Pro-Meide – Libro II – Pedalatori e Navigatori per nulla Santi

05 Apr 2020

Libro II – Cap. II

Pedalatori e Navigatori per nulla Santi

Le guerre sono in assoluto la peggior espressione dell’animo umano. Da quando abbiamo memoria storica non so quantificare quante sono state combattute, milioni di esseri umani sono stati cancellati dal pianeta, intere civiltà distrutte in nome della presunta superiorità dei vincitori. I conflitti dalla notte di tempi hanno portato a sviluppare tecnologia per la costruzione delle armi bronzo, ferro e polvere da sparo sono i gradini dell’evoluzione. Nel Mahabarata, saga indiana di oltre 82.000 versi che ne fanno il più imponente poema epico dell’intera letteratura mondiale, Arjuna, figlio del Dio Indra, nella battaglia che cambierà la sua vita e le sorti viene aiutato da Khrisna usando frecce celesti che inceneriscono guerrieri, elefanti e cavalli, l’epica scomoda sempre gli Dei per giustificare il mezzo, ma più terra terra dalle pietre alla bomba H ci sono passati secoli di storia. Ma le guerre non si vincono solo con le armi ma soprattutto con la strategia, dove la conoscenza del territorio dove si va a combattere è determinante per poterne ottenere un vantaggio. La topografia era un arte militare innanzitutto, ma in tempo di pace dall’Impero Romano in poi diventava uno strumento per l’espansione commerciale questo fino al secondo dopoguerra dove le fotografie aeree permisero di avere un quadro dettagliato e veritiero dei territori, soppiantando le mappe militari che gli istituti geografici militari di tutto il mondo avevano redatto e revisionato per anni.

La guerra fredda tra le due superpotenze USA ed URSS, accelerò la ricerca a scopi ovviamente spionistici e la NASA nell’estate del 1971 con gli astronauti dell’Apollo 15 testò un primitivo sistema di navigazione a bordo del Lunar Rover Vehicle per far sì che non si perdessero sulla superficie lunare. Nei successivi vent’anni l’apparato militare Americano attraverso una rete dedicata di satelliti artificiali in orbita dotò le forze armate del NAVSTAR GPS acronimo di Navigation Satellite And Ranging Global Positioning System (gli Americani li adorano ve ne sarete accorti anche in campi più gioiosi quali i sistemi di sospensione delle MTB), evoluzione del Transit, sistema che permetteva alle navi ed ai sommergibili della US Navy di determinare la posizione in mare in qualsiasi condizione meteorologica. Dopo la prima guerra del golfo nel 1991 gli USA consentirono al mondo civile questo servizio con il nome di SPS con ben differenti specifiche da quelli militari che ovviamente erano molto più ricche di precisione e dettagli, non a caso il segnale civile intenzionalmente era integrato da errori che riducevano l’accuratezza della rilevazione.

Infatti per quel decennio di navigatori se ne sentì parlare poco, io nel 1994 ne ebbi un primo assaggio durante una scampagnata sciistica su e giù dai vulcani che costellano l’Islanda dove il nord è drammaticamente influenzato dalla deviazione magnetica: la guida che ci accompagnava ne aveva uno recuperato grazie alla base militare Americana che dagli anni quaranta era lì.
Io abituato ad orientarmi con istinto, bussola e mappe trovai interessante il sistema in quel deserto bianco, salvo accorgermi di questa imprecisione sui punti che arrivava a circa 1000m di raggio, il che mi faceva preferire ancora il mio vecchio modo di navigare. Le cose cambiarono nel Maggio del 2000 quando con un decreto il Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton magnanimo (secondo alcuni detrattori sotto le pressioni di lobbies industriali, ma come sempre sono “solo”illazioni) mise a disposizione la precisione attuale di più o meno 15 metri. Garmin che dal 1989 sviluppava tecnologie per GPS immise sul mercato il GPS 3. Da allora la navigazione nel mondo cambiò, anche per noi pedalatori ovviamente e volete che il nostro dipendente da innovazione tecnologica Gianni non fosse pronto? Eccome se lo era non aspettava altro, questo dispositivo avrebbe permesso la mappatura degli itinerari che nel corso degli anni avevamo pianificato e percorso creando un data base di itinerari ad uso e consumo di dotti e neofiti navigatori, che fu aggiornato per più di quindici anni fino a poter mettere a disposizione 539 tracciati tra Alpi lungo tutto il suo arco, Nord e centro Italia.

Come avete ben capito la tecnologia corre molto più veloce dell’animo umano fin tanto che lo ha reso un attimo obsoleto superato da applicazioni che in modo più immediato sugli smartphone fanno accedere ai percorsi. Per fortuna aveva tempo davanti a sé, quindi aveva un nuovo giocattolo da utilizzare per allietare le uscite del Racing Team che di racing aveva solo la spiccata attitudine alla volata per il ristoro. Nel secolo scorso per fare un percorso prendevi una mappa del IGM (Istituto Geografico Militare anche noi Italiani ci difendiamo per gli acronimi. Cosa pensavate che solo gli Americani li amassero?) 1:25.000 dell’area che ti interessava, controllavi la lunghezza dei sentieri con un righello, il dislivello contando le isoipse e quanto fossero ravvicinate, grazie alla legenda dei segni convenzionali imparavi a riconoscere le fonti di acqua presenti per non morire disidratato ed i rifugi visto che l’obbiettivo era generalmente una grassa fetta di torta o una dissetante Panachè. Per completare il quadro ci mettevi i racconti orali di chi aveva già fatto per appurare che fosse ciclabile e se si aleggiava l’esistenza di linee alternative ti preparavi manco tu dovessi partire per un missione suicida nella giungla Vietnamita.

Primo cambiamento provocato dall’innovazione del nuovo millennio: l’estenuante attesa della triangolazione dei satelliti prima di mettersi in marcia; nonostante l’aforisma di Gotthold Ephraim sostenga “che l’attesa del piacere sia essa stessa piacere”, in realtà era una gran rottura di scatole il dover assistere il risveglio dell’amuleto elettronico: per far sì che si attivasse più velocemente, lo muovevi in una serie di rotazioni che avrebbero insegnato la danza ai Dervisci.
Secondo cambiamento: le macchine fotografice reflex erano in agonia in attesa di passar a miglior vita nel giro di pochissimi anni, le macchine digitali nate solo pochi anni prima avevano prolificato i pixel come i chiodini sui ceppi nei boschi in autunno, quindi avevamo un nuovo strumento per accompagnare le nostre avventure per testimoniare al mondo la nostra esistenza. Gli scatti non costavano più, potevi catturare più o meno tutte le immagini tu desiderassi e cancellare quelle che non ti soddisfacevano. Una cosa che prima potevi fare dopo aver sviluppato la pellicola e visionato gli scatti sempre che tu non avessi bruciato o mal agganciato la pellicola, sorpresa spesso accompagnata dalla caduta di tutti i Santi dal paradiso visto le imprecazioni che ne conseguivano: la Nikon Coolpix 1 entrò a far parte della dotazione necessaria delle gite di Gianni.

Quindi dotato di GPS 3 e di Coolpix non aveva più ostacoli, le pagine del sito avrebbero accolto foto e tracciati come due gemelli eterozigoti e avrebbero creato pagine pubblicitarie che per un decennio furono riconoscibili come pagine Pro-M in compagnia di quel claim nato nel decennio precedente che aveva avuto una serie di fratelli tutti molto simpatici e scanzonati perché noi il Team ed il Presidente “¡ sem minga ciapapùlver !” e per fortuna non ci prendiamo troppo sul serio. Insomma dopo le vestizioni, l’ostensione della digitale sullo spallaccio sinistro dello zaino perché a destra ci stava il catetere del Camelbak ed i riti propiziatori alla ricerca dei satelliti guida, la gita poteva iniziare. Ma un soggetto tutto nuovo era entrato nel lessico del Biker in gita con i compagni di merenda: il Waypoint. Per far capire cosa sia questo sconosciuto è un punto di riferimento utilizzato in qualsiasi tipo di navigazione, in quella terrestre sono coordinate espresse in latitudine e longitudine, tradizionalmente ai tempi del cartaceo si associavano a punti che potessero aiutare la tracciatura del percorso, quali sorgenti, incroci su strade, corsi d’acqua, massi erratici e così via. Con il Gps si entrava nel meraviglioso mondo di Pollicino: qui i waypoint divennero astratti erano come i sassolini lasciati sul terreno del bosco per tracciare un percorso invisibile, quindi mentre ti addentravi nel bosco inesplorato sentendoti come un novello Magellano, ti dovevi fermare per segnare il punto, spesso attendendo che i satelliti si facessero vivi.

