadire il fatto che fossero in quel momento sempre tre passi più avanti di noi, che ne soffriva trovò la soluzione: rese il reggisella telescopico. Gianni che non perdeva giorno per informarsi su come migliorare il proprio divertimento navigando per siti specializzati e manifestazioni vide quello che aveva sempre desiderato, una cura al suo fastidio. Non c’era in quel momento in Italia nessun prodotto come quello: scrisse immediatamente una mail a Gravity Dropper il produttore del Turbo Seatpost per iniziare una collaborazione e distribuirlo tramite  Pro-M.

Quando ricevette il primo esemplare fu vista da noi come la scoperta di un antidoto, finalmente un prodotto che eliminava totalmente il fastidioso problema: potevi alzare ed abbassare a piacimento tutte le volte che volevi e senza scendere, aprire e chiudere il collarino, la sella rendendo fluida l’azione lo trovai una delle più grandi innovazioni della MTB. Gianni come sempre aveva visto oltre la siepe, importando per primo nel bel paese un prodotto che sarebbe diventato fondamentale sulle bici degli anni successivi.
Il Turbo Seatpost era in realtà molto semplice: totalmente meccanico, aveva tre posizioni comandate da un manettino che andava posizionato sul manubrio con 100mm di corsa era un balzo nel futuro, una nuova era si aprì e fu accettata subito da chi voleva divertirsi e non soffrire. Il peso 410 gr. sembrava ad i soliti amanti delle bici anoressiche un insulto, ma i vantaggi una volta provato erano talmente tanti che due etti in più due etti in meno facevano l’effetto del prosciutto sulla bilancia del pizzicagnolo, più peso più gusto…
i soliti detrattori lo trovavano bruttino, visto il soffietto protettivo sullo stelo scorrevole ed il passaggio cavo fissato come un cavo della linea elettrica in una baraccopoli non era sicuramente il massimo dell’estetica, ma faceva il suo dovere: funzionava sempre, non ti tradiva in nessuna situazione. Unica accortezza la dovevi avere nella fase di ritorno alla posizione di pedalata, perché il nome Turbo non era per nulla immeritato: la forza era tale che avrebbe potuto espellere un pilota da un F15, tanto era veloce o nel peggiore dei casi renderti una voce bianca cantore nella cappella Sistina. Le odi al pezzo le abbiamo cantate sempre da lì in poi, chi avrebbe più fatto senza?

Pro-Meide – Libro II – Chi l’ha visto?

13 Apr 2020

Libro II – Cap. X

Chi l’ha visto?
(Un’indagine sulla misteriosa scomparsa di un gruppo di Bikers)

Uno squillo prolungato lo fece sobbalzare dalla sedia. Qualcuno aveva suonato al citofono, il carabiniere di piantone aveva guardato con aria sconsolata nel video di sorveglianza chi fosse così mattiniero di lunedì mattina. Apriamo alle 10 in punto ed ecco che alle 10 e ventitré secondi abbiamo il primo questuante della giornata si ripeteva a voce alta mentre teneva premuto il pulsante della risposta e trangollava ustionandosi la gola, l’ultimo sorso di caffè che scandiva la partenza della sua messa in servizio. “Vorrei fare una denuncia.” L’uomo alla porta alzò la testa guardando diritto l’occhio della telecamera, il Mergozzo, vento freddo e fastidioso messaggero di brutto tempo si materializzava in raffiche repentine, aveva preso a giocare con i suoi capelli scompigliandoli come Shanghai sul tavolo di gioco, stanco di prendersela dei fogli di giornale che aveva accumulato al cancello della caserma. L’uomo accostò la porta che non ne voleva saperne di farsi chiudere con decisione, il viso si illuminò di un tenue rosso dovuto alla temperatura accogliente della sala d’aspetto dove il suo occhio si fermò su una rivista di MTB che stava aperta sul tavolino di fronte, si mise seduto su una sedia in attesa di essere ricevuto, mentre il vicebrigadiere, aveva inquadrato la sua qualifica dai gradi argentei sulle spalline, un uomo suoi trentacinque con un pizzetto molto curato e con un fisico che non nascondeva la sua indole atletica stava riponendo alcuni fascicoli in una scaffalatura a destra della scrivania. “Mi scusi, sa al mattino prima di iniziare con l’apertura al pubblico mi tocca sistemare le pratiche, siamo sotto organico e le faccende non si sbrigano da sole, spesso si accumulano. Mi diceva al citofono che è qui per sporgere una denuncia…giusto?” Il Vicebrigadiere era uscito dalla portineria e tenendo le mani sui fianchi si posizionò sulla porta. L’uomo si alzò e si avvicinò rimettendosi in tasca il telefono che aveva squillato almeno tre volte e per tre volte aveva rifiutato la chiamata limitandosi a guardare sullo schermo chi lo avesse cercato. “Buongiorno, sì ha capito benissimo debbo sporgere denuncia… Una denuncia di scomparsa di persona.”

Il viso del Vicebrigadiere non nascondeva una certa inquietudine rientrò nella portineria e sollevò il telefono; dal labiale l’uomo riusciva a comprendere in grandi linee quello che si stavano dicendo, non era la denuncia di smarrimento dei documenti dopo uno sciagurato passaggio in lavatrice, sembrava qualcosa di più impellente visto il gesticolare convulso che accompagnava il dialogo. “Venga con me dal mio comandante, vuole parlare con lei per capire come muoverci in base alla sua deposizione… Ovviamente.” Lo accompagnò lungo il corridoio dove si affacciavano una serie di stanze adibite ad uffici invitandolo ad entrare nell’ultima in fondo a sinistra la più ampia, illuminata dal sole che perforava le tende socchiuse creando una sorta di aurea sulla porta dove il Vicebrigadiere bussò per annunciare la visita. “Comandante hai il denunciante, il sig. Biffi”. Il comandante stava seduto alla scrivania armeggiando sulla tastiera del PC con fascicoli buttati un poco alla rinfusa ed alcuni aperti di fronte, sotto lo sguardo benevolo del ritratto del Presidente della Repubblica e quello istituzionalmente severo del Capo dello Stato Maggiore della Benemerita; la settimana come da regolamento lo aveva accolto con un mare di scartoffie. “Presidente! Ma che piacere rivederti, il mio vice mi ha detto al telefono che c’era qualcuno in attesa per una denuncia di scomparsa mai, ma dico mai, più avrei pensato di vederti qui da me. Allora di che si tratta? Chi è scomparso? Un parente immagino, un allontanamento volontario? Se sporgi denuncia posso capire che la cosa sia delicata visto che avresti potuto farlo dai colleghi che stanno nella stazione vicino a casa tua. Se sei qui vuoi che sia più discreta la questione o come mi vien da pensare sia accaduto in zona di mia competenza.” Il comandante Matteo G. conosceva assai bene Gianni Biffi erano entrati in contatto a causa dell’amicizia comune con il Freak che era diventato da tempo suo solidale nelle scorribande nei boschi dietro la caserma, anche lui aveva il sacro fuoco della MTB costantemente acceso nei pensieri. Si alzò gli strinse vigorosa la mano invitandolo ad accomodarsi alla scrivania di fronte a lui, ordinò la cortesia di portare un paio di caffè al vice che stava per riprendere il suo turno quotidiano e chiuse la porta del suo ufficio.

“Allora Presy, inizia a raccontarmi di questa faccenda, devo farmi un idea spero più chiara possibile per poterti aiutare: in caso di scomparsa dopo aver stilato la denuncia compreso la lettura e la tua firma in calce devo organizzare le ricerche, quindi dobbiamo innanzitutto avere un quadro dell’accaduto.” Dopo una breve pausa per il caffè, seguita da un respiro profondo accompagnato da un tirar su di naso dovuto alla rottura del setto nasale, adorabile ricordo di uno dei tanti incidenti nei boschi, Gianni iniziò ad esporre i fatti. “Sono venuto da te perché mi fido, so che sei una brava persona: per questo considera che quello che ti sto per raccontare se lo facessi a qualcun altro dopo avermi ascoltato mi farebbero ricoverare per un TSO, quindi ti prego di valutare correttamente le mie dichiarazioni.” Gianni aveva preso una caramella dal vaso che golosamente Matteo teneva sul tavolo sotto la finestra, si aprì il giubbotto sul petto ed allungò le gambe gustando una Rossana alla crema. “Non sto per denunciare una sola scomparsa di una persona, ma una serie di scomparse. Dovrei metterle in ordine cronologico, ma non riesco a dare una precisazione temporale ai fatti. Il filo che li lega è la passione a volte ossessiva per la MTB, erano clienti poi diventati amici, facenti parte del Racing Team persone con cui ho condiviso uscite domenicali ed Epic Rides, circa una dozzina di persone in maggior parte uomini sai com’è di donne in questo sport ce ne sono poche solo un paio, in effetti sono due.

La prima scomparsa risale a tanti anni fa quasi non me lo ricordo più che viso avesse l’unico dettaglio gli occhiali ed il codino e nemmeno come si chiamasse in realtà, lo chiamavamo “Bruno che BBBici”, era un monaco Hare Krishna, aveva credo intorno ai quarant’anni ma aveva un aspetto che rendeva difficile dare un età definita; faceva il cuoco al ristorante vegano dell’associazione in via Valpetrosa un vicolo laterale di via Torino a Milano. Nei primi anni di Pro-M era venuto da me per prendere una ShockWave: la volle rossa, era talmente orgoglioso della sua bimba che ogni piè sospinto le regalava qualche componente nuovo, manco fossero dei mazzi di fiori. Questo lo mise nei guai con i suoi superiori che lo punirono facendogli vendere la bicicletta perché aveva rotto il Sannyas, il voto di povertà e rinuncia, mettendolo a fare esercizi spirituali dalla sera alla mattina per purificare il suo spirito viziato dal materialismo. Ultimo avvistamento lungo il Fiume Adda vicino ad una cabina elettrica dismessa, altro non so… Svanito.” Matteo annotava su un blocco a righe le parole di Gianni. “Va bene, poi miglioreremo il profilo intanto andiamo avanti con gli altri, bisogna contestualizzare il periodo, altrimenti ci troveremo in difficoltà con le ricerche. Lo so che i ricordi spesso sono cattivi indizi ma ti chiedo di essere più preciso possibile.” Gianni fece un cenno di assenso muovendo rapidamente la testa su e giù.

“The Vice” il mio vicepresidente del Racing Team, che dopo aver fatto parte del nucleo creativo delle pubblicità degli inizi e avendo anche lui fatto parte di gite e lunghi fine settimana in Costa Azzurra ha iniziato a perdersi tra una festa ed una sfilata di moda, qualche fidanzata che lo ha segnato nell’anima tanto che divenne vegetariano salutista, scomparendo anche dai telefoni lui che ne aveva sempre due e passava più tempo con il telefono che con se stesso… Anche di lui non abbiamo più notizie da tempo ormai.

Daniele T. il segretario, che nonostante un’amicizia che durava da anni travolto dal lavoro e dalle faccende anche extra quotidiane si è perso nelle nebbie della bassa Varesina. Non lo abbiamo più visto la sua immagine svanita come una polaroid lasciata al sole.