Gianni aveva programmato per il Team il giro del Monte Tamaro, un cocuzzolo pelato di quasi 2000 Mt. nelle prealpi Luganesi, una gita che sarebbe diventato un classico come “After Midnight” di Eric Clapton per le variazioni e gli assoli. La salita in parte ti veniva evitata dalla funivia che da Rivera ti porta ancor oggi fino all’Alpe Foppa a più o meno 1600 Mt. di quota lasciandoti gli ultimi 400 Mt. di puro dolore visto le rampe che conducevano alla Capanna del CAS (Club Alpino Svizzero, oggi acronimi come se piovesse) dove una delle migliori crostate ai frutti di bosco delle Alpi ti attendeva sempre generosa pronta ricompensare le gambe di piombo che ti ritrovavi vista la partenza a freddo, come sempre per non tradire la nostra natura godereccia le scelte erano ben oculate. Dopo una fetta di torta ed un bicchiere di Rivella (bevanda Svizzera a base di siero di latte che sta alla Svizzera come il thè con il burro di yak sta al Nepal… Ma la Rivella non provoca assuefazione…) e una serie di scatti fotografici dove eravamo immortalati in pose plastiche che aizzavano il nostro narcisismo, attendevamo il report della gita il lunedì per poter scaricare la foto sulla scrivania del PC e vivere di gloria per tutta la settimana, affrontavamo la discesa in parte comune con la traversata del Monte Lema. In quegli anni per i Bikers era come l’esame di analisi per gli studenti al primo anno di ingegneria, ti dovevi applicare molto per passarne indenne, ci attendeva con molti tranelli.

Il Presidente preso dal suo furore di cartografo digitale si attardava per segnare i waypoint sul tracciato, cosicché ci eravamo allontanati e fuori dal suo campo visivo. In fondo al pezzo più accidentato altro waypoint non troppo astratto sul percorso, una biforcazione senza paline che potessero aiutarti a scegliere il percorso aveva disorientato Gianni, considerato che i telefoni non avevano campo non aveva altra possibilità di lanciarsi a capofitto giù per il sentiero pensando che noi saremmo stati ad aspettarlo sdraiati nella prima radura. Il destino volle che seguendo il nostro navigatore umano avevamo preso a destra salendo visto che ci aveva proposto una variante molto appagante. Mentre noi scorrazzavamo felici, Gianni non vide un grosso buco celato sotto una radice “esplodendo” rovinosamente in avanti. Rialzatosi, si accorse che questa volta non gli era andata bene del tutto… La clavicola si era spezzata, nello stesso punto di frattura di quando si smaterializzò in sella ad una Honda CR250 da cross. Qui però non era in un crossodromo si trovava in mezzo ad un bosco! Dolorosamente cerco di bloccare la spalla con gli spallacci del Camelbak e scendendo a piedi raggiunse una baita dove i proprietari stavano giocando a ping-pong. Gianni con voce fievole disse “Scusate, vi chiedo una cortesia mi portereste al parcheggio della funivia a Rivera?” I due lo guardarono con sospetto, lui si aprì la maglietta mettendo in mostra la clavicola che aveva preso la forma di un attaccapanni. “Oh Signuuuuuurrrrr” fu l’unica cosa che dissero e lo scaricarono davanti a noi che stavamo tanto per cambiare prendendolo in giro per la sua nuova attività di tracciatore.

Questo incidente non affievolì la voglia di condividere i tracciati Gps sul sito, che anzi ebbe dopo la sua guarigione una crescita esponenziale precettandomi spesso come scout e dopo più di vent’anni di escursioni riesco ancora a proporre nuove tracce… Pronte ad essere memorizzate dal Presidente.
P.S. : Vi devo confessare che io ho lo stesso approccio con il navigatore di quello che ho con la pentola a pressione in cucina, ne faccio a meno tanto lo porta Gianni.

Pro-Meide – Libro II – Tito e le sue Bimbe

04 Apr 2020

Libro II – Gli Anni del cambiamento – Cap. I

Tito ed le sue Bimbe

Con l’anno 2000 iniziò un nuovo secolo e ancor fatto più epocale per il genere umano, un nuovo millennio che come da che l’uomo ne abbia memoria fu accolto con festeggiamenti entusiastici in ogni angolo del pianeta. Storicamente la fine e l’inizio di una nuova era hanno sempre portato fortissimi cambiamenti, vorrei solo ricordare cosa accadde nel secolo scorso nel primo ventennio: il primo conflitto globale, la dissoluzione degli Imperi centrali, preceduta da rivolte popolari dovute alle condizioni infime in cui versava la maggior parte della popolazione che costrinse milioni di persone ad emigrare in cerca di fortuna. Questo antefatto portò il mondo alla seconda guerra mondiale che mutò ancora la nostra società offrendoci tra alti e bassi, cinquantacinque anni di pace e prosperità e condizioni di vita che i nostri avi manco si potevano immaginare. Insomma tutto andava verso un radioso futuro si sarebbe pensato ma il film Blade Runner uscito nelle sale nel 1982 ci prospettava un mondo apocalittico, claustrofobico, sovrappopolato, fortemente inquinato, ambientato nel 2019, non era poi così lontano ora quel momento. Ma eravamo pronti a vivere il “decennio breve” in cui la velocità delle innovazioni in tutti i settori lo avrebbe segnato profondamente, iniziato con la diffusione casalinga di internet, che fino a quel momento era ad uso e consumo principalmente delle aziende. Nel 2001 l’iPod era l’oggetto del desiderio degli adolescenti, la Cina afferma il suo status di potenza ottenendo l’assegnazione dei giochi olimpici del 2008, Settembre ci rammenta l’attentato alle torri gemelle che influenzerà ancor oggi gli equilibri mondiali. Da li a poco il 1° gennaio 2002 l’Euro diventerà la moneta unica per 12 paesi dell’Unione Europea, nel 2003 una polmonite atipica, la SARS miete vittime soprattutto in Asia. Reid Hoffman ed Allen Blue ispirati dalla teoria di sei gradi di separazione di Stanley Milgram lanciano LinkedIn, che in parte sancì la nascita il 4 febbraio 2004 di un sociali network che corrode gli smartphone di qualche miliardo di umani: Facebook che nel 2005 verrà seguito da Youtube. Nel 2007 Apple presenta il primo iPhone mamma di tutti i dispositivi che abbiamo in mano il tutto condito dall’immensa crescita economica della Cina.

Quindi vi lascio immaginare che i cambiamenti globali non furono scevri in questo mondo di ludopatici ciclisti fuoristrada, nuove generazioni di ingegneri si stavano affacciando non troppo timidamente nell’industria che ormai aveva radicato la produzione ad oriente prima a Taiwan poi nella Cina continentale, il tempo dei pionieri del far west americano era finito.
I Marchi che poi in questi anni avrebbero consolidato la loro leadership mondiale, avevano puntato sul “designed in USA” per poi demandare la produzione di massa a fornitori Asiatici.
Poche aziende tenevano duro producendo ancora in casa propria e quindi negli USA; una di queste era Mountain Cycle.
La vena innovativa di Robert Reisinger era offuscata da problemi legati al gestionale: non essendo un manager abituato a districarsi tra commerciale, produttivo e Fornitori ma un puro progettista era entrato in un periodo buio dal punto di vista creativo. Oberato da costi sempre più alti, da competitori che avendo preso indirizzi industriali molto in sintonia con la visione Fordiana della produzione di massa (Specialized e Trek in testa) aveva iniziati a pensare e mettere in produzione alcuni modelli che cercando di ridurre i costi avevano perso il fascino del decennio precedente: Tremor e Zen ne sono l’esempio. Poi l’acuirsi del minor riscontro di vendite sul mercato e le conseguenti difficoltà economiche fecero sì che a malincuore il marchio passasse in mano a Kinesis, un gruppo produttore di biciclette che gli aveva già dato una mano con le ultime realizzazioni. Questa faccenda non aveva per nulla messo di buon umore Gianni, proprio per nulla, che vedeva, a ragione, un impoverimento del prodotto e la sua progressiva scomparsa come già visto con le operazioni di acquisizione di Klein e Gary Fisher da parte di Trek… Sembrava tutto già scritto.

 

Visto che le avvisaglie avevano già fatto la loro comparsa la ricerca di un Marchio di livello, perché lo dobbiamo ammettere Gianni aveva gusti decisamente esoterici e non voleva essere uniforme ai Marchi commerciali in voga in quel momento, era nella sua mente in quegli anni. Rimase negli annali la copia ironica del claim ¡ hoy madre ! fatto da un nostro amico Confederato, tale RuPaBiker (che era e rimane nonostante un periodo di eclissi nel mondo del modellismo un fan sfegatato di uno dei Marchi che hanno fatto storia) che a causa delle continue prese in giro da parte del Biffi recitava con gli stessi caratteri ¡ hoy mierda ! …
Spesso è difficile spiegare a chi non ha vissuto quei momenti la ricerca dell’unicità: non si trattava di tifoseria, era un vivere dal profondo la propria bicicletta che era in realtà il prolungamento del proprio corpo per riappropriarci della nostra natura che non è uguale a quella di nessun altro anche se condividiamo lo stesso pianeta. Quindi eravamo attratti da queste realizzazioni, non perché ci sentissimo snob ma solo votati al bello dell’evoluzione: qui si trovavano mescolate quasi come in una pozione lisergica di un brujo tecnica costruttiva, meccanica razionalmente fine e design che è il vero motore della passione. Gianni che di questo viveva dall’inizio dell’avventura di Pro-M, trovò un altro marchio che negli Stati Uniti aveva guadagnato un’ottima reputazione per i suoi prodotti: Titus. Chris Cocalis, il fondatore del marchio già nel 1989 da sconosciuto saldatore di telai, aveva iniziato anni prima disegnando un telaio da BMX per atleti alti di statura visto la difficoltà di trovarne uno adeguato in commercio. In un test pubblicato da MBA intitolato “The bikes of the future” sul podio vi erano due Mantis, la Nishiki Alien e la sua prima realizzazione. Una bici a foderi alti ispirata da un altro grandissimo telaista Chris Chance padre del marchio Fat Chance’s, ma questo ragazzo che da Chicago si era spostato in Arizona aveva fatto vedere le sue capacità che concretizzò nel 1991 quando da saldare i telai nel garage passò a fondare il suo Brand.

Oltre al design innovativo delle sue biciclette, fu pioniere della produzione flessibile ovvero dare a affidabili fornitori la manifattura di componenti, del design di utensili ed ingegneria dei materiali all’avanguardia che trasportò nei suoi telai. Per i successivi dieci anni i suoi progetti furono venduti e costruiti dalle maggiori aziende del settore, addirittura Shimano nel 2008 per il suo gruppo di punta, l’XTR, chiese la sua consulenza. In brevissimo tempo la sua competenza per la personalizzazione, la sua reputazione per la qualità, l’innovazione ed un impeccabile servizio clienti posizionarono Titus nell’olimpo delle biciclette più raffinate del panorama mondiale… Elogiato dalle riviste del settore e vincendo a ripetizione gli Awards di MBA. I gradi di separazioni non sono mai sei lo sapete, aveva disegnato un set di pedivelle per AC che era un marchio importato da Pro-M. Altro dettaglio di non poco conto non aveva un distributore in Italia ed avendo la Pro-M Marchi che stavano con Titus la strada era in discesa perfetta come una pista da sci battuta per una gara di coppa del mondo. Chris Cocalis rappresentava un ulteriore innalzamento dell’asticella, in 15 anni avrebbe messo in produzione 35 modelli di telai, declinati in almeno tre varianti, un delirio di personalizzazione, un ossessione stilistica.

 

La sua grandezza rimane la capacità di utilizzare ogni sorta di materiale che fosse di origine metallica o fibra: il tubo EXOGRID rimane un esercizio ingegneristico unico che lo rende un inno alla scienza dei materiali, un “Tetris” realizzato con estrusi di titanio Ti-6Al-4V e fibra di carbonio che venne utilizzata sulle sue realizzazioni stradali Vuelo e Ligero (e su alcune MTB), perché Titus non era nello specifico solamente un produttore di MTB, aveva esplorato anche in maniera proficua il mondo dei sciusciamanuber. Aveva iniziato ad interrogarsi sulle geometrie dei telai che fino a quel momento non era la priorità dei progettisti, gli angoli si sarebbero aperti cercando timidamente di attuare la via aperta da Gary Fisher con lui aveva intrapreso una strada nuova. Cocalis avrebbe adottato su tutte le sue realizzazioni bi-ammortizzate lo schema a quattro punti di infulcro con giunto Horst coprendo la gamma dal cross country agonistico con la Racer X definita da Jimmy Mac di MBA (scusate se lo cito spesso ma poche persone come lui esistevano e avevano rara sensibilità di collaudo. In Italia solo Roberto “Baffo” Diani storico tester, possiede questa dote) “the best XC machine that enlights your race tickle”. Oltretutto è degno di nota il fatto che nell’ Aprile 2008 una Racer X da 29″ ottenne a Cremona la prima vittoria a 29″ della storia Italiana!  Passando poi alla fantastica mamma delle trail bikes attuali la MotoLite offerta in titanio ed alluminio per arrivare alla Switchblade macchina che ora definiremmo enduro per arrivare alla mia preferita la Supermoto che avrebbe ispirato in questi ultimi anni un telaio ad X di un noto Brand. I suoi prodotti potevano apparire meno “estremi” rispetto a Mountain Cycle e Foes, che utilizzavano dei monoscocca in alluminio, ma erano un concentrato di armonia dove la proporzione diventava bellezza.

Il lasciare Mountain Cycle che ormai era lontano dalla mente del suo creatore ed avviato all’eutanasia in quanto terminale da coloro i quali lo avevano acquisito, fu addolcito a Gianni dall’arrivo i famiglia di queste bimbe, che iniziarono immediatamente a dare soddisfazioni a quelli che di noi le abbracciarono: la facilità di guida, la cura maniacale con la quale erano realizzate e l’infinita personalizzazione sposavano la filosofia di Pro-M appieno. La El Guapo che arrivò in una fase successiva era un passo deciso nella nuova disciplina che si stava affacciando sul balcone delle competizioni, l’enduro: testimonianza della fertilità creativa unita alla visione di prodotto di Chris Cocalis che ancor oggi non ha rivali. Tutto questo faceva intravvedere un cammino solidale e proficuo per entrambi, così fu per lungo tempo ma come spesso accade gli eventi esterni bloccano il passo. Nel Luglio 2006 Cocalis vendette le sue quote a Vyatek Industries che era suo socio sin dal 2001 prendendosi una pausa di riflessione tipica di coloro che nella creatività bruciano tutte le energie che lo porterà a lavorare in seguito nel progetto Pivot USA .
Tutto in linea con il decennio breve che cambierà le nostre vite, volenti o nolenti, facendoci tanto male e consumando lo stoppino della candela della genialità troppo rapidamente.

Pro-Meide – Libro I – L’ 0m de Bérghem

03 Apr 2020

Libro I – Cap X

L’Om de Bérghem

“Biondo, vieni qui da me tra due ore puntuale, non come il tuo solito, poi prendiamo la Subaru ed andiamo a Seriate, ho un appuntamento”. Dopo due ore circa inforcai la moto e sgattaiolando nel traffico Milanese delle 19 in stile “fast and furious”, suonai alla porta del sette di via Lucillo Gaio. La Subaru Impreza era già pronta con il muso aggressivo, reso ancor più affilato dall’enorme alettone che campeggiava sul baule, rivolto all’uscita, Gianni lesto uscì dalla porta ci tirammo dietro il cancello ed accompagnati dal borbottio cupo dello scarico che mi ricordava il latrato di un pittbull affetto da raucedine, ci iniziammo a muovere nel quotidiano girone infernale del traffico in tangenziale.
“Scusa Gianni ma perché fuori dal casello di Seriate? Con tutti i posti che ci sono, potevi dare appuntamento anche in un bar… Esistono anche a Seriate, magari non fanno aperitivi come in Sempione ma un analcolico lo potremmo anche avere… Ti vedi la scena? Ci fermiamo all’uscita del casello in attesa di qualcuno al buio, noi due appoggiati con rispetto ovviamente alla Subaru che già da lontano gli automobilisti potrebbero scambiare i cerchi per dei fari abbaglianti puntati su di loro, io con il chiodo di pelle e l’orecchino tu sempre a smanettare sul Communicator… L’equipaggio di una volante della stradale di pattuglia potrebbe scambiarci per due pushers usciti dal film Trainspotting.”

Gianni guidava concentrato mi lanciò uno sguardo sornione “Tranquillo tra 22 minuti secondo più secondo meno saremo fuori dal casello di Seriate”. Lo guardai stupefatto tanto per rimanere in tema “Siamo ancora a Cormano mi sembra che forse sei un attimo ottimista, va bene che bisogna sempre esserlo ma 22 minuti… Ho capito mi devo preparare per il salto nell’iperspazio della Milano -Venezia. Unico problema che le mappe galattiche dell’Impero le ho dimenticate nel baule della moto…” Che ci crediate o no volammo nel vero senso della parola: prima che si desse una calmata anni dopo grazie ad una rogatoria internazionale cortesemente recapitata dai Carabinieri per un paio di violazioni del codice stradale in Svizzera, Gianni aveva il pedale dell’acceleratore incollato con la Loctite al pianale… Che fosse con l’auto o con il furgone. Ad intervalli brevi sugli avvallamenti della A4 la Subaru si librava in aria come un F15 in caccia per poi atterrare sul nastro di asfalto con i post bruciatori attivati, il manometro della turbina chiedeva pietà: mi rivedevo la scena del film “The Blues Brothers” dove i due fratelli a bordo di una Dodge Monaco berlina del 74 inseguiti per le vie di Chicago dalle auto della polizia: Elwood dice a Jolliet che un pistone era partito e lui risponde “Per dove?”. Arrivai all’appuntamento con i segni della pressione delle cinture ben tracciati sul Chiodo.