Donato M. l’uomo che non aveva mai un giorno intero per lui… Doveva rientrare tassativamente entro le12:30 a casa ogni Domenica nemmeno fosse di servizio in caserma. Tutto preso con l’attività di famiglia, lo capisco ma un giorno se ne è schizzato in mezzo ad un bosco ed è scomparso… Era sempre un cinghiale impazzito forse per questo lo ha portato staccare anche lui dal telefono… L’utente non è raggiungibile.

Guglielmo F. aka il “Serial Killer” lui forse lo era veramente, sai io, noi ci si scherzava sul suo aspetto che avrebbe fatto la gioia di Quentin Tarantino se lo avesse scelto per un suo film. Come un serial killer compariva, colpiva durante le gite e spariva… Chissà dove; di lui non ho alcun ultimo avvistamento è svanito e basta.

La “Speedy” una ragazza che a volontà non è seconda a nessuno, una capa tosta che dopo aver dato di tutto di più nelle 24 ore in solitaria, ha iniziato a lasciarsi andare con le moto da enduro sparendo dentro una nuvola di gas di scarico al profumo di olio ricinato talmente fitta che non l’abbiamo più ritrovata.

“D(a)ino” il fanciullo dalle grandi orecchie che da Sesto veniva sempre al tempio, sempre arrangiandosi tra un trick e track e qualche errore di troppo, si perdeva dietro a sogni che non si poteva permettere di realizzare, ultima volta avvistato in sella di una bicicletta da turismo con gomme 700×42 quando tutti eravamo in giro con le 26′, andava talmente veloce che come “Road Runner” è sparito dai radar.

“Red Moho” era sempre stata con noi, se penso che l’ho conosciuta verso il Larès Brusàa in compagnia di suo marito, da quel momento sarebbe stata con noi, con il team ma dopo aver abbandonato la sua Mountain Cycle non si sentiva più a suo agio… Le donne si sa sono scontrose delle volte e penso che sia sparita anche per questo. Aveva in mente altre mete quelle sottomarine, scomparendo nelle acque dell’arcipelago Toscano.

Maurizio aka “Spiderman” un adepto della prima ora uno che officiava tutte le cerimonie con e senza sua moglie Red, un cuore da motociclista amante dei viaggi e compagno di molte uscite in qualsiasi condizione. L’ultima volta l’ho avvistato mentre litigava con una canna da pesca da mosca, non credo mi abbia visto pur quanto lo chiamassi a gran voce, sembrava trasfigurato dal movimento ondulatorio del lancio dell’esca. Non penso se lo sia portato via un temolo ma comunque scomparso.

“Il Cencio”, Fabio C. un biker con qualche chiletto in più rapito alla creatività. In settimana a disegnare borse e astucci, alla Domenica a seguirci ovunque anche come “Stoker” del Freak che denota un certo sprezzo del pericolo… Ti vorrei vedere stare seduto dietro di lui… Un giorno sparì come il foglio su cui hai preso le note e per chissà quale incantesimo passa nel trita-carta impedendoti di ritrovarlo.

Ahhhh… Sì… “Spina Pazza”. Un concentrato di ossa e nervi con un paio di occhi spiritati, cosa che tu potresti pensare per un uso massiccio di sostanze psicotrope… Nulla di più errato… Tutta natura. Era fuori così da quando ne ho memoria, era talmente una scheggia impazzita che si buttò anima e core nel bici trial. Il suo fantasma aleggia ancora al Ponte di Paderno dove alcuni automobilisti sicuramente in preda ad allucinazioni da traffico, credono di vederlo volteggiare sulle strutture metalliche del ponte. Il Freak sostiene che le unghiate sul battistero della chiesa non le abbia fatte il diavolo ma i pin dei suoi pedali. Ma se per diventare un trialista ha fatto un patto con il diavolo vuoi che per questo sia scomparso?”

Matteo depose la penna, alzò lo sguardo fece scroccare le vertebre del collo con una torsione secca. “Presy ho messo giù quello che mi hai detto. Certo che se fai una denuncia circostanziata ad un collega, questo ti prende per matto, ma non è il mio caso. Quindi che cosa vuoi fare?”
“Poi provare a ritrovarli?” Gianni si alzò dalla sedia lo guardò con aria sollevata, si mise le mani in tasca prese le chiavi dell’auto legate ad un portachiavi in argento a forma di San Andreas e si diresse all’uscita; accidenti si disse, gli toccava pure correre al parcheggio, il Mergozzo aveva portato quello che aveva promesso pioggia a catinelle nemmeno fosse in saldo…

Pro-Meide – Libro II – Epic rides

12 Apr 2020

Libro II  – Cap. IX
Epic rides – Ovvero la metrica al tempo delle gite

Se non ci fosse un motivo
di certo non mi sentirei vivo
mi spalmerei sul divano
solo con la certezza di essere un fallito relitto umano
piangendo lacrime amare
sulle mirabolanti cose che vorrei fare
non ho una ragione
la mia vita è una dorata metropolitana prigione
passo da un aperitivo
sprecando chiacchiere per rendermi attivo
ma sono di buone intenzioni grasso
pianto tutto in asso
chissà che la carta di credito
possa ai miei pensieri dare adito
perché da solo con me stesso
non sono mai nemmeno dentro al cesso
vorrei due ali
per far gridare FUCK! quanto vali
mentre volo su per i monti lontano
dal delirio economico quotidiano
(Freakrider MC su base campionata di “Born to be wild”, data imprecisata)

“Gianni ascoltami ho un idea, va bene girare alla montagnetta di San Siro ma qui si fa la storia della MTB a Milano. Voglio stilare un calendario, una serie di gite che siano fantastiche, quelle che tra 30 anni ci si trova e con qualche chilo in più e molti capelli meno potremo ricordarci di quanto fosse stato bello scoprire dei posti in buona compagnia. Potremmo proporre ai Clienti che poi diventeranno semplici conoscenti e poi magari amici, una gita in montagna al mese nel periodo estivo quando qui nel parco del Ticino diventi il distributore automatico di sangue per le zanzare che son talmente grasse che le scambi per sanguinacci volanti. Allora cosa ne pensi?” Daniele T. si allentò il nodo della cravatta, faceva dannatamente caldo dentro il capannone quel giorno di fine primavera, mentre finiva di sorseggiare il caffè che Gianni gli aveva allungato dalla macchinetta. Gianni buttò il bicchierino nel cestino e sfiorandosi il mento lo guardò negli occhi. “Daniele va bene, ma non credo che si possa organizzare tipo gita ad Orta San Giulio con vendita di set di pentole inclusa, mi piace l’idea ma dobbiamo per lo meno dare una scala di difficoltà legata alla lunghezza, al dislivello, all’impegno fisico e tecnico quello che normalmente si fa per una gita di sci alpinismo organizzata dal CAI Milano, tanto per fare un esempio terra terra.” Daniele si era messo a camminare con ritmo sincopato in circolo come un carcerato all’ora d’aria, con fare pensoso, trascinando le scarpe sul pavimento del magazzino come se avesse un paio di pattine immaginarie. Gianni come da sua abitudine organizzativa aveva chiarito che si trattava di divertimento certo, ma era necessario mettere dei paletti affinchè fossero ricordate non come le gite aziendali di un tragico Fantozzi ma come la lettura di un racconto epico.

“Va bene Gianni, me ne occupo io, preparerò un elenco di itinerari darò una scadenza mensile, ti farò delle proposte che vaglieremo e, sperando nel meteo clemente, le porteremo a buon fine… I mesi da considerare sono Luglio, Settembre e Ottobre… Agosto lo escluderei, tutti se ne vanno in ferie con la famiglia e chi non ce l’ha va a rovinarsi nei locali di Ibiza, beati loro mi verrebbe da dire… Comunque pensavo di chiamarle Epic Rides, cosa ne pensi?” Gianni annuì soddisfatto ma come sempre mise i puntini sulle i, la punteggiatura è un dettaglio determinante: scandisce le parole che aiutano a far chiarezza. “Un altro punto che deve essere ben chiaro: queste Epic Rides sono fatte da un gruppo di Bikers che in maniera autonoma e senza versare alcun esborso di denaro si trovano per fare un giro in piena consapevolezza di quello che stanno a fare. Ovvio che la descrizione del percorso debba essere dettagliato affinché non ci possano essere problemi di inadeguatezza del biker nell’affrontare il percorso, non lasceremo in difficoltà nessuno ma ognuno dovrà essere in grado di far fronte ad eventuali problemi meccanici magari banali tipo forare… Non possiamo frugare negli zaini, ma affronteremo condizioni di montagna e non sono una guida pagata per esserlo. Questa dovrà essere una condivisione di un momento fun , null’altro.” Daniele si apprestò all’uscita sollevando la mano destra con indice e medio in segno di vittoria.

Con queste idee nacque nel 1999 il primo calendario delle Epic Rides – che allora erano denominate “Gite Fun Club Milano” – ed io fui attore ingaggiato all’ultimo minuto della prima uscita quella del Bernina Express DH, da lì ne seguirono ogni anno in numero variabile da 5 a 6 per il corso degli anni a seguire. Gli itinerari erano frutto di aggiustamenti e ripensamenti di azzardi fatti nel corso degli anni da quelli che furono riconosciuti come gli scout del Racing Team, cosa che mi diede una fama totalmente immeritata di sostenitore di linee un attimo al limite o simpaticamente fantasiose ma garantisco sul mio onore di giovane marmotta che erano fatte nel nome del divertimento. Il terreno preferito da sempre furono le cime Alpine delle Alpi spartiacque tra Lombardia, Piemonte orientale e Svizzera con puntate anche verso il Passo del Gottardo: la scelta veniva fatta anche in base alla logistica offerta, nei primi tempi il gruppo non era sicuramente un’armata aveva più l’aspetto della compagnia guidata da Gandalf nel Signore degli anelli… Ma lo spirito con quale venivano affrontate e con la leggerezza che le distinguevano avevano trasformato delle linee tracciate sulle mappe in momenti che avremmo voluto riassaporare all’infinito.

Il ritrovarsi in un ambiente severo che ti faceva capire quanto inermi siamo nei confronti della natura, il portare le ruote delle le nostre amate biciclette dove fino ad allora ci erano passati solo armenti con i loro pastori ed escursionisti in una mattina d’estate , ci rendeva protagonisti di un percorso che sembrava prestabilito ma che fin dal primo colpo di pedale si mescola: il paesaggio che muta ad ogni nostro respiro affannoso dagli acquitrini, agli abbeveratoi, ai boschi, alle cime ancora innevate che sembrano non aver voglia di smettere di essere incombenti, i colori che dilagano nella nostra mente sgombrando i canali della coscienza ostruiti dalle macerie del quotidiano. L’immersione nell’ambiente attraverso l’aiuto della bicicletta è la manutenzione del nostro animo, per questo le Epic Ride erano gli itinerari della mente: le montagne si dovrebbero salire con il minor sforzo possibile e pedalando senza fretta, la velocità dovrebbe essere determinata dallo stato d’animo di Biker. Se sei inquieto, accelera e aspetterai i tuoi compagni in cima. Se rimani senza fiato rallenta, scendi da sella e respira facendoti investire dal vento. Quando ti avvicini alla meta pedali in equilibrio tra inquietudine e sfinimento: poi quando finalmente arrivi smetti di pensare ogni pensiero è un mezzo che ti libererà e ti aprirà le ali della leggerezza nell’affrontare la discesa, cosa che cambia l’approccio con il paesaggio circostante, cambia completamente. Ora nulla ti impedisce di diventare un corpo unico con la tua bicicletta accarezzi ogni sasso ogni tanto un buffetto e il tempo non è più uno spazio strutturato, riesci a vivere l’intensità del momento come se tutto si riassumesse in un fermo immagine.

Nel corso degli anni si sono avvicendati nel proporre le gite più persone qualcuno si era già perso per strada per gestire gli affari suoi, la vita non è un lungo fiume tranquillo per tutti, ma lo spirito non cambiò mai, anche se cambiarono i mezzi di navigazione che avrebbero facilitato il perdersi in montagna. Magari Daniele non aveva in mente questo quando le propose, ma le Epic Rides furono il miglior rimedio contro il logorio della vita metropolitana: decine e decine di Bikers si sono succeduti trovando la formula alchemica del divertimento e della complicità. Ho sempre trovato un piacere immenso nel poter condividere la passione per questo gioco, la nostra intima fuga dal Castello d’If: ho avuto compagni di fuga eccellenti, considerato che poi venivamo ripresi e avremmo ritentato l’evasione quanto prima. Devo ringraziare Gianni, Daniele e soprattutto Vitto per aver messo a disposizione dei fantastici passe-partout che hanno sempre aperto la cella della nostra mente altrimenti avrei fatto la fine dell’Abate Faria: avrei cercato di scavare un tunnel per anni senza uscirne.

Le file ordinate nelle stazioni del treno a Biasca, le foto al lago Ritom erano diventate un classico come il concerto di Capodanno a Vienna; ho visto gli occhi dei compari pervasi della stessa attesa dei bimbi la notte del 24 Dicembre, che sanno benissimo chi sia Babbo Natale ma affrontare una Epic Ride era come scartare i regali sotto l’albero, perché i doni a Natale sono d’obbligo, ma non sono mai gli stessi dell’anno prima e la sorpresa c’è sempre.

Pro-Meide – Libro II – Don’t stop me now, I have a good time

11 Apr 2020

Libro II – Cap. VIII

Don’t stop me now, I have a good time

“John, voglio una Evolve! Ma non come quella che hai provato con l’anodizzazione modello jeans buttati in candeggina, la voglio in stile Lockheed SR-71 tutta nera.” Gianni scosse il capo quando sentì la mia richiesta, aveva da poco testato la prima 29″ di Ellsworth e se ne era innamorato perdutamente come un diciottenne della più bella al ballo di fine anno del liceo. I dubbi sulla reale efficacia li aveva fugati immediatamente, per cui i primi arrivi sarebbero sbarcati da lì a pochissimo, io la volevo assolutamente: non era la prima Ellsworth che possedevo posso dire senza vergogna di essere stato un “Tonyprodottodipendente” quasi da collezionista seriale in quel periodo, conoscendo la bontà dell’ICT e della cura costruttiva non avevo dubbio che il momento del cambiamento era giunto, poi che mi sarei trovato a mio agio solo il tempo me lo avrebbe confermato.

Non ho mai provato una bicicletta prima del suo acquisto, ho sempre avuto un approccio irrazionale legato essenzialmente al suo insieme di tecnica, design e folgorazione alla sua vista. Zapata Espinoza redattore di spessore di MBA e membro di Mountain Bike hall of Fame già nel 1995 mi aveva illuminato anni prima con una metafora dedicata alla bicicletta ideale “la tua bicicletta è quella che ti fa sangue quando la vedi passare, che ti fa sentire come nella canzone di Johnny Cash, “The Ring of Fire” (love is a burning thing and it makes a fiery ring bound by wild desire I fell into a ring of fire) e cadi in un anello di fuoco che ti brucia”. Poi conoscendola ne apprezzi quello che non avevi percepito al primo incontro facendo sì che abbia l’intensità di tutte le storie d’amore che durano lo spazio di una vacanza estiva, quelle che non ti scordi anche se poi non la rivedrai più.

“Freak cosa vogliamo fare? Ti debbo ordinare una large nera quindi. stanno per arrivare i primi telai, vedo di dire a Tony di mettere anche la tua. ”Gianni aveva delle idee che da un po’ gli frullavano nella testa ed io ero in sintonia con il suo pensiero non volevamo una bici da cross country, volevamo andare oltre e esplorare le potenzialità delle 29″ creare qualcosa che si adattasse alla nostra visione della MTB che banalmente posso riassumere in “andà a spass in muntagna”, ma che all’interno di questa frase ci sta tutto; l’uomo è nomade e in montagna ci va per scoprire i suoi confini ed ogni volta portandoli sempre più in avanti lancia uno sguardo sull’ignoto dell’ animo (citando un caro amico che non c’è più: Icaro De Monte). Cancellai i giorni sul calendario in attesa dell’arrivo del telaio come fosse quello dell’avvento, nel frattempo fantasticavo su come avremmo definito il montaggio della mia stealth bike. Quel giorno nella grotta avevo ben visto negli occhi di Gianni accendersi una serie di lampade tipo semafori di un gran premio, il verde era abbacinante.

Non stavo nella pelle quando arrivai in Lucilio Gaio, Gianni mi fece accomodare nel tempio dove il telaio della mia evolve stava sul tavolo come fosse un offerta al Dio Vulcano.
“Iniziamo con la forcella, utilizzeremo una Maverick DUC 32 da 150mm che ridurremo a 125 in modo che la ruota non tocchi il tubo inclinato del telaio. la forcella l’ha disegnata Paul Turner il fondatore di Rock Shox dopo che ha lasciato la compagnia: è leggera pesa 1530 grammi, robusta visto che gli steli sono saldati ed ha un perno passante da 24 mm, il che ci costringe ad utilizzare un mozzo dedicato e speriamo di trovare i raggi vista la tua passione di distruggere cerchi. Attacco manubrio da 70 mm bello corto con un manubrio largo, il più largo da 650 mm cosi che sia più reattiva e che avendo una leva maggiore scenda in curva lesta come un GS… Del resto apriremmo lo sterzo di qualche grado non credo sia un male, anzi. Freni da 200 mm davanti e 180 mm dietro così non avrai problemi con il tuo fisico, se li montassimo di dimensioni inferiori li bruceresti subito. Gomma Kenda Nevegal davanti e una più scorrevole dietro, vedremo cosa montare in questo momento non è la priorità.” Estasiato, credo che sia la parola adeguata per descrivere come mi sentissi appena salutato Gianni che mi mise alla porta rapidamente sapendo bene che lo avrei stordito di parole se fossi rimasto solo sessanta secondi in più. Il fine settimana sarebbe stato ottimo per la prova: il sentiero di Squettar mi avrebbe dato il responso.

Potrei dilungarmi in descrizioni di passaggi al limite su massi che prima erano quasi invalicabili temendo che con sarei stato in grado di chiudere le strette curve appena scavalcati, che avrei fatto fatica a rilanciare sui tratti di mangia e bevi che avrei affrontato nel bosco che mi avrebbe portato a Cravegna. Non mi accorsi di nulla, scavalcai tutto in salita e scesi ovunque anche dove il passaggio mortale al bivio con Esigo prevedeva un nose press… Io decisi di tagliare il tornante buttandomi nel vuoto, capii che la ruotona faceva la differenza… Eccome se la faceva nonostante avessi solo 100 mm dietro e gomme da 2.1, ma non importava mi sembrava di sentire “I gotta feeling” di Black Eyed Peas all’infinito mentre guidavo sopra tutto, non potevo fare altro che sorridere e dare il cinque ogni volta che incrociavo Gianni. Avevamo fatto scendere in campo un’idea, un concetto che avrebbe dato una svolta alle nostre uscite, chiaramente a parte il fatto che io ne fossi entusiasta questo non era l’arrivo, solo un passo in avanti.

La mancanza di alternative da 29″ ad un prezzo abbordabile era allora assente sul mercato della MTB italiano di quegli anni. “Gianni, ma visto che credi fermamente nella diffusione delle 29″ non ti potrebbe interessare un telaio coda rigida in alluminio, fatto in Taiwan da un buon produttore? Potresti montarli come piace a te, hai un negozio quindi un marchio lo hai: potresti utilizzarlo”. Roberto Z. un fornitore di Pro-M per quanto riguardava componenti e cerchi era passato da lui per una consegna. L’idea apparve buona, ma legare il marchio ad un progetto di questo genere non lo faceva impazzire, anzi lo faceva un poco banale a dirla tutta. Tutti i ciclisti da anni marchiavano con il loro nome telai acquistati per poi rivenderli nelle loro botteghe: ci voleva qualcosa che risvegliasse l’interesse dei Biker del resto aveva sempre proposto idee molto intriganti. In quel periodo Alberto V. aka “Skywalker” grazie ad una geniale parodia partorita dalla mente di Red Moho che mi aveva definito “Obi-Wan Kenobi” il suo Jedi allenatore, collaborava con un progetto creativo aperto “Il Deboscio” dove si dipingeva l’affresco della gioventù Milanese tardo adolescenziale, composta da ragazzi che avevano perso la propria originalità di individuo in cerca del costante di uno status da ostentare quello che il gruppo impone. Le T-shirt da lui sviluppate con il pensiero critico divennero dei must, quindi cosa di meglio avere per identificare un prodotto che voleva uscire dal mondo 26″?

Gianni diede il suo benestare al progetto, il giocare con i claim facevano parte dello sviluppo di Pro-M e Skywalker si mise al comando del suo X-wing Starfighter che pur senza R2-D2 portò a buon fine la missione: il telaio venne verniciato in un nero fine dell’universo dove il logo del Deboscio spiccava luminoso come l’esplosione dell’Executor astronave di Dart Fener. Il montaggio era unico senza varianti con una Rockshox reba da 100mm, componentistica Truvative con guarnitura Stylo 3×9, cambio SRAM X9, cerchi Ringlè con mozzi N4A, freni Hayes Stroker da 180mm: per concludere il nome in bella vista come su ogni mezzo da combattimento che si rispetti “Black Lodge” su tubo orizzontale vicino allo sterzo. Fu un altro passo fatto per passione e provocazione, cosa che non mancava. Ricordo con piacere l’unica versione rosa maiale che fu allestita per il nostro amico Chicco, anima della 24 ore di Cremona, città famosa oltre che per le 3 T (Turùn, Turàss, Tetàss) per il salame, quindi fu una giusta e doverosa dedica a chi si sacrifica per il nostro piacere. Ovvio che le riviste ne parlarono ampiamente…

All’interno del Team le anime non erano sicuramente omogenee quantunque la fede ci accomunasse in una stretta fratellanza: una di queste era rappresentata da Mirko P. che nascondeva sotto il suo aspetto di riflessivo ingegnere un animo da giocoliere della MTB, cosa che gli era lasciata in eredità dagli anni giovanili trascorsi sulla BMX; inevitabilmente era costantemente in aria non nel senso figurato però… Ritengo che la sua guida sia una delle più delicate e tecniche che ho visto passare in 23 anni di Pro-M, ti faceva sembrare tutto facile con una gestione che se fosse stato un chitarrista avrebbe fatto invidia anche a JJ Cale mentre suona con Eric Clapton “After Midnight”. Anche lui come la maggior parte di noi era stato folgorato dalle ruotone, ma le realizzazioni che avevamo a disposizione non erano esattamente quello che desiderava, non erano votate per la sua idee di bicicletta. Dopo aver analizzato il problema da buon ingegnere tra una simulazione ed uno schizzo a matita sulla tovaglietta della pizzeria (il disegnare mentre si mangia un boccone è un aspetto che nutre la creatività) fatto dove stava pranzando con Gianni che voleva coinvolgere nel costruire un altro gradino: una 29′ da vertical riding idea che era talmente lontana dalla mente dei progettisti di quegli anni che la faceva passare la generazione dei numeri primi come un problema irrisorio.