Non dovemmo attendere molto all’uscita, fiocamente illuminata dai fari giallastri del casello e dal passaggio sporadico di qualche autoarticolato, una Opel Frontera rallentò; il guidatore giro il capo verso di noi e fece una brusca inversione ad U parcheggiando di fronte al muso della nostra auto. La portiera si aprì ed una figura massiccia ci venne incontro con tra le mani una scatola di cartone. “Gianni ciao, pòta sei già arrivato, pensavo che il traffico ti avesse rallentato in tangenziale, lì se non vai alle cinque di mattina lo trovi sempre… Varda i magùtt (sostantivo del Lombardo che deriva dal Longobardo Magat, ragazzo, che indicava le maestranze Bergamasche utilizzate nel corso dei secoli nella fabbrica del Duomo di Milano, poi per qualificare i muratori che scendono nella piccola mela per lavorare nei cantieri) che de Bérghem van via a che ura per andà a Milan”. Appoggiò la scatola a terra e strinse la mano a Gianni e guardandomi si presentò: “piacere sono Patrizio”. Di fronte a me stava un uomo intorno ai quarant’anni, corpulento con le gambe leggermente divaricate che terminavano in un paio di scarpe antinfortunistiche slabbrate, la sua testa incassata sulle spalle da pugile metteva in risalto la mascella da Blek Macigno, corredata da un ampio rassicurante sorriso. Aveva addosso l’odore di chi passava il suo tempo chiuso per almeno quattordici ore in officina attaccato a frese ed a torni, le mani segnate da minuscole bruciature memoria degli sfrissi del metallo incandescente che saltavano via come lapilli di lava durante le lavorazioni.

“Dai fammi vedere cosa hai fatto di nuovo e cosa mi vuoi dare!”. Come sempre Gianni senza troppi giri di parole e inutili fronzoli, quelli li lascia da sempre a me, voleva prendere tra le mani l’ultima creazione di Patrizio Bergamelli che era conosciuto ai più nel mondo delle MTB come “Bergman”. Patrizio aprì sotto i nostri occhi curiosi la scatola con la grazia quale un Sommelier scaraffa un Chateau Pétrus del 1990, con cura mise in mano a Gianni una forcella a steli rovesciati mono piastra dove partendo dai para steli campeggiava imperiosamente superbo il logo BERGMAN in un bianco quasi ghiaccio. “Si chiama Alice SC, Alice come il nome di mia figlia è dedicata a Lei, SC per Single Crown: 150 mm di corsa, perno passante da 20 mm, ritorno e precarico totalmente ad aria. L’ho pensata per l’uso freeride, meno ingombrante di una doppia piastra, in ogni caso rigida come nessun altra: ho fatto gli steli da 35 mm” ! Le sue parole trasmettevano sincera soddisfazione per il lavoro eseguito, i suoi occhi brillavano tanto quanto i nostri. “Patrizio domani la farò montare su una bici delle mie, la proverò Sabato o Domenica e poi ti farò sapere cosa ne penso. Magari potresti venire anche Tu: organizzo io. Andremo ai Pian dei Resinelli con alcuni amici… Ti farò sapere”. Ci salutammo e riprendemmo l’autostrada interstellare direzione Milano, dove arrivammo al numero 7 di Lucillo Gaio in un lasso di tempo così breve che ancor oggi son convinto di aver viaggiato a ritroso nel tempo.

Patrizio Bergamelli concreta appieno il nativo della val Gandino una delle valli laterali della Seriana: Leffe il suo paese originario già dal medioevo era conosciuto per i tessuti in panno di lana e sotto la repubblica Veneziana per le armi bianche forgiate dagli armaioli in riva al Romna il torrente che dava energia ai mantici che scivola ancor oggi a sud per affluire nel Serio. Le lavorazioni meccaniche furono la naturale evoluzione ed ancora oggi nonostante le mutazioni dovute al villaggio globale, molte di queste sono fatte qui tra Leffe e Gandino. Come ho già scritto la MTB è una calamita per Archimedi Pitagorici, come quello che crea macchinari fantascientifici per Paperinik, che dall’origine ad oggi (ahimè in maniera meno visionaria ma più economica) ci ha dato centinaia di occasioni per ammirare quanto la passione possa essere un numero elevato alla N. Patrizio si occupava di robotica industriale in un’officina laboratorio a Gandino dove svolazzava un giorno sì e l’altro pure, defecando ovunque, un pappagallo multicolore che faceva molto esotico e che veniva regolarmente punito rinchiuso in gabbia al centro dello spazio lavorativo. A parte il pappagallo in stile la vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, il nostro Archimede Bergamasco aveva un senso per la meccanica fine molto sviluppato: nei primi anni novanta aveva sviluppato una forcella, la PJ Over, dove aveva utilizzato per primo come elemento ammortizzante gli elastomeri micro cellulari a cella aperta a differenza di Manitou e di altri come Fimoco che si affidavano a quelli compatti, molto meno progressivi. In campo nazionale fu una vera rivoluzione, soprattutto perché aveva una corsa da 55 a 100 mm cosa che ai tempi la rendeva unica per caratteristiche strutturali e di assorbimento. Questo successo fece si, grazie anche allo sviluppo di biciclette specifiche, di mettere in commercio una forcella doppia piastra che avrebbe calcato a lungo i tracciati delle gare di discesa: la “The Queen”. Nel tempo venne apprezzata dai più forti discesisti di casa nostra come Fabrizio Cozzi (tanto per fare un nome a caso), regalando ottimi risultati che fecero da trampolino di lancio per quella che sarebbe stata la forcella con più grande diffusione di Bergman, grazie anche al supporto commerciale di Pro-M: l’Alice SC di cui quella sera avevamo ricevuto il primo esemplare.

Come da regolamento, il buon chirurgo (sempre sia lodato) Marnati la trapiantò su una Mountain Cycle Tremor nera come la pece. Gianni aveva tra le mani un prodotto che in quel momento non aveva competitori: era rigidissima in confronto a tutte le altre allora sul mercato, semplice, robusta e soprattutto semplice da manutenere! Il sistema era semplice, aveva due camere di cui una rovesciata che consentivano precarico e ritorno, unico neo era la scorrevolezza che andava aiutata ingrassando i parapolveri affogati sotto una ghiera di tenuta, ma risolto questo dettaglio con un grasso al PTFE facendo una normale manutenzione non si incorreva in un nessun’altra bega. La prima prova confermò dopo l’uscita la bontà della fattura, certo non aveva le finiture che ammiravamo sulle Risse; mi piace paragonare l’Alice SC alla polenta bramata bergamasca, macinata un poco grossa, ma tanto tanto sostanziosa. Gianni conscio di tutto ciò strinse un accordo con l’Om de Bèrghem per la distribuzione dei suoi prodotti: nei due anni successivi, fino all’arrivo della FOX 36 che avrebbe cambiato il mondo delle sospensioni cancellando come uno Tzunami i piccoli produttori di sospensioni negli States e non solo, avrebbe venduto più di un migliaio di pezzi. Ciò consentì a Patrizio e Gianni lo sviluppo e la produzione di una doppia piastra l’Alice DC da 200mm di corsa, la versione adulta da 170mm di Alice chiamata Eye Men in onore di sua moglie che era di origini Nigeriane ed una sorprendente forcella a steli tradizionali senza archetto di irrobustimento. Quest’ ultima si chiamava Elias dedicata al suo secondogenito. Oltre questa caratteristica aveva un raggio di escursione dai 60 ai 120mm che la rendeva un ottimo componente per un telaio come quello della Mountain Cycle Zen che era appena giunto dalla California: come credo ormai vi sia ben noto, il nostro ardito volontario era sempre a disposizione per le missioni di collaudo dei materiali e pressò il buon Patrizio affinché ne finisse una in tempo record entro Venerdì, perché quella Domenica saremmo andati alle Rive Rosse da Brusnengo, il giro era perfetto per festeggiare il matrimonio di telaio e forcella.