Ma se non ci provi non puoi sapere se funziona, a parole son tutti bravi, lo sapete: dopo l’entusiastica risposta del Presy, che vedeva questo piano di lavoro come lui vede un chilogrammo gelato di creme ovvero irresistibile, Mirko si mise a progettare il telaio che in un tempo rapido prese la forma definitiva. Ovvio che alcune soluzioni erano decisamente ardite per il periodo, il fatto di aver dato uno sloop accentuato per poter accogliere forcelle White Bros. da 135 mm che in quel momento erano le uniche che offrivano escursioni generose per le 29″ un carro decisamente compatto con un passaggio ruota che lo rendeva assai aggressivo in termine di quote geometriche, lo potrei definire ignorante quanto basta nel senso che non sapevamo dove ci avrebbe portato ma essendo un ingegnere aveva il regolo nel polso, quindi non era poi tanto in aria questa volta. Gianni trovò un artigiano non troppo lontano da Milano che si occupò di costruirne alcuni esemplari: di comune accordo si optò per tubature Easton in alluminio per ridurre il peso del telaio ed aumentare la rigidità al fine di aumentare la reattività nella guida, in fin dei conti Mirko aveva disegnato un mezzo a sua immagine e somiglianza. Così nacque per la gioia di tutti noi la PRO-MI prima 29″ destinata ad un uso vert riding, che aveva tutte le richieste fatte in fase di progettazione ben sviluppate. I collaudi furono frenetici e positivi, era molto impegnativa per la rigidità del telaio le ruote aiutavano lo smorzamento ma se non avevi un fisico allenato pagavi pegno, ma la ricordo come una bimba dal carattere forte e volitivo: mi piaceva guidarla mi ricordava i cavalli da Barrel rapidissimi a cambiare direzione ma poco confortevoli. Gianni ne fece produrre alcuni esemplari che si ruppero tutti a parte quello appeso in Via Gallarate 108, messo lì a ricordare che comunque ci aveva creduto anche se lo sviluppo fu abbandonato per mancanza di numeri e riscontri da parte del telaista, non perchè fosse sbagliato… Anni dopo avremmo visto che eravamo sulla strada giusta.

Il punto cruciale dello sviluppo era la cronica mancanza di forcelle con escursioni adeguate e steli non anoressici: il diametro massimo era 32mm e erano soggette a forti flessioni, a parte la Maverick che comunque a parte l’affascinante bellezza da venere nera era uno scherzo a livello di smorzamento. Gianni aveva provato anche la modifica di un Alice SC riducendo la corsa ma non interessava una corsa da 120mm cercava qualcosa di più, intorno a 150mm. Facendo ricerche, controllando le specifiche si accorse che la nuova FOX 36 con 150mm di corsa aveva un archetto di irrigidimento abbastanza alto per una ruota da 26″ e cosa non di second’ordine bello spesso. Lo so, vi sembrerà un idea balzana quello che vi sto per narrare: se si fossero tolti dall’archetto circa 20 mm la ruota da 29″ ci sarebbe passata sicuramente meglio di un cammello nella cruna dell’ago. Quindi Gianni decise di mettere una Fox 36 di quel colore marrone vomitevole sul tavolo del chirurgo Marnati in nome dell’evoluzione, qualche rischio bisognava pur prenderlo, magari la cavia sarebbe morta oppure avrebbe continuato a fare la bella vita felicemente ammirata da tutti con un bel telaio da 29″. Parcheggiò in doppia fila davanti all’officina in via Delfico, entrò trafilato salutando la mamma Marnati che aveva in testa un cappellino con visiera verde che indicava che l’estate era iniziata, impettita sempre a presidiare la sala operatoria di Daniele.

“Allora la possiamo limare?” Il chirurgo guardò di sottecchi Gianni che aveva la forcella nella mano destra ed una ruota da 29″ nell’altra. Finì di passare il filo del deragliatore con calma dentro la sua guaina, si raddrizzò fece un lungo respiro scuotendo la testa da sinistra a destra. “Lasa lì, vedarem se podùm fàa un quai còss…” Si rimise ad armeggiare sul cambio della bicicletta che stava appesa al reggisella sul cavalletto continuando a scuotere la testa ritmicamente dopo aver dato un’occhiata alle lime che spuntavano dal cassetto.

La radio si risvegliò quando Gianni girò la chiave di accensione del quadro della macchina trasmettendo una canzone dei Queen… “DON’T STOP ME NOW, I HAVE A GOOD TIME…”
Alzò il volume con la scusa che è un po’ sordo, non per altro.

Pro-Meide – Libro II – La stagione dell’ odio saccente

10 Apr 2020

Libro II – Cap. VII

La stagione dell’odio saccente

2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrik è un film del 1968 che è divenuto una pietra miliare del cinema. La sequenza iniziale si apre su un gruppo di ominidi guidati da un maschio alfa che sopravvive nell’Africa di quattro milioni di anni fa, in un ambiente ostile, a fatica . In un giorno di ordinaria sopravvivenza davanti alla loro grotta in modo misterioso appare un monolite nero; gli ominidi venendovi a contato imparano a maneggiare in modo istintivo oggetti ed usarli come utensili ed armi per procurarsi cibo e difendere il proprio territorio eliminando i nemici. L’osso gettato in aria si trasforma nella scena successiva nell’astronave Discovery One che sotto la supervisione del supercomputer HAL 9000, dotato di intelligenza artificiale, è in grado di interloquire con gli umani e di riprodurre tutte le loro attività cognitive con sicurezza e velocità immensamente superiori. Questo salto temporale è una metafora sull’evoluzione, ci spiega l’indissolubile legame che unisce l’uomo alla scienza ed al tempo; ci fa capire che la tecnologia altro non è che il prolungamento della ricerca per migliorare la nostra esistenza senza la quale non ci saremmo mai evoluti, saremmo rimasti nel tempo libero a spulciarci sotto un acacia passando il resto del tempo nella savana Africana cercando bacche, radici con il mal di stomaco per la fame e col cavolo che avremmo inventato nel nostro piccolo la bicicletta, passatempo che ci diverte molto di più delle pulci.

Anche la MTB non sfugge a questo sunto: è l’evoluzione di qualcosa che esisteva. Nel tempo l’abbiamo migliorata attraverso l’immissione di competenze meccaniche, estetiche e soprattutto di sensibilità nella guida che ha permesso l’evoluzione delle prime realizzazioni (la miglior bicicletta sarà quella che uscirà dopo questa e a sua volta sarà sopravanzata da quella che verrà dopo e così all’infinito Gianni Biffi cit.) facendoci capire che erano l’osso buttato in aria dagli ominidi. Quindi lo spazio temporale a volte è relativo ma il Biker fatica a tenere il passo dell’evoluzione, generalmente si siede in una zona di conforto dove si circonda di convinzioni che gli possano trasmettere sicurezza: ogni proposta che va a bussare alla sua porta difesa dai chiavistelli dell’abitudine fa scattare una sorta di stizzita repulsione. Questo lo avevo vissuto fin dalle più remote origini quando la forcella ammortizzata sembrava ai più una bestemmia tirata a Pasqua, i freni a disco un’inutile complicazione e le sospensioni a corsa lunga utili solo sulle motociclette, perchè la bicicletta era e doveva rimanere immacolata come il dogma della natività.

Le chiacchiere da bar sport erano agli inizi molto localizzate, non avevano una diffusione globale, l’uso della rete non ancora sviluppatissima negli anni novanta: nei primi anni duemila i forum specifici nel mondo MTB comparvero sulla rete come pagine di aggregazione e discussione. I leoni da tastiera, celati dietro un nomignolo, avevano iniziato a sbadigliare per far vedere chi aveva nella savana (alla fine si torna sempre lì) la criniera più folta. Il vero problema è che le competenze non si acquistano, sono il risultato di ricerca studio e del mettersi in discussione continuamente: il dubbio permette di evolvere, la cieca certezza porta ad un odio saccente che su nessuna base scientifica né teorica né pratica ha fondamento. Questo è dovuto all’illusione di competenza nota anche come “effetto Dunning-Kruger” dai due ricercatori che descrissero questo pregiudizio cognitivo che affligge in tempi moderni i frequentatori di forum ed social networks, ahimè… Sebbene tutti abbiano un’opinione positiva delle proprie capacità in vari ambiti sociali, alcune persone valutano erroneamente il proprio livello di competenza, credendolo molto più alto di quanto non sia in realtà. Nonostante vengano messi di fronte a prove scientifiche inconfutabili a supporto dei soggetti da loro attaccati, invece di essere perplesse o confuse le persone incompetenti insistono nel sostenere di avere ragione. Come scrisse Charles Darwin ne “L’origine dell’Uomo: ”l’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”.

Tutto questo nel 2006 esisteva già, è intrinseco della natura umana, per cui la rivoluzione tecnica delle 29″ che si era affacciata solo nella seconda metà del 2005 divenne soggetto di dispute anche feroci. Premetto che Gianni nella sua visione evolutiva incarna lo spirito dirompente del futurismo e non a caso ha sempre catalogato i mezzi del passato che fossero auto, moto, biciclette o apparati elettronici come “robe vecchie” che avevano un senso solo nel tempo presente che avevano vissuto, questa lo accompagnava, insieme a una curiosità famelica, sempre e costantemente al trovare nuove applicazioni tecnologiche. Le 29″ erano in quel momento la rivoluzione del concetto stesso di MTB, con loro finalmente le geometrie si stavano evolvendo, i movimenti centrali erano sotto la linea dei mozzi, l’utilizzo delle ruotone aveva generato una spinta verso il contenimento dei pesi delle masse sospese al fine di migliorare la guida: che cosa di meglio poteva ritrovarsi tra le mani? Nulla di più affascinante, peccato che il suo sostenere la bontà di tale soluzione lo portò a scontrarsi con moltissimi detrattori mascherati.

Le sue convinzioni erano frutto di due condizioni molto rilevanti: la prima era dovuta al suo voler esaminare con metodo empirico e non soggettivo la reale efficacia del progetto attraverso comparazioni di percorsi, efficacia di azione in ugual utilizzo, slegandosi dall’aspetto puramente passionale per la novità. La seconda, più probante, passava attraverso la sua forma fisica, che grazie all’età, agli incidenti multipli sui campi da cross ed in MTB non era sicuramente degna di un Pro-rider che normalmente guida sopra i problemi, non se ne accorge visto che adotta tarature possibili per lui ed agli Androidi di Blade Runner.  Il fatto di essere nella media dei Biker gli permette, grazie a questi handicap, di poter affinare la sensibilità necessaria per un giudizio oggettivo (il fatto di non essere stato un fuoriquota sul campo non mi ha impedito di diventare un discreto valutatore di giocatori. Arrigo Sacchi cit.) sui mezzi da lui testati. Lo scetticismo generato dalle soluzioni dei nuovi modelli lo accompagnava fedele durante la prova fintanto che spesso si trasformava in entusiasmo. Dopo aver provato e riprovato scriveva le sue valutazioni che come nel caso delle 29″ erano oggetto di lanci figurati di ortaggi (tanto per rammentare l’astio nel confronto del futurismo) fatti con livore da chi era passatista.

Premesso che non aveva l’intenzione di convertire nessuno, ci si avvicina all’illuminazione per scelta personale, i commenti erano sempre e banalmente supportati dall’ignoranza (condizione determinata da incompetenza più o meno colpevole) che tornando all’effetto Dunning-Kruger provoca scontri epici a colpi di tastiera sui forum e oggi specialmente sui gruppi Facebook.

Riguardo alle 29″ i commenti più comuni che ricordo, e che potrebbero essere applicati ancora oggi ad ogni nuova innovazione e/o cambiamento, senza tediarvi troppo, sono stati :

-Non gira, sullo stretto non può girare, sono lente-
-Le possono usare solo quelli alti di statura-
-Sono inguardabili, come si fa a comperarne una… E’ totalmente sproporzionata-
-Lo dici solo perché le vendi e quindi vanno bene per forza (questo nel caso di Gianni è un must ancora oggi attuale)-
-Non hanno futuro, non ne comprerò mai una piuttosto smetto di fare MTB-
-Vanno da tutte le parti i cerchi non sono rigidi a sufficienza-
-Non potranno mai soppiantare le 26′ sono le uniche ruote, non siamo su bici da corsa-

Questi che ho elencato erano solo alcuni dei commenti più ricorrenti, ovviamente motivati da fortissime convinzioni. La stragrande maggioranza di chi scriveva non aveva mai pedalato una 29″, eravamo sempre nella fantastica atmosfera di “me l’ha detto mio cugino che ha un conoscente che ancor prima che uscissero le ha provate, sai mio cugino la sa lunga” oppure “l’ho letto su un forum di gente che ne sa, leggi cosa ha scritto Biker Primigeni quando l’ha provata”. Questi duri e puri nella loro visione avrebbero visto da lì a poco la progressiva estinzione delle 26″ grazie alla comparsa delle 27,5″ che ne avrebbero preso il posto nella linea evolutiva dell’allmountain / gravity continuando a denigrare le 29″ che avevano ormai completato la conquista dell’ambito cross country e trail.

Gianni si trovava giornalmente a disfide che non facevano altro che infiammare la sua verve simpaticamente polemica e che lo portò ad esplorare nuove soluzioni legate al mondo delle 29″ andando come da sua abitudine ad anticipare i tempi, sempre felicemente contestato da chi presumeva di avere la scienza infusa senza mai aver dato un esame.

P:S. : “Chi non ha mai ammesso un errore non ha mai provato nulla di nuovo”
(A. Einstein)

Pro-Meide – Libro II – 29″ is the future

09 Apr 2020

Libro II – Cap. VI

101206 is the number. 29″ is the future

Un giorno qualunque di ottobre 2006 .
Il telefono appoggiato alla destra del mouse trasmise la vibrazione agli avambracci di Gianni, assorto nello schermo stava evadendo gli ultimi messaggi che gonfiavano come ogni giorno la casella della posta non solo quella, prima di scatenarsi in una chiassosa suoneria. Il suo sguardo si posò sul display lampeggiante pensando chi fosse il chiamante senza troppa voglia di rispondere, era in ritardo con lo sbrigare le mail e poco tempo gli rimaneva a quell’ora, voleva andare a casa la giornata era finita: 001… …. … il numero di ufficio di Tony Ellsworth.
“Gianni come stai? I telai che mi hai ordinato non ti preoccupare, lo so siamo in ritardo… Ti verranno spediti entro la fine della prossima settimana. Per farmi perdonare di questo disguido una ho una sorpresa per te, il mio ultimo progetto che ho appena terminato, credo molto in questo prototipo… Il nome… Ah sì… Evolve. Questo nome perchè credo che questo sia il futuro, per lo meno così la vedo io… Dai appena ti arriverà … Scusa, dimenticavo, prima la spedisco in Inghilterra poi te la faccio avere quanto prima dall’importatore Inglese. Intanto ti mando una foto così ti fai un idea. Sono certo che ti piacerà.”

Il cicalino di un nuovo messaggio ricevuto lo raggiunse prima di riporre il telefono sulla scrivania, Tony gli aveva inviato un messaggio FYI (For your information” , gli acronimi distruggeranno l’umanità) con allegato una fotografia. Gianni la aprì a tutto schermo curiosissimo di vederla: al centro una bicicletta nel classico disegno Ellsworth con carro ICT, caratterizzata da una anodizzazione “Midnight Blue” che la faceva vissuta come un paio di Wrangler strapazzati da un cowboy in un rodeo, ma quello che si notava era il diametro ruote! Non le solite 26″ ma qualcosa di molto più grande: le 29″! Per Gianni non erano una novità assoluta, il mondo della MTB era frizzante come una Perrier per quanto riguardava il continuo proporre idee e novità ed anni prima uno dei padri del movimento, Gary Fisher aveva iniziato ad esplorare l’uso di un diametro maggiore di ruote: lo standard 26″ era dovuto al riciclo delle Schwinn Excelsior, biciclette nate per i postini ed i fattorini negli anni trenta poi diventate le biciclette dei ragazzini di tutti gli States. Nei Klunker che negli anni settanta venivano usate per esplorare i pendii del Monte Tamalpais che avevano gomme di larga sezione che permettevano di affrontare i tratti in fuoristrada; di necessità virtù si direbbe, ma non era la soluzione definitiva sempre che esista, dopo prove più o meno felici adottando soluzioni intermedie quali una 26″ al posteriore ed una 29″ all’anteriore utilizzando una forcella Fournales dotata di antiaffondamento modificata allo scopo da Gary Klein. La differenziazione era non inusuale nel motociclismo fuoristrada da decenni, anche per cercare di ridurre la lunghezza del carro posteriore e fondamentalmente per tenere la sella più in basso.

Gary Fischer per confutare la bontà di una sua intuizione, che sarebbe poi passata alla storia come geometria Genesis antesignana delle Foward geometry di Mondraker, (come sempre il detto “nulla si crea, nulla si distrugge ma in questo caso si evolve… E’ il corollario perfetto del teorema della ricerca), grazie alla collaborazione con Rock Shox per modificare la Reba e adattarla ai suoi telai ed al coinvolgimento di WTB Tyres che sviluppò la Nanoraptor da 2.1 x 29”, poté mettere in commercio la prima 29″. Nel decennio del cambiamento le proposte fatte solo sei mesi prima avevano il valore del neolitico per l’evoluzione dell’uomo, ci eravamo trovati all’era del ferro senza passare dal bronzo: molti produttori di pneumatici avevano iniziato piccole produzioni specifiche, le sospensioni erano per il momento il giardino di casa di Rock Shox. Agli occhi di Gianni la Evolve era un deciso passo in avanti, la prima 29″ che offriva un telaio bi-ammortizzato e che faceva intravvedere una destinazione di utilizzo più ampio perché l’intuizione di Fisher era destinata ad un puro uso cross country. Un sorriso soddisfatto si aprì sul viso di Gianni, l’attesa non sarebbe stata vana sarebbe durata quanto la vita di una zanzara ad agosto. Proprio breve non fu perché il Britannico non se ne voleva distaccare, avvinto come era manco fosse l’edera, ma a fine Novembre fu scodellata nella grotta delle meraviglie, pronta ad essere messa sotto esame: certo che il periodo era poco ideale per una prova, eravamo a Dicembre e la neve non si era fatta attendere in montagna, per cui bisognava trovare un itinerario che offrisse le caratteristiche adeguate. Il giro al ponte di Robecco sul Ticino non sarebbe stato teatro di un epico test…

Il telefono mi vibrava nella tasca destra dei pantaloni, ero nel mezzo di una riunione di lavoro improntata sul sesso degli angeli e di che colore fosse la loro tunica talmente soporifera che avevo già trangugiato tre tazze di caffè americano. Con molta nonchalance mi alzai dal tavolo adducendo la più banale delle scuse, ovvero una rapida gita nella toilette causata dall’incontinenza omaggio sgradito da troppo caffè, mi chiusi in bagno e controllai chi mi avesse chiamato trovando la chiamata di Gianni. “Freak non rispondi mai quando serve, ti stavo mandando un sms dove sei? C’è qualcosa che devi assolutamente vedere: è arrivata ieri sta qui in Lucilio Gaio, non sai cosa ti perdi” Risposi bisbigliando che sarei arrivato nel giro di un’ora, tirando lo sciacquone per dare un senso alla mia permanenza nel caso che qualcuno per caso entrasse nei bagni. Dopo aver lasciato senza dolore in convivio che era passato ormai alla scelta del locale per un imprescindibile aperitivo per i risultati raggiunti mi materializzai di fronte a Gianni eccitatissimo all’idea di vedere cosa mi volesse presentare.

A prima vista vi dico non fu amore, le ruotone la facevano apparire non troppo coordinata soprattutto in confronto a quelle che stavano al suo fianco, i pneumatici erano degli smilzi Karma da 2.0 che mi facevano ricordare le zampe di una gru esili com’erano. Abituato ad avere sott’occhio altre forcelle, la Reba da 80 mm con steli da 32 mi sembrava un giro di pezzi revival in una discoteca di provincia. La sospensione posteriore da 100mm mi fece storcere il naso, insomma la trovavo non adatta all’uso che in quel momento stavo facendo della mia Epiphany alla quale avevo abbinato una doppia piastra Maverick da 150mm. Le note positive erano come sempre la cura costruttiva, l’inusuale anodizzazione e la dimensione generale che ne faceva una biciclettona che vista la mia stazza ci sarebbe stata confortevole come un paio di espadrillas. “Giudicare solo da uno sguardo non è sensato… Possiamo dire che esteticamente piace o non piace, tutto qua. Anche la corsa delle sospensioni che a prima vista sembra insufficiente, considerando che la ruota ha un diametro maggiore il che offre un miglior scavalcamento degli ostacoli con più impronta a terra non la vedo cosi minimale, questo è un prodotto nuovo che non ha precedenti per cui solo una prova nei boschi ci darà un indicazione di come si comporta. Differente è differente, bisogna farci l’abitudine. Qui non sei sulla bicicletta ma sei dentro la bicicletta considerando quanto sia al disotto della linea dei mozzi il movimento centrale. Probabilmente la nostra guida sarà diversa.”