Come sempre parcheggiammo nel piazzale del cimitero che alla mattina alle 9 era mestamente popolato da vedove e vedovi in là con l’età che portavano fiori in una mano e stracci per lucidare il marmo nell’altra, ci guardavano assorti pensando ad una gioventù probabilmente che era un lontano ricordo. Attraversato il paese abbandonato l’asfalto ci si addentrava nei vigneti che esposti a sud in file scomposte che rimarcavano le viti ritorte ci accompagnavano fino alla prima vera salita spezza polmoni che portava al santuario della Madonna degli Angeli da li si aprivano varie tracce, le “speciali enduro” non erano ancora nate; pronti per la prima discesa quel giorno che ci avrebbe portato scendendo in un calanco di arenaria rosso arancione al borgo di Curino da dove saremmo risaliti in direzione delle Rive. Gianni era ringalluzzito in modo particolare quel giorno, sarà stato per l’una o l’altra oppure per entrambi, scese mantenendo una disinvoltura che solo Valentino Balboni (storico collaudatore Lamborghini) avrebbe avuto. Alcuni di noi tra cui il vostro narratore si “ingarellarono” tra i dossi ed i canali del calanco, staccando gli altri tra cui Gianni. Ci fermammo poco prima dell’asfalto battendo il cinque tra noi in segno di giubilo per la divertente discesa, stavamo pronti al solito amorevole sfottò per l’ultimo arrivato quando un grido strozzato ci azzittì. “Ragazzi correte, @zzo muovetevi il Biffi si è smaterializzato!!!!!!!!” Abbandonate le biciclette di corsa risalimmo il sentiero: a terra inerte stava su un fianco Gianni. La faccenda era seria, non si muoveva; lo adagiammo supino non dava segno di essere presente, una non celata preoccupazione investì tutti i presenti. Ma come @zzo aveva fatto a cadere? Il punto non era particolarmente accidentato non c’erano sassi smossi. Feci per prendere la bici che era a qualche metro da lui e sollevandola mi accorsi che si era sfilato uno stelo dalla testa, causa della rovinosa caduta, ma non era importante in quel momento. Dovevamo portare in ospedale Gianni che avendo gli occhi fissi nel vuoto privi di una qualunque espressione non ci dava alcuna risposta alle nostre domande. “Gianni come stai, rispondi!… Mi senti, per favore… Dimmi qualcosa …” La situazione sembrava grave, vuoi che avesse un trauma cranico o altro dovevamo agire subito. “Ragazzi qui il telefono non prende, vado a chiedere qui in paese se mi lasciano fare una telefonata al 118”.

Mi tolsi il casco e mentre mi stavo allontanando in direzione del borgo sentii una serie di suoni sconnessi emessi dalla voce ancor più nasale di Gianni. “Po….Poo…Pooooo”. Il pallore lo aveva abbandonato, lo sguardo era un poco più vigile e cercava di formulare parole. “Non chiamare il 118”. Si era ripreso, l’ipotesi di essere portato via in ambulanza gli aveva fatto ritornare la parola, sembrava lo spaventapasseri del Mago di Oz tutto scomposto a bordo strada: andammo a recuperare il furgone e lo riportammo a casa. “La Zen ha riportato danni???” Questo ci rassicurava, era tornato in sé: il solito Gianni che non chiedeva di essere portato al pronto soccorso ma si preoccupava della sua bimba… Tutto regolare raga.

Dopo i controlli del caso e una notte di meritato ma doloroso riposo Gianni prese il telefono e chiamò Patrizio: “Patrizio sai che sono quasi morto??? Si è sfilato lo stelo dalla testa della forcella, ho fatto un volo pazzesco, ho perso anche per un po’ l’uso della parola, oltre tutto sono blu come il grande Puffo…” Patrizio attese un attimo prima di dare risposta “ Pòtaaa Gianni, mi hai messo fretta e… e… e mi son dimenticato di incollarlo. comunque sei ancora vivo quindi potrai continuate i collaudi.”

Pro-Meide – Libro I – La Famiglia si allarga

02 Apr 2020

Libro I – Cap. IX

La Famiglia si allarga

Insomma i giorni sul calendario dal 13 ottobre 1997 erano volati tra idee, collaudi e nuovi modelli che avevano arricchito la gamma di Mountain Cycle, ma Gianni come si usa dire a Milano “El stava nò cunt i man in man” (espressione idiomatica Milanese che rassicura sul fatto che all’ombra della Madonnina son tutti indaffarati nel loro produrre, come api operaie in un alveare. Traduzione per i dotti non avvezzi al dialetto Meneghino), aveva importato dagli Stati Uniti una FOES DHS mono con ben 8 pollici di corsa (203 millimetri al cambio metrico) messi in opera dal sistema LTS, che aveva stravolto i parametri delle inefficienti sospensioni che erano sul mercato. Il suo costruttore Brent Foes un altro “One Man Band” del mondo MTB come Reisinger veniva dal settore motoristico, per essere più precisi era un progettista che aveva lavorato soprattutto con Ford e Nissan nella realizzazione di Pick up a quattro ruote motrici, nel 1992 si sarebbe messo in proprio fondando la Bicycle Division of Foes Fabrication, iniziando a costruire telai percorrendo la strada aperta dal bulldozer Mountain Cycle solo quattro anni prima. La sua intuizione più interessante, senza nulla togliere ai telai monoscocca ed alle forcelle F1 che introdussero le corse oltre i 7 pollici, il perno passante da 30 mm e la barra di reazione per svicolare il freno dall’inibire la sospensione in frenata, fu l’adozione della tecnologia Curnutt per la costruzione di un ammortizzatore nominato Curnutt R che diede vita a quelle che chiamiamo piattaforme stabili. Il mio Guru dei tempi, Richard Cunningham, in un articolo sulla prova della FXR che fu antesignana delle bici da 5/6 pollici (al cambio 127/152 mm decimali esclusi) per uso trail non celando il suo apprezzamento scrisse “The original Curnutt shock outperforms all the other stable platform valve shocks” (l’originale ammortizzatore Curnutt svernicia in prestazioni tutti gli altri prodotti).

Incarnava ciò che Gianni amava di più: l’innovazione e la cura costruttiva che ovviamente scontava un prezzo d’acquisto sicuramente superiore ad altre proposte del periodo, ma rimane un gioco per adulti non sicuramente vado a fare i conti in tasca a nessuno. Ognuno secondo le proprie possibilità fa del denaro quello che meglio crede: Salvador Dalì lo bruciava nel forno del pane perché lo divertiva, ho conosciuto persone che avevano l’abbonamento al Milan ed all’Inter pur di stare tutte le domeniche a San Siro… Non so se lo facessero per pura passione o per stare fuori casa il più possibile, noi amiamo stare sulle montagne ed in mezzo ai boschi, nessuno è perfetto ahimè. Ebbene sì eravamo al cambio di millennio anno 2000, da lì a poco anche la nostra piccola liretta sarebbe andata in pensione, il millennium bug non aveva lasciato traccia nei nostri PC nonostante un panico isterico alimentato dai Media. La voglia di avere un alba radiosa piena di nuove proposte nella MTB spronò Gianni all’implemento del sito web che con lungimiranza aveva riorganizzato ed alla ricerca di prodotti altrettanto esoterici che potessero affiancare Mountain Cycle.

Un’opportunità gli venne data da una conoscenza comune che lo mise in contatto con Guido L. un giovane che si stava mettendo alla ricerca di Marchi da importare che iniziò, grazie all’ introduzione fatta da Gianni, a far arrivare Foes ed un Marchio britannico molto di culto tra gli streeters di oltre manica, DMR bikes tutto acciaio dal peso sostenuto rigorosamente front con manubri in stile BMX e componenti a prova di uso sconsiderato (“Il rigidone paga sempre” GianLuca Bonanomi cit. Valcava inverno anni 2000 dopo una discesa con il freno anteriore fuori uso). Con una DMR Trailstar feci la prima (ed ultima ad oggi) discesa integrale della Marmolada, cosa che ricordo con estrema soddisfazione. Questo era un piccolo tassello, era una nicchia troppo definita ci voleva un prodotto che avesse uno spettro di utilizzo più trasversale non troppo specializzato.

Gianni stava ancora cercando la vera alternativa a Mountain Cycle: avevo regalato l’anno prima l’abbonamento alla nostra rivista di riferimento MBA, quella che cito come fonte ogni due per tre. Oltre ovviamente alle prove che venivano fatte ed agli scatti sui trail degni del direttore della fotografia dei film di John Ford che ti rubavano il cuore mettendoti nella condizione di fare fioretti al fine di risparmiare per riuscire ad andare nella patria della MTB una volta nella vita, vi erano pagine pubblicitarie in stile “Postal Market” usuali nelle riviste di oltre oceano dove i costruttori artigianali facevano proposte di acquisto dei loro telai, componenti o qualsiasi altra cosa entrasse in orbita MTB. Tra tutte le inserzioni, quella che colpì Gianni fu quella di un marchio con un logo in caratteri pseudo-gotici: Ellsworth bikes dal nome del suo fondatore Tony che dando un connotato cavalleresco proponeva un innovativo sistema di sospensione , uno schema che richiama i quattro punti di infulcro con giunto Horst affinato da generosi bilancieri superiori ed uno studio cinematico che sposta molto in avanti della ruota anteriore il punto di incrocio virtuale che definisce la traiettoria secondo cui la ruota posteriore si muove nell’arco della sua escursione : l’Istant Center Tracking meglio conosciuto con l’acronimo ICT.