 

Differentemente da me Gianni sembrava più convinto… Del resto i suoi deliri visionari passati mi confortavano, ad oggi non aveva ancora perso la voglia di continuare a farne. La scelta cadde per la Domenica 10 Dicembre 2006 su un itinerario che in quegli anni era un must: l’anello Eupilio-Valbrona-Rifugio SEV-Corni di Canzo nel triangolo Lariano, dove avrebbe trovato tutte le situazioni per mettere sotto stress la bimbona. La salita offre tutte le difficoltà del caso, 5 km con una media del 10% con tratti di cemento prima del rifugio con pendenze al 30% ai tempi a spinta per i più, ma questo ti fa guadagnare un giusto ristoro al rifugio. Non aveva dubbi Gianni della bontà della risposta in pedalata anzi gli sembrava di fare anche molta più strada forse a causa del vedersi la ruotona tanto vicina al manubrio, faceva sembrare le nostre dei cruiser, mi sentivo già come un orso al circo sulla bicicletta. Dopo esserci ripresi iniziammo a scendere sulla strada fino a risalire al colletto dei Corni dove ci aspettava la discesa che ha un nome splendidamente evocativo “Spacasass” (spaccassi) un esame di abilitazione non per nulla banale. L’inizio ti fa subito capire che avrai da darti da fare visti i gradini in legno ben umidi: dovete tener conto per chiarezza che i reggisella non erano telescopici e Gianni a differenza di noi cinghialotti era un piccolo Lord non lo abbassava per non rigarlo… Quindi lascio a voi ogni deduzione legata al caso: il cappottamento era più che un opzione. Ma i gradini furono bypassati senza dolore da Gianni che a dispetto delle corse ingenerose ai nostri occhi della Evolve e dei pneumatici dal profilo inesistente non mollava un metro, anzi più scendeva maggior affiatamento trovava e scendendo sul tratto più rotto si prese anche la soddisfazione di passare sopre a massi che ti garantivano un front flip quasi certo già con giù la sella, immaginatevi avendola in cielo… Mentre mi intraversavo per tenere la traiettoria visto che il grip era quello che era, l’Evolve stava diritta senza alcun dilemma e mi faceva incazzare quanto basta ma vedevo un sorriso modello Durban’s quelli con le stelline luccicanti sul viso del Presy: non avevo dubbio che l’esame lo aveva passato alla grande.

“Allora? Tutto bene? Cosa ne pensi? Ma gira… Chi lo avrebbe detto… Poi non ha sospensioni e le gomme sono inguardabili… Però o in realtà sei diventato John Tomac sotto mentite spoglie oppure va proprio bene”. Alla fine della discesa ostica eravamo curiosi come dei macachi.

Gianni che stava rimirando la bimbona si voltò verso di noi allargando le braccia con in viso l’espressione di chi ha vinto un gratta e vinci da centomila Euro e sentenzio: “pensa se avessi una DH con le ruotone !!! 26″ is dead baby, 29″ is the future!!!”

Pro-Meide – Libro II – Il brutto FATtroccolo

08 Apr 2020

Libro II – Cap. V

Il Brutto Fattroccolo

Sul testo sacro che ormai veniva consultato anche sullo schermo del PC, da qualche tempo ci veniva proposta una buffa bicicletta totalmente rigida talmente sgraziata che a confronto un Bulldog Inglese ha la grazia di un levriero Afgano. Un vero scherzo della meccanica, ma nelle regioni dove la neve scendeva copiosa stava passando da oggetto dedicato a ciclisti che desideravano un mezzo puramente artigianale per competere alla Iditarod Trail. in realtà nasce nel 1973 come gara di cani da slitta che ogni anno si svolge in Alaska sviluppata su un percorso di 1600 Km circa tra Anchorage e Nome con l’obbiettivo di preservare l’uso tradizionale dei nativi Athabaska di utilizzare i cani messi sempre più in disparte delle motoslitte. Iditarod significa “un posto lontano”. la prima edizione con biciclette fu nel 1987 e fu vinta da Mike Curiak in sella ad una Willits con gomme da 3 pollici (un poco di nozionismo superfluo aiuta…). Da quel momento in poi qualche d’ uno inizio a pensare a un mezzo con più ampia diffusione, per permettere ai Bikers di tritare sentieri innevati cosicché l’industria intravide un altro segmento da esplorare.

Comunque l’idea non era per nulla nuova negli anni trenta si erano viste biciclette dotate di “balloon tyres”, ma solo negli anni ’80 un ciclo esploratore Francese, Jean Naud progettò e costruì la prima versione moderna che utilizzò per la traversata da Zinder, città della Nigeria, a Tamanrasset in Algeria. Nel finire di quegli anni in Alaska incominciarono a sperimentare componenti e configurazioni adeguate all’uso estremo, cercando di ottenere un miglior galleggiamento sulla neve. Un artigiano di Anchorage, Steve Baker sviluppò le sue Icycle Cycle saldando due o tre cerchi insieme e di conseguenza dovette creare telai e forcelle che potessero accogliere tali coppie di ruote: nel 1989 in sella a questa realizzazione tre ultraciclisti Roger Cowles, Mark Frise e Dan Bull completarono il percorso di 1000 miglia. A 3.660 miglia di distanza una guida escursionistica del New Mexico, Ray Molina, disegnò cerchi da 3,1 e gomme da 3,5 pollici per dei prototipi fatti realizzare ad hoc per accompagnare i Clienti lungo le dune di sabbia del deserto del sud-ovest: non avendo un produttore si mosse ad Interbike di Las vegas, dove incontrò Mark Gronewald mentore di Wildfire Design Bicycles che così iniziò nel 1999 a costruire piccole serie di biciclette complete con le ruote Remolino coniando il nome Fat Bike. Chi prese veramente la cicciona al lazo fu Surley che produsse la Pugsley (il nome è del fratello rubicondo e paffuto di Mercoledì i pestiferi bimbi presi tra dinamite, ragni ed altri passatempi pericolosi pargoli della Famiglia Addams) con carro asimmetrico e gomme Endomorph da 3,8 pollici nel Luglio 2005.

Gianni come sempre vorace ricercatore di novità, aveva ben sotto gli occhi questa nuova sotto famiglia perché le novità nel fuoristrada erano quasi sempre dominio dell’oltreoceano, molto più lesti ad intraprendere nuovi sentieri e questa volta potevamo scegliere se innevati, sabbiosi o fangosi: non fosse mai di non aver la possibilità di provarne una… La passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie (Faber cit.) lo sappiamo fin troppo bene siamo casi clinici conclamati. Quindi si mosse attraverso i suoi contatti oltreoceano conscio che nessuno in quel momento in Italia si sognava di importare una rigidona che pesava quanto un arco del Golden Bridge che aveva un uso ben limitato, l’Italia era comunque un paese di sciatori accaniti poco inclini all’uso della MTB in inverno, certo negli anni precedenti il Racing Team non si era fatto mancare le uscite in val Roseg per il nobile scopo di degustare la crostata al rabarbaro che creava dipendenza al punto che saresti tornato il prima possibile a mangiarne un’altra fingendo di aver dimenticato lo zaino. Verso il 2005 o 2006 MBA aveva fatto la comparsa nelle edicole in versione in lingua Italiana grazie alla traduzione di Gian Paolo Galloni anima e core di questa costola, che si adoperò per trovarne una al Gianni. Fu così che nel Dicembre 2005 arrivò in Pro-M la prima fat bike importata in Italia e successivamente nel Febbraio del 2006 la prova su Tecno MTB fu eseguita da Francesco Marzari a San Giorgio sui monti Lessini, dove quell’anno le nevicate non si erano risparmiate. La vidi come la favola del brutto anatroccolo, un essere freak che si fa amare per quello che è senza promettere nulla di più.

Mi sono immaginato così la sua nascita: “Quando la prima Pugsley ha visto la Luce, ai suoi genitori un sorriso di circostanza e di mal celato imbarazzo si irrigidì sul volto. Erano tutti lì, in officina dove erano nati tutti gli altri pargoli della famiglia, in attesa dell’ultima nata. Papà John Steel, la mamma Violet Pantone ed i gemelli Nick e Hans Double Compound Rubber, aspettavano l’uscita del product manager per aver modo di poter ammirare il pargolo, che attendevano fiduciosi da più di 20 giorni. Erano rimasti immobili davanti la porta nera che chiudeva alla vista l’officina, dove campeggiava minacciosa la scritta “l’ingresso è vietato alle persone non autorizzate, e chi lo fa entra a suo rischio e pericolo” firmato con un pennarello indelebile dalla mano severa di Frank The Welder, l’uomo che aveva fatto nascere centinaia di telai. Di colpo la porta si aprì e la luce fredda dei neon illuminò il viso di Freddie “pensoatuttoio” Sauce, il product manager, mettendo in risalto la cicatrice che si era procurato quindici anni prima, dolce regalo di un orso che aveva deciso di farsi la manicure sul suo viso mentre riposava nella notte tra una tappa e l’altra di una gara sulla neve in Alaska”. E’ nata Pugsley, una bella bicicletta, è sana, e pesa 14 chili e seicento grammi, sono sicuro che l’accoglierete felici nella vostra famiglia! Violet, John venite con me a far muovere i primi giri di pedale alla piccola…” I due genitori, stanchi e provati dalla lunga attesa chiusero gli occhi sapendo che la piccola sarebbe comparsa lì, in fronte a loro in un battito di ciglia, visto che se era per genesi figlia loro, sarebbe stata veloce, anzi velocissima, come i suoi fratelli, che per onor di cronaca erano i primatisti nel cross country e nell’all mountain. Una brusca frenata fece loro aprire gli occhi. Ma li avrebbero volentieri tenuti chiusi, dopo aver visto la neonata.

“Questa non è mia figlia” borbottò sottovoce John, schifato in viso. Violet emozionata, timidamente balbettò ” Caro, sai come sono i neonati, il trauma della nascita li rende… Poco attraenti, ma poi si farà bella come i suoi fratelli… Non essere così rigido, ti prego…” Lo sguardo dei due genitori si unirono nel guardare Pugsley. Al primo sguardo, non era poi tanto diversa dai suoi fratelli: aveva un esile telaio in acciaio, un telaio classico, saldature impeccabili, senza troppi fronzoli. Aveva preso tutto da papà, non c’è nulla da ridire. Il colore lo aveva preso da Violet, era proprio originale, una tradizione della famiglia Pantone. Ma… Qualche cosa stonava… Quelle grasse grosse ruote, che mettevano in ridicolo il telaio così smilzo, un telaio da atleta! Ecco cosa non andava proprio giù a John Steel, quelle grasse ruote, che sembravano soffrire di ritenzione idrica. “No… Mia figlia non può essere fatta così… Così malamente!” John Steel non si raccapezzava di avere una figlia fatta in quel modo. Per carità, è sempre mia figlia, pensò dando uno sguardo sconsolato a Violet, che appoggiò il suo manubrio sulla sella di Pugsley. Cosa avrebbe potuto fare così sgraziata? Come l’avrebbero considerata le altre biciclette? Sicuramente l’avrebbero sfiancata lungo salite interminabili, punzecchiata e spinta sui single track più tecnici, schernita per la massa in movimento delle ruote, visto che le altre giocavano su pochi grammi di differenza; Lei chili… Di troppo. Oltre tutto aveva due pedali enormi! Non come i suoi fratelli e sorelle che avevano pedali talmente minimali che per vederli ti dovevi avvicinare usando una lente di ingrandimento,erano atleti ed agonisti, volavano lungo i sentieri. “Cicciona, Pugsley è una cicciona!”. Il coro di Nick ed Hans era fastidioso ed insopportabile. Intavolarono un carosello indiavolato, girando tre volte in senso orario e quattro in senso antiorario, non riuscivano a comprendere cosa li confondesse, ma al cinquantesimo giro si fermarono facendo stridere i freni: Pugsley aveva un altro difetto: era asimmetrica! “Mamma, papà! Pugsley non può andare diritta! Lei è storta! Noi con lei non possiamo scorrazzare!” Una fitta al movimento centrale scosse Violet, la piccola oltre ad essere asimmetrica, aveva un movimento centrale larghissimo, che metteva a rischio la pedalata naturale. Avrebbe avuto bisogno di un telaista per essere rimessa in dima, pensò sconsolato John Steel.