La reputazione oltreoceano dei suoi telai era molto alta considerato che le unità ammortizzanti non erano ancora al livello attuale dove trovare una bici che non funziona è molto difficile, a quel tempo era difficile trovarne una che funzionasse: vero che l’umano ha la capacità di adattarsi a tutto quindi facevi spesso di una ciofeca (fine espressione di origine spagnola adottata dal napoletano che definisce un qualcosa di poco piacevole) inguidabile diventare la miglior bicicletta da montagna. Ma alcuni come Ellsworth erano e rimarranno dei capisaldi innovativi: non so se queste elucubrazioni fossero frutto di notti in preda a sostanze psicotrope oppure ad un’intuizione fortuita, ma immaginò un prodotto che nel primo decennio del nuovo secolo avrebbe allietato molti Bikers. Negli anni precedenti al 2000 Tony aveva collaborato con un altro produttore californiano, Sherwood Gibson, anima e corpo di Ventana Bikes che ricordo per la raffinatezza costruttiva dei suoi tandem biammortizzati come “El Conquistador” che ispirerà poi “The Witness” di Ellsworth , costruendo un robusto ed efficiente telaio dotato di un affidabile monocross: il suo nome era Joker.

Il tutto faceva intendere a Gianni che era nella giusta direzione, non c’era un importatore in Italia, la filosofia del marchio si collocava precisa nella visione di Pro-M. Nel giro di poche settimane in via Lucillo Gaio UPS recapitò i primi esemplari di Joker, seguiti in breve tempo da tutta la gamma dotata di sospensione ICT. Ho ben stampato davanti agli occhi la Dare azzurra del nostro droppatore seriale il silenzioso Mapo, il tandem del presidente il mitico GoldOne che condussi giù dalla Corona dei Pinci in Ticino avendo Red Moho come ignara passeggera che fortunatamente forse non vedendo davanti a sé vista la mia mole non si pose alcun problema qualcun altro sarebbe sceso alla seconda curva (per profondo senso di amicizia non cito il nome di un’altra vittima mia fatta in quel di Finale Ligure), l’ Epiphany di SpeedyFaustilla che la chiamavamo Fausta ma in realtà era Paola che l’accompagnò alla conquista di vette e gare di 24 ore in solitaria, i Dreadlocks di Buna che rivelava il lato reggae della Joker. Quel logo che ti faceva sentire tanto cavaliere alato Polacco ci avrebbe portato ad una rivoluzione pochi anni dopo, ma avremo modo di raccontarlo più avanti.

Proprio così, erano tempi di fermento di continuo e la rete aveva iniziato ad offrire servizi che fino a due anni prima erano impensabili. Le piattaforme di discussione quelle che erano note come Forum stavano prendendo piede in ogni settore, dagli animali domestici, alla cucina ed ovviamente al nostro mondo: si stava iniziando l’ora del caffè virtuale, che all’inizio si sperava ricalcasse i caffè letterari del diciannovesimo secolo, ma che rapidamente avrebbero assunto la connotazione di un bar sport dove tra urla ed assunzione di certezza i partecipanti si scannavano a colpi di maiuscole. Gianni lo sapete, da quando ne ho memoria, è un malato di tecnologia e nello specifico di elettronica ed informatica e di conseguenza di tutto quello che può aiutare la comunicazione.
La creazione del Forum Pro-M fu un passo importante per tutti coloro che stavano nell’entourage di Pro-M: stanze di discussi su tecnica, novità, eventi e calendario di uscite avevamo compattato ancor più il Racing Team. Da li a breve l’arrivo dei primi navigatori avrebbero fatto sì che tutte le uscite in bici fossero catalogate per difficoltà tecnica e fisica, descrizione del percorso alla ricerca della pura estetica e raccolte in una sezione dedicata agli itinerari di libero accesso a tutti i Bikers che ne volessero fare buon uso. Ad oggi sono centinaia quelli catalogati sino a circa 5 anni fa anche grazie al contributo di tanti amici che con noi hanno pedalato.

A quel momento preciso Mountain Cycle non era il solo marchio in famiglia, un idea di pura follia pervase Gianni: mettere in linea un configuratore che potesse offrire tutte le opzioni per allestire la bicicletta che desideravi. Nel 2000 nemmeno le case automobilistiche più blasonate lo proponevano, non era ancora entrato nell’ordine di idee la customizzazione, il configuratore venne costruito utilizzando Adobe Flash, entrando il vostro Virgilio era un pupazzetto connotato da una folta zazzera che in realtà antri non era che l’avatar di Gianni che da buona guida vi faceva accedere alla costruzione della bimba desiderata: potevi scegliere Marca del telaio, colore, taglia e soprattutto i componenti. In una tendina superiore vedevi peso e prezzo ed inviando un a mail avevi la possibilità di preordinarla… Esattamente come la desideravi o l’ avevi sino ad allora solo sognata.
Moltitudini di Bikers hanno passato ore a fantasticare su come costruirla, il mio più grande rimpianto è che anche questo mondo non esiste più. Ora puoi solo prendere quello che viene tirato fuori dallo scatolone tutto è già pronto come i cibi tolti dal surgelatore.

Resto un fedele sognatore, giocare non ha mai fatto del male a nessuno, anzi ci fa tutti più felici, chiudi gli occhi e vedi il tuo viso sorridere al pensiero di aver potuto esaudire un desiderio anche se reale non era.

Pro-Meide – Libro I – La stagione degli esperimenti viene e non se ne va

01 Apr 2020

Libro I – Cap. VIII

La stagione degli esperimenti viene e non se ne va

 

Mi sa che da piccolo il Biffi giocava con il piccolo chimico… Non con l’allegro chirurgo perché lì bisognava solo rimettere a posto gli organi senza fa prendere la scossa al paziente, non sostituivi fegato o polmoni con altri organi facevi solo il check, stop. Il chirurgo lo lasciava fare a Marnati che rinchiuso nella sua officina mescolando telai, viti, cavi e componenti fin tanto che creava l’essere perfetto, talmente perfetto che mai uno era uguale all’altro perché la perfezione porta sempre ad non essere mai soddisfatti. Ne ho quasi la certezza che la sperimentazione fosse il volano delle prove che gli ho visto eseguire spesso e volentieri positive ma a volte pirotecniche, il tutto al fine di migliorare le sue amate bimbe. Alla teoria ovviamente seguiva la dimostrazione pratica che veniva svolta durante le uscite del fine settimana, normalmente con il resto del Team pronto ad assimilare se positiva con Gianni nel ruolo periglioso di collaudatore, visto che le idee non si limitava ad enunciarle ma soprattutto a darne prova.

Considerato che la MTB era e rimane una passione che darebbe da lavorare ad un sacco di psicologi per dare una spiegazione scientifica della diffusione di questa sindrome che ti mette a riposo fisico per cinque giorni, scartabellando ai tempi le riviste per vedere novità e migliorie dando segni di grave astinenza da prodotto perché non tutti vivono della propria passione e di altro bisogna pur vivere, facendoti anelare in ogni minuto lasciato libero i due giorni dove ti potresti scatenare, sempre che il meteo sia positivo e che gli impegni familiari non ti costringano ad uscite istantanee che normalmente hanno lo stesso sapore di una minestra liofilizzata. Ricordo Bikers che dovevano tassativamente rientrare alle 12,30 della domenica per presiedere il pranzo o che in nome della passione uscivano ad ore antelucane calcolando i tempi degli spostamenti al millesimo di secondo cosa che i distacchi in una gara di slittino sembravano ore. Peccato che quando sei in bici, tutti lo sappiamo bene, il tempo se ne vola alla velocità della luce e quindi il portarsi un amico consenziente che era il capro espiatorio del ritardato rientro in famiglia risultava essere fondamentale. “Amoreeee… scusa ma sono in ritardo, il Freak come sempre se non combina disastri non è lui. Pensa che ha forato tre volte abbiamo finito le camere… Stiamo tornando a piedi… Dai, un’oretta e ci sono”. Pinocchio aveva un naso piccino, piccino a confronto.