Pugsley, nel frattempo era rimasta ferma, imbarazzata a guardare quello che succedeva intorno a lei. Non riusciva comprendere il disagio della sua famiglia, in fin della fiera era sempre una bicicletta, esattamente come i suoi fratelli: era un poco impacciata, è vero, ma aveva una grazia nei movimenti invidiabile. Nel frattempo, era venuta a far visita alla neonata, una vecchia zia nota per la una eccentricità: “Pippa Woodchipper”. Per anni non era stata capita, derisa per le sue forme, per la sua mania per i viaggi, ma lei non si era mai fermata davanti a nulla, anzi scavalcava tutti gli ostacoli. “Violet non ti crucciare. Crescerà e diventerà una gran bicicletta. Lo so, è impacciata, forse lenta, ma determinata. Lei è una bicicletta speciale e troverà la sua strada, vedrai…non sarà agile come i suoi fratelli e sorelle, loro hanno la strada tracciata… Non devi spingerla su sentieri che non le appartengono, ma son sicura che con un bel set di sacche in neoprene, avrà un bel da fare nei viaggi, ed io ne so qualcosa, che dici ?” Violet fece tintinnare il deragliatore e il cambio si mise in tensione ringalluzzita dalle parole di Pippa. John Steel aveva un bel impegno nel tenere a bada i due gemelli. Era visibilmente preoccupato per la diversità di Pugsley. Cercava di avere un aria rassicurante ma del suo profondo sentiva la ruggine che faceva strada. Intanto la piccola cicciottella, seguiva con il suo passo, simile ad un valzer lento, la sua famiglia. Stavano andando a casa, finalmente. Come ben sapete, i figli crescono ad una velocità fotonica, esattamente alla quale i due gemelli scorrazzavano su e giù per i singletrack di mezzo pianeta, deridendo come sempre la sorellina che aveva un altro passo, molto più riflessivo, che la portava a contemplare le bellezze della natura. Lei si prendeva tutto il tempo necessario, ormai l’estate stava volgendo al termine e da lì a poco dopo un autunno di foglie secche e di temperature verso il basso, l’inverno si sarebbe impadronito dei sentieri e delle montagne, nascondendoli sotto una coltre di soffice neve. Pugsley non l’aveva ancora vista, i due gemelli ne parlavano come una terribile pestilenza, che metteva a dura prova il rotolamento dei pneumatici, che attanaglia tutto ed impedisce alla catena di saltare da un pignone all’altro. Lasciando perdere i pedali, che si riempivano di neve e ghiacciavano immediatamente, senza possibilità d’agganciare. Odiavano l’inverno, era chiaro a tutti: nonostante mamma e papà li spronassero ad uscire per allenarsi, loro si rifugiavano in fondo al garage coperti da un telo mimetico, sperando di essere confusi con l’ambiente. Tra una pioggia e una giornata di sole pallido, un ingiallimento di foglie seguito da rapida caduta, l’inverno si presentò alla porta e che signor Inverno quello che conobbe Pugsley!

Per giorni interi la neve scese copiosa, ammantando i sentieri più belli. I due gemelli non uscivano dal garage da almeno tre settimane e per essere meno riconoscibili si erano messi intorno una serie di tubolari da cross country, quelli per un uso su terreni asciutti. Ma John Steel e Violet Pantone erano genitori dolcissimi ma determinati: i ragazzi dovevano sapersi comportare su ogni tipo di terreno e con tutte le condizioni atmosferiche. Quindi, poche ciance e fuori a correre nella neve. Pugsley guardava con interesse quel manto che tutti chiamavano neve: non capiva perché la temessero tanto… Era a vista sicuramente meglio dell’asfalto, o della terra battuta, dove i fratelli terribili scorrazzavano tirando frenate mostruose fino a bruciare le coperture.. .Che giochi stupidi, si ripeteva sempre mentre controllava la pressione delle sue gomme. durante l’estate aveva capito che non poteva girare con le pressioni assurde che usavano le altre biciclette: lei rimbalzava come un pallone da basket sul parquet. Aveva accettato la sua diversità, vero che le altre facevano le carine davanti a lei , ma poi la deridevano appena prendeva la salita che portava a casa. “Che vuoi che faccia, poverina, così grassa, la salita per lei è un vero calvario… Con quelle gomme,non la si può vedere, chi vuoi che se la pigli?” Chis e Cross Twentyniner erano due cugine un poco alla lontana per parte di mamma. Da sempre a dieta, stavano attentissime a non oltrepassare gli otto chili e 500 grammi con tanto di pedali, e aborrivano come una malattia infettiva l’acciaio; loro solo purissimo carbonio, qualche dettaglio in ergal, giusto per essere più chic sulla linea di partenza. Durante l’inverno si riposavano attendendo la bella stagione per ricominciare le competizioni, quindi l’unica cosa che potevano fare in quel periodo era di spettegolare su tutto e tutti, due vere malelingue.

Violet lo sapeva bene, le teneva volentieri alla larga e faceva in modo che rimanessero appese fino a primavera alla rastrelliera. Quel giorno, un sole scintillante squarciò il velo di nuvole che da giorni opprimeva il cielo, un caldo raggio entrò in officina durante la seduta di manutenzione invernale: le due mentre si lubrificavano la serie sterzo con un grasso al litio, punzecchiarono Violet sulle condizioni fisiche dell’ultima nata. “Povera piccola, che futuro avrà, così… Insomma così sgraziata? Nelle competizioni non la vedo proprio, prima che possa partire, le altre hanno già concluso almeno sei giri, sai com’è… Non capiamo perché sia nata così. Non sei stata fortunata questa volta: i due gemelli due campioni e questa…” Violet non si fece prendere alla sprovvista e pur offesa dalle cattive parole delle due cugine, che come sempre avevano un aria di superiorità insopportabile dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere, rispose a tono: “c Crissime, visto che voi di figli non ne avete, forse non riuscite a comprendere quello che Pugsley vive. E’ una bicicletta molto confortevole, si atteggia poco a prima della classe, verissimo è di costituzione robusta, ma meglio qualche chilo in più e stare al riparo di rotture… Che dite? In ogni caso oggi i gemelli e lei usciranno per il loro primo giro sulla neve. Perché non vi aggregate? Due campionesse come voi possono solo che dimostrare quanto la forma fisica sia importante…”

Pusley scosse la catena, tirò le leve dei freni spinse sulle gomme per vedere se la pressione era adeguata e si avvicinò a Violet. Timida era timida, uscire la prima volta sulla neve con due campionesse! Intanto John steel aveva, come sempre un gran daffare per stanare le due pesti, che si rifiutavano di uscire dal loro rifugio. “Fuori, ho detto fuori, oggi vostra sorella ha bisogno di supporto , cercate di essere gentili con lei, guai a voi se vi permettete di prenderla in giro!” A malavoglia i due monelli fecero capolino tra le gomme e scuotendosi la polvere di dosso si piazzarono in centro al garage. Le due cugine come sempre splendide, erano già pronte sull’uscio: la piccola Pugsley, titubante, attendeva in un angolo: “figlia mia, suvvia un poco di energia! So che oggi sarà un giorno importante, ma non temere, le condizioni sono difficili anche per loro. Non ti spaventare e segui le ragazze, loro di esperienza ne hanno da vendere. Per quanto riguarda voi due, lubrificate bene la catena, e non toccate i freni, con il freddo si bloccano! Anche le sospensioni, mi raccomando adeguate la pressione! Pugsley mettiti i manicotti sul manubrio, esile com’è temo si ghiacci. Tesoro, fatti baciare!” John Steel aprì la porta e tutti furono irradiati dal sole, mille scintille si alternavano sui pendii innevati e sugli alberi carichi, pronti a scaricare il peso al loro passaggio. Il sentiero si intravedeva, grazie alle spallucce che si erano formate ai lati tra gli alberi, lo spazio per passare era poco e sicuramente bisognava stare in fila indiana, sfruttando la traccia di chi apriva l’itinerario. Le due cugine, nonostante sinistri scricchiolii che si alternavano ad ogni colpo di pedale, cercarono subito di fare selezione, tanto per dimostrare che erano loro a comandare il gruppo e che i tre fratelli rimanessero in scia quatti, quatti.

Fin tanto che lo spessore della neve era compatto, le due spingevano suoi pedali ossessive, distanziando i gemelli, ma non Pugsley. Timida era partita, non conoscendo il terreno innevato e tanto meno il sentiero: ma subito aveva sorpassato i gemelli, già in difficoltà anche a causa della temperatura che non aiutava le loro sospensioni, anzi le impigriva. Lei invece sorridente, galleggiava leggera come una piuma portata dal vento. Le sue gomme tanto bistrattate la facevano correre spensierata, senza fatica apparente. Le due cugine stavano a pochi metri di distanza da lei e non riuscivano a distanziarla, complice soprattutto la perdita di trazione delle gomme strette e lei piano piano riguadagnava terreno. I due gemelli intanto si ostacolavano senza procedere di un metro, riempiendo gli snodi delle sospensioni di neve che prontamente si ghiacciavano rendendo insensibili agli urti le stesse. Il sentiero si inerpicava nervoso, disegnando dei colpi di coda, con tornanti secchi e fastidiosi: Chris, in un tornante, perdette l’equilibrio e ruzzolò nella neve fresca lasciando a Pugsley, che stava salendo leggiadra come una libellula, affiancò la seconda cugina, la feroce Cross. Quest’ultima, vedendosi affiancare dalla sgraziatissima piccola, tentò uno scatto imperioso spingendo sul suo 3×10, ma il forcing si interruppe nel giro di pochi colpi di pedale. la ruota posteriore continuava ad affondare, ora che la neve aumentava in altezza e faticava a percorrere metri. Pugsley fece scivolare sul pignone inferiore la catena e decisa tentò il sorpasso… Che riuscì al primo tentativo: Cross si era impapinata su un piccolo dente, complice un accumulo nascosto che fermò la sua azione. La nostra piccola non lo vide nemmeno, si involò sul falsopiano staccando tutti gli altri, si lasciò portare dal pendio in leggera discesa, inanellando dei piccoli stacchi dal terreno innevato lanciando in aria spruzzi di neve cristallina. Ringalluzzita dalla facilità con la quale riusciva a staccare la banda tronfia di prosopopea, in verità solo da parte delle due cugine, visto che i monelli avevano girato le ruote e stavano tornando a casa ormai sfatti, si lasciò trasportare nella neve fresca, affrontando dossi, gobbe e alberi che si trovava sul percorso come le porte di uno slalom.