Cosi i nostri amici contagiati si aspettavano sempre l’ultima novità ed era un continuo aprire discussioni sulla validità dell’evoluzione non tanto tra di noi ma con gli altri Bikers alimentando querelle che sfociavano in interminabili discussioni quasi ci fossero Passatisti contro Futuristi (noi eravamo da questa parte alla faccia della Nike di Samotracia).
In quel periodo aureo dello sviluppo, come già accennato le geometrie erano un attimino rudimentali e la maneggevolezza il difetto peggiore: il movimento centrale era molto in alto soprattutto sulle San Andreas, Gianni riuscì a dare più stabilità aumentando la corsa della forcella ma nonostante tutto i miglioramenti non erano sufficienti. Come si poteva ancora fare per arrivare al risultato desiderato? Voleva abbassare il baricentro ma non avendo eccentrici che lo permettessero si poteva fare solo una cosa: cambiare il diametro delle ruote e passare da 26 a 24 pollici. La maggior corsa e l’angolo più aperto avrebbero supplito alla minor facilità nello scavalcamento degli ostacoli, il minor diametro rendeva le ruote più robuste, risparmiando rotture ai cinghialoni del Team (come sempre ogni riferimento a persone NON è puramente casuale, è autoreferenziato). Subito dopo quei primi esperimenti iniziarono ad affacciarsi bici con ruote dal diametro 26 sull’anteriore, 24 al posteriore sempre per aumentare l’angolo, ma per Gianni era raggiungere un altro obbiettivo: renderla molto più gioiosa e giocosa di quanto non lo fosse, il progetto aveva ormai più di dieci anni e a parte aver allungato la corsa dell’ammortizzatore, poco era cambiato. Con l’arrivo di ruote da 24 pollici la ricerca dei pneumatici diventò una priorità, pochissime aziende le producevano e fino a quel momento la sezione più in voga era 2.2 considerato un limite per le bici anche nel DH. Eppure un’azienda Finlandese la Nokian, stato che si conosceva allora soprattutto per la Nokia quella dei telefoni portatili, oltre a produrre ottimi pneumatici invernali per auto aveva un buon catalogo di gomme da bicicletta 24 e 26 pollici dove spiccava un modello nominato Gazzaloddi offerto in diametro 3.0 pollici e successivamente in un “modesto” 2.6 . Come Jake “Joliet” Blues dopo aver visto la luce, il Gianni non ebbe pace fintanto che non riuscì ad importarne un lotto, era in missione per conto del divertimento e quello non aspettava.

Come sempre i Passatisti ciclisti, che son sempre la maggioranza, si prodigavano con “assennati” giudizi nei confronti di tutto ciò che usciva dalla loro “confort zone”; tipico di coloro che giusto perchè un loro amico che ne capisce gli aveva detto che non servono ad un razzo anche se non li aveva mai provati i Gazzaloddi. Si spellavano le dita scrivendo post al veleno sui primi forum pur di poter essere portatori di certezze… A volte l’è puse facil metegela in thel cù che nel cò (è più facile convincerlo a mettersi prono piuttosto che stare a disquisire elegantemente sul senso della vita per renderlo edotto… Traduzione a cura dei non Lombardi). Ma essere caparbi ed aver provato sul campo e non sulla tastiera il prodotto diede ragione a Gianni: il Gazzaloddi ebbe un ampia diffusione soprattutto nelle discipline gravity e sulle front da Dirt aprì una strada che sarebbe stata ripercorsa molti anni dopo con le Plus… Le 2.6 sono ormai le gomme di ordinanza delle moderne 29.

Ma tenerlo fermo era come riuscire ad azzittire il Freak, la ricerca non poteva fermarsi, qualcosa di nuovo da testare c’era sempre anche per migliorare un prodotto che si utilizzava sulle Mountain Cycle: i dischi del freno Pro-Stop. In quegli anni era un prodotto molto all’avanguardia per potenza e modulabilità, affidabili e poco inclini alla fatica. I dischi flottanti come da miglior tradizione motociclistica per contenere il peso vista la sezione ed il diametro, erano forgiati in alluminio e poi induriti da anodizzazione metallica dura. Il problema che si presentava era l’usura della stessa che impediva di avere una costante risposta del freno, arrivando a consumare il piatto di alluminio. Questo grazie alle velocità e sollecitazioni che in origine non furono riscontrate, dato che ora avevamo a disposizione mezzi come la Shockwave che ci permettevano ben altre prestazioni. Bisognava trovare un’alternativa che fosse altrettanto in linea con i pesi per ridurre il problema delle masse sospese vista la dimensione dei dischi (228 ant. e 208 post. ndr.). Gianni fece una scelta che sembrava in linea con i requisiti richiesti, sarebbero stati realizzati in titanio, metallo di derivazione aeronautica che nel mondo della MTB aveva preso piede per la realizzazione di viteria, componenti e di telai che sfruttavano il peso specifico e le caratteristiche meccaniche: John Castellano fondatore del marchio IBIS, che ammiro dal 1995, costruì la BowTi con il pregiato materiale: una straordinaria ed incredibile 5 pollici di corsa senza alcuno snodo… fu una delle visioni più estreme dello sviluppo nel settore MTB.

Ben presto i prototipi vennero pronti, il chirurgo li installò e una delle tante domeniche che passavamo al Mottarone Gianni si preparò al test. Per onor di cronaca soffre da idiosincrasia acuta da protezioni a parte il casco ovviamente, non l’ho mai visto indossare ginocchiere, pettorine od alla peggio gomitiere… Quel giorno sembrava essere un normale giorno di prove per vedere se i dischi in titanio erano la soluzione al problema. Il titanio è un metallo molto particolare ha un punto di fusione elevato pari a 1668 °C, resistente alla corrosione, ottimo per l’impiego nella costruzione di macchinari che possiedono parti destinate alle alte velocità con attrito quindi che resistono alla scalfittura come le pale delle turbine dei motori aeronautici: era la scelta giusta esoterica, ma tecnologica e leggera. Il problema del titanio è la trasmissione del calore e del suo indice di durezza, le pastiglie dei freni sono concepite per una pista di acciaio che ha durezze ben diverse, ma quando si sperimenta non sempre ci si focalizza sui dettagli. Si cominciò a scendere precedendolo, lungo uno dei sentieri che portavano alla strada asfaltata con passo allegro e giocoso: visto che avevamo perso il contatto con Gianni ci fermammo in sua attesa. Il nostro collaudatore arrivò poco dopo adducendo il ritardo a poca sicurezza in frenata. Quindi giù in discesa a velocità ancor più sostenute sull’ asfalto verso Gignese. Lo spettacolo che da lì a poco ci si propose era degno dei migliori fuochi pirotecnici sulla costiera Amalfitana a Capodanno. Cercando di rallentare dato che la velocità iniziava a farsi troppo elevata ci vedemmo sfilare dalla Shockwave impazzita con in sella un Gianni urlante che teneva quattro dita sulle leve e che cercava di rallentare in tutti i modi, circondato da una girandola di scintille multicolori generate dall’attrito delle pastiglie sui dischi. Un carro allegorico non fosse che scendeva ad una velocità assurda!
Poi come quasi in tutti questi momenti riuscì a trovare una riva che gli permise di rallentare ed alla fine a fermarsi. “Guarda che la Forestale ci denuncia se metti a fuoco il bosco, poi Capodanno a lì da venire, siamo in Piemonte e certe manifestazioni di giubilo non sono comprese fino in fondo, non anticipiamo i tempi, già “non ci sono quasi più le stagioni di una volta…” Per sdrammatizzare credo che appurato che danni fisici e meccanici non ne avevamo portati a casa un poco di sana presa per i fondelli ci potesse stare…

“Esperimento abortito, qui bisogna passare a qualcos’altro per oggi abbiamo dato abbastanza… quasi vado a fuoco!”. Sorrideva in quel momento, ma l’episodio lo portò a cercare alternative di materiale e poi di prodotto. Da lì a poco un impianto dalle pinze rosse sarebbe entrato a far parte dei montaggi Pro-M e avrebbe messo in pensione gli storici Pro-Stop. “Non è sintomo di intelligenza non cambiare idea e soprattutto se non hai prove oggettive sul corretto funzionamento dei prodotti non puoi esprimere giudizi”. Gianni appoggiò la schiena esausto alla sedia del bar della funivia, la panachè che ci stava occhieggiando sul bancone del bar rimase li giusto qualche secondo.

Lo vedevo assorto, taciturno, la condizione che esprime quando ha un giramento di scatole, sapevo che il Lunedì sarebbe corso a cercare qualcosa altro da testare, non voleva stare senza una nuova sfida pronta per la prossima uscita.
Da quando lo conosco non si è ancora fermato dopo che ha visto la luce…

Pro-Meide – Libro I – Le Betulle

31 Mar 2020

Libro I – Cap.VII

Le Betulle (il Pian delle … non la casa di cura)

La Valsassina è il giardino di casa dei Milanesi: una valle racchiusa tra il gruppo delle Grigne ad occidente ed il gruppo delle Alpi Orobie che come un falcetto da oriente a settentrione la separano dalle valli Bergamasche e dalla Valtellina. Negli anni del ruggente boom economico Lombardo fiorirono impianti di risalita come i narcisi a primavera grazie alle abbondanti nevicate ed al benessere che crescente permetteva di possedere una casetta nei paesi disseminati ai piedi e lungo il versante orientale: Piani di Bobbio e di Artavaggio, Alpe Giumello, Alpe di Paglio e Pian delle Betulle erano le mete invernali ed estive di tutti coloro i quali fuggivano dallo smog e dalle nebbie della gran Milan.
Essendo cresciuto ed avendo vissuto fino ai tempi delle superiori a Lecco tra escursionismo, alpinismo e moto da trial avevo passato molto tempo a zonzo tra cime e rifugi. La pratica della MTB poi aveva ridato impulso ai ricordi adolescenziali, andavo a ripercorrere con lo spirito di scout i sentieri che, come la ragnatela di un ragno attende la preda, collegavano i rilievi delle montagne alle spalle del lago.

Gianni anche lui, aveva trovato il suo “buen retiro” ai Piani delle Betulle, da anni spendeva le ferie estive in questo alpeggio che offre un’impareggiabile vista sul lago di Como e Lugano e sulle Alpi, a volte il Monte Rosa sembra messo li davanti come fosse un opera di Mosè Bianchi alla Pinacoteca Ambrosiana. Inoltre c’è un incantevole isolamento dal traffico poiché si può salire solamente con la funivia da Margno, essendo da secoli meta dei bovini da latte dei valligiani, i sentieri ed i tratturi più o meno accidentati non mancano, quindi un terreno perfetto per le biciclette. La gita principe, quella che ti metteva alla prova, era un giro di 40 chilometri con 1.900 m di dislivello che partendo da Margno ti conduce a Crandola per poi salire alle Betulle e ad affrontare le ripide balze tritate dal passaggio dei mezzi fuori strada dei pastori che portano al Larice Bruciato dove soli i più ardimentosi e dotati di gamba degna di Hulk le facevano in sella, per poi rilassarti per poco tempo, pronti ad affrontare un tratto poco pedalabile ai tempi dovuto all’erosione del sentiero che ti conduce fino alla Bocchetta di Agoredo.

Qui fu anche il luogo d’incontro con una coppia marito e moglie che incrociarono Gianni mentre saliva solitario: Lei pedalava una Moho rossa fatto che incuriosì parecchio il Presy (questo nick lo dobbiamo a questa Signora tempo dopo) poiché era l’importatore del Marchio. Una chiacchiera tira l’altra e così dopo l’invito fatto di vedersi una prossima volta li ritrovammo il fine settimana dopo in gita con noi e da quel giorno avremmo condiviso molto con Maurizio “Spiderman” e Pinuccia guarda caso “Red Moho” che sarebbe stata la biografa dello zoccolo duro del Pro-M Team.
Qui alla bocchetta avevamo il sentiero martoriato dal passaggio delle vacche quindi a spinta ti devi guadagnare ancor oggi altri metri di dislivello fino alla costa di Biandino, dove maestoso ed inquietante il Pizzo dei Tre signori ti osserva come fosse l’occhio di Sauron, sperando sia benevolo e non scarichi tuoni e fulmini alla nostra calcagna manco fossero i suoi orchi.
Ma con magno gaudio di noi bikers si percorre un sentiero che sembra stato disegnato con un pennello giapponese da scrittura, marcato ma senza sbavature fintantoché lungo la vertigine che si spalanca alla nostra destra il più ardimentoso dei test dei tempi ci attende: el sentier di vacch.

Questa linea è una profonda cicatrice mal rimarginata creata dal passaggio annuale delle mandrie che scendevano nella valle sottostante ad occupare gli alpeggi carichi di genziane proteggendo le spalle al santuario della Madonna della Neve. Stretto ed incassato ti costringe ad un unica traiettoria, i pedali spesso vanno in conflitto con le sponde create dai ripetuti passaggi dei bovini che per nostra fortuna hanno più testa di noi e quindi evitano i cambi di direzione troppo ripidi ma non per questo evitano dei dietrofront a novanta gradi. Ci faceva sentire eroi percorrerlo senza scendere di sella, visto che pur di non graffiare il reggisella Thompson, che era un componente esoterico in quei tempi in attesa di un telescopico che sarebbe arrivato un paio di lustri dopo, non si abbassava (ogni riferimento a persone di cui leggete in questa narrazione NON è puramente casuale). In quel periodo usavo dei pedali Kore leggerissimi e stilosi, peccato che lo sgancio fosse a volte molto complicato se non scalciavi come un mulo e spesso nell’affrontare i cambi di direzione dove mettevi i gioco l’equilibrio tanto eri in avanti con il manubrio, ti ritrovavi al tornante sotto fatto su come una salamella. Quando arrivavi alla fine decisamente provato la gippabile nella valle ti portava fino ad un ponte dove appena superato alla nostra destra il sentiero del Bitto ti invitava a percorrerlo, facendoti fare conoscenza con le mulattiere che avevamo avuto come esame da piccoli trialisti, un duro saggio per spalle dita e soprattutto freni.

Quelli della B5 erano, e non ho mai capito per quale motivo li avesse concepiti in quel modo, a disco idraulici ma comandati meccanicamente: la pinza conteneva l’olio che azionava le pastiglie, la quantità di olio al suo interno non riusciva a dissipare il calore generato quindi dopo un uso intenso e prolungato scendevano in sciopero lasciando ogni speranza di frenata. Dopo aver condotto le danze lungo il sentiero precedendo Gianni ed i compagni di avventura, rientrammo sulla gippabile che rapidamente ci avrebbe condotto a Introbio e, presi come in un indiavolato giro su un anello da speedway, in un sorpasso al limite della penalizzazione i freni decisero di non collaborare, facendomi andare diritto in un curvone a destra. La sfiga ci vede sempre bene! Finii in mezzo alle sterpaglie perdendo nell’ordine: telefono, portafoglio, chiavi di casa e chiavi della moto perché mi ero dimenticato la tasca dello zaino aperta… Questa gita rimase negli annali del Pro-M Team tanto che ogni volta che ripercorriamo il giro ci fermiamo per una preghiera a San Cul@ visto che ritrovai tutto. La parte noiosa di questo splendido giro è il rientro su asfalto fino a Margno, ma eri talmente sfatto che riuscivi ad apprezzare pure la statale. L’episodio mi fece ben comprendere che dovevo passare all’artiglieria pesante quindi il giorno stesso seduti davanti ad una panachè al bar della funivia ordinai una Shockwave a Gianni, una bimba color verde Kawasaki in omaggio a Reisinger ed alle mie moto da cross preferite.

La funivia che caricava le biciclette evitando di risalire pedalando dall’Alpe di Paglio che fatta una volta poteva essere anche piacevole ma che ripetuta più volte diveniva sovrumana, diventò il motore di quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Gianni conoscendo i vertici della Società di gestione dell’impianto prospettò la potenzialità offerta dall’arrivo dei Bikers: avevamo in quel momento un vasto gruppo che ci seguiva e la diffusione delle bimbe dalle gambe lunghe aprivano i sentieri che scendevano in valle al Freeride.
Di chirurgia plastica ancora non se ne parlava sui percorsi, quello avevamo e ci piaceva cosi non soffiavi le foglie, non levavi i rami sennonché fossero di traverso, la guida era un concentrato di ignoranza e colpo d’occhio, non avevi il tempo di sbagliare, ti dovevi astrarre e trovare la linea migliore che con il passaggio di altri non sarebbe mai stata la stessa. Ci riappropriammo dei sentieri che con l’uso della funivia erano stati dimenticati. Gianni visto che, settimana dopo settimana il numero dei Bikers aumentava, si mosse coinvolgendo i gestori che avevano sotto gli occhi il centinaio di appassionati che ogni fine settimana si ritrovavano alla partenza dell’impianto e le autorità del Comune poiché andavamo a percorrere i sentieri di loro competenza. Si era creato un incremento di presenze nei bar, ristoranti ed alloggi: un segnale di quello che in questi anni sarebbe diventata una risorsa per le stazioni di media montagna che non avendo più la neve copiosa in inverno si ritrovano a dover chiudere le loro attività. Non si chiamava ancora Bike Park, non ne avevamo l’ufficialità, ma lo era a tutti gli effetti. Certo senza regole precise, senza trail builders, ma con tanta passione, studiavamo le mappe per veder dove fossero i sentieri, da quale alpeggio partissero ed andavamo a riscoprirli per poi condividerli con quelli che avremmo incontrato alla biglietteria incuriositi dal passaparola che si era creato. Alla funivia ci fecero un ingresso preferenziale sul retro visto che la coda multicolore dei guerrieri del fine settimana si allungava sempre più, i tempi di attesa iniziarono a farsi lunghi, non vedevano così tanta gente nemmeno con un metro di fresca in Gennaio.

Questo successo di partecipazione portò Gianni a coinvolgere Gianluca Bonanomi nella costruzione della pista permanente da DH che partiva dalla cima Laghetto: chi meglio di uno dei miti della specialità poteva innalzare il livello? Il Bona disegno sul manto erboso una linea tecnica ed accattivante che non tradiva il suo disegnatore, un tracciato che poteva sembrare senza difficoltà… Ma solo all’apparenza e quella di solito inganna. Eravamo travolti da un turbinio di idee ed una di queste diede vita alla prima edizione della BaraOnda Freeride una gara evento che metteva tutti sullo stesso piano, dove non vinceva chi andava più forte ma chi si avvicinava al tempo che Gianni aveva scelto tra 3 tempi di riferimento e poi estratto a sorte. Non era una manifestazione per “celoduristi” tutto casco integrale e testosterone, ma per chi aveva nella regolarità, nella scelta delle linea di discesa e un discreto cul@  l’asso nella manica.
Abbiamo trascorso Domeniche splendide