Così non si fermò più. I giorni dell’inverno volavano via con il vento tra gli alberi, inseguì il sole, scorrazzò sotto fitte nevicate, attraversò laghi ghiacciati spaventando i pescatori che fissavano il buco dal quale tendevano gli agguati ai pesci: scappò dagli orsi polari che volevano mangiare i pesci e l’avevano scambiata per una strana foca, correndo al fianco delle slitte dei nativi. Nessuno riusciva a starle davanti, nemmeno i cani più allenati, che cercavano di mordicchiare le sue gomme cicciotte. A casa, Violet aveva immaginato che quella bicicletta così sgraziata, avrebbe trovato la sua via e sarebbe stata lontana a lungo. Di tanto in tanto riceveva una cartolina da paesi che aveva visto solo sul mappamondo, con saluti di altre biciclette a lei simili, che alcuni genitori non sprovveduti avevano generato. Sul forum di Bicycle Book aumentavano i contatti. Tutti avevano preso in simpatia Pugsley. Da buona cicciona era sempre allegra e curiosa, aveva incontrato in un’officina, dove si era sottoposta ad un piccolo lifting alla sella ed al manubrio, Pippa Woodchipper. La zia, che tornava da un giro eterno che divide le montagne ed i deserti, le fece dono di un set di borse da viaggio. “Cara nipote, non avevo dubbio che saresti cresciuta in fretta trovando le tua strada. Certo abbiamo impiegato un poco di tempo per scoprire le tue capacità, tua madre ti ha sempre capito per verità, sapeva che tu sei una bicicletta speciale, la via era tracciata. Adesso, mia cara, la neve sta finendo. Ti aspettano altri terreni, che tu non conosci, come la sabbia. La sabbia è come la neve, solo che non è fredda ma si comporta esattamente come lei: puoi trovarla soffice, oppure compatta lavorata dal vento e per arrivare nel regno della sabbia dovrai attraversare luoghi dove il padrone è il fango, un altro elemento ostico, che cerca di rapirti e trattenerti tra le sue braccia. Stai attenta, Pugsley, ma ora sei pronta per tutto un altro mondo. Tu non sei fatta solo per l’inverno, vedrai che ti troverai a tuo agio ovunque… Volerai come un cigno sopra tutto e tutti. Stai attenta alla pressione, mi raccomando!”

Pugsley, fu scossa da un tremito. Da una bicicletta sgraziata, quale era stata considerata è cresciuta una bicicletta grassottella, ma con tanto fascino e tanti futuri riconoscimenti. Salutò Pippa Woodchipper, imbucò una cartolina per mamma Violet e papà John con gli auguri di buon anniversario e tranquilla, dopo aver fissato le borse, si mise sulla strada, inseguendo il volo dei migratori che come lei cercavano nuovi lidi.

Le fiabe, Andersen insegna non sono sempre a lieto fine: anche le fat bikes sono finite presto nel dimenticatoio delle mode passate in fretta, vittime predestinate di un errore di valutazione di importatori e produttori che ne volevano fare la bicicletta universale pensando di farne un best seller, aspetto incompatibile con lei poiché era un mezzo destinato ad un impiego ben specifico! Così nel giro di pochi anni intraprese il viale del tramonto denigrata da chi gli aveva spergiurato amore eterno, a noi una lacrima fugace ancor scappa pensando al tempo passato con lei nel giusto ambiente !!!

Pro-Meide – Libro II – Bike and glory (that’s a new story)

07 Apr 2020

Libro II – Cap IV

Bike and Glory (that’s a new story)

Mettiamo che il magazzino di via Lucilio Gaio, 7 fosse il rifugio peccatorum di Gianni ed un sacco di altre persone: chi è senza peccato scagli il primo telaio, dove come in un tempio mitraico si officiavano riti misteriosi di affiliazione alla fede incrollabile nei prodotti esoterici, i fedeli vedevano i prodotti commerciali come il ripudio totale del proprio credo.
Il mondo intorno correva rapidissimo in tutti i campi come tutti ci accorgemmo e dopo quasi un decennio di attività Pro-M non era più solo un passatempo per Gianni che tra le altre cose era impegnato da importanti cambiamenti nell’ azienda di famiglia, era arrivato il momento di una riflessione: agire per evolvere passando ad una fase di apertura ad un pubblico più ampio del tempio pur mantenendo la sua anima di ricerca e di qualità legata alla passione frutto di una visione totalmente lisergica per dare un senso più ampio alle energie che giornalmente venivano profuse. Giocare va benissimo, ma il gioco come ben sapete deve perlomeno tenere accesa la candela…  Quindi il gioco si sarebbe giocato su un altro tavolo e chi aspetta la mossa del croupier ha già perso la mano: le scelte sono come una mano a poker, le giochi sempre prendendole da un mazzo non segnato perché i bari alla fine la pagano perchè le carte poi le devi mostrare al banco.
Non so se Gianni avesse questo pensiero ma da imprenditore non era nuovo e sempre per essere banali non solo una decisione fa la differenza, bisogna anche valutare attentamente le cause e le conseguenze e dove vuoi arrivare in questa maratona come fosse una danza.

Visto che non era la sua priorità in questo momento della sua vita imprenditoriale, non intendeva gestire un eventuale negozio da solo, non aveva il tempo per dedicarsene a pieno, dovette cercare un socio, un appassionato che potesse quotidianamente occuparsi dello spazio di vendita, che avesse le sue stesse o per lo meno simili idee sui prodotti da mettere in vetrina e nella gestione del Cliente. L’occasione gli venne servita come i quaranta punti di apertura in prima mano a scala quaranta, Alberto B. (in arte “Lecter”) un nostro compagno di scorribande era entrato in una fase di stallo esistenziale non solo lavorativo, era stanco di quello che stava vivendo già da tempo aveva espresso in più occasioni il desiderio di una pausa di riflessione e durante uno dei tanti viaggi sul furgone aveva parlato di questo a Gianni: aveva le caratteristiche indicate al ruolo. Impallinato, di formazione ingegneristica quindi a volte come tutti coloro di tale parrocchia ben quadri, senza nulla togliere alla geometria piana.

Come ho già raccontato in occasione della fondazione di Pro-M, Gianni non è uno che cincischia sulle decisioni purché non essendo un devoto metteva sul banco il concetto Buddista dell’immanenza, perché se non muti la situazione con una tua azione questa muterà in ogni caso senza che tu possa controllarla ed il controllo era fondamentale per il progetto.
Lo spazio doveva rispondere a dei requisiti ben precisi: posizionato non troppo lontano da Lucillo Gaio dove al momento i corrieri recapitavano le spedizioni, ad una distanza giusta da Marnati che comunque si occupava dei montaggi e della manutenzione, che non fosse troppo grande visto il prodotto che si sarebbe venduto non necessitava un esposizione da mercato rionale e non ultimo una certa facilità di parcheggio coniugata alla facilità di accesso allo svincolo autostradale di Milano Certosa, visto che Pro-M aveva clienti da tutto il nord Italia e non solo.
Che fosse facile trovarlo con tutti questi requisiti nella Milano del 2005 non lo era, la situazione commerciale era frizzante come l’aria di quell’inizio di primavera, ma un giorno recandosi da Marnati incolonnato prima dell’incrocio vide un cartello appeso ad una serranda grigia abbassata che recitava AFFITTASI in corrispondenza del numero 29 di Via Principe Eugenio. Si accostò mettendo le quattro frecce e si annotò il numero di telefono della proprietà, l’avrebbe contattata da lì a poco appena ritornato in ufficio. “O’ Pate de criature”, il numero 29 sembrava avesse fatto sì che si fosse incolonnato, e distrattamente lo avesse spinto a buttare l’occhio oltre il filare dei platani che aprivano finestre sui palazzi della via… Quel numero avrebbe generato le bimbe del cambiamento (26″ is dead baby, 29″ is the future cit. Gianni Biffi) poco tempo dopo e Gianni come sempre sarebbe stato al centro dell’occhio del ciclone, ma questo sarà come sempre una sua decisione.

Non fu necessaria una lunga trattativa per affittare lo spazio, Gianni chiamò Lecter che altrettanto rapidamente si mise d’accordo su come iniziare il nuovo progetto.
Nell’ Aprile 2005 aprì il Pro-M Store, il primo negozio di Pro-M che venne poi inaugurato ufficialmente il 12 Maggio; una nuova era aveva preso inizio, quella che sembrava un naturale sbocco dell’importazione diretta aprì la strada che poi portò ad un passo più importante qualche isolato più in là, qualche anno dopo. All’ingresso campeggiava sobria l’insegna Pro-M Store “Unusual Bikes and Wear” – “Bike and Glory” che metteva ben in chiaro che cosa ti aspettava mettendo il piede dentro, dopo aver suonato il campanello, ovviamente. Il progetto del design dell’interno era minimale condito da un grigio che metteva in risalto i pezzi messi in mostra. Lo spazio era piccolo appena entrati ti trovavi sulla sinistra una rastrelliera metallica con inserti di legno di un caldo colore mediterraneo sotto lo striscione Ellsworth dove appese ci trovava spazio la collezione di Primal Wear, un abbigliamento ripieno di citazioni al Peyote che rendeva l’onore dei Bikers citando Rolling Stones e Greatful Dead perchè la nostra passione è più vicina alla psichedelica più di quanto lo possiate immaginare, passando per i le maglie dei Marchi più blasonati nel mondo esoterico Californiano. Un inno alla follia lisergica ed al sole che probabilmente aveva brasato la mente del grafico. Come in una vetrina di gioielleria d’arte al fianco si trovavano in bella vista una serie di componenti raffinatissimi che ci sarebbero stati benissimo in “Colazione da Tiffany”, anche se li in Principe Eugenio avevamo solo un paio di bar un poco più terra terra che offrivano quello che desideravamo: siamo dei rustici con l’animo dei signori. Alla fine del percorso una torretta conteneva sotto chiave la collezione degli occhiali più desiderati dai Bikers, a destra una scrivania e sopra il logo Mountain Cycle che occupava 2/3 della parete.

Le bimbe scelte per la prima erano due San Andreas DNA canto del Cigno di Mountain Cycle, una Ellsworth Moment, The Witness GoldOne che aveva fatto già notizia e la ormai nota forcella Bergman Alice SC oltre alla prima Fox 36 di un ribrezzante color marrone che faceva copia con una Fox 40 doppia piastra grigia. Il tutto volutamente minimale ma elegante da “Galleria di arte meccanica moderna” come del resto recitava l’insegna, tutto voleva e doveva essere inusuale. Lecter si sarebbe occupato del negozio e lo fece per tutto l’anno successivo fin tanto che un cambiamento della sua vita sentimentale lo portò a chiudere il suo periodo riflessivo tornando al suo impiego storico, facendo sì che Gianni si dovesse occupare a tempo pieno anche del negozio. In quel periodo e anche in onore dell’apertura del negozio Gianni e Lecter organizzarono con l’ aiuto di Red Moho una caccia al tesoro in giro per Milano con tanto di premi per i partecipanti. La cosa denominata “Oh mia bela Madunina” coinvolse decine di Clienti di cui molti dei quali altri non erano che i fedeli del tempio pagano di Via Lucilio Gaio (che per onor di tassonomia era un poeta latino quindi tutti gli eventi non potevano che avere quest’aurea epica). Una notturna spesa alla massima velocità per raggiungere gli indizi tra chioschi, auto parcheggiate in “ligam style” e rischi in contromano schivando i capannelli di avventori chiassosi fuori dei locali.
Io mi affidai alla “Freak Mobile” con Alberto Skywalker come Stoker, pensavo di vincere facile con il ragazzo che si vantava di essere iperallenato, ma non eravamo mai d’accordo sulla direzione da prendere e come si usa ancor dire per un senso unico in più il Freak perse il premio.

Meglio così altrimenti essendo in due avremmo dovuto segarlo a metà e non so che cosa ce ne saremmo potuto fare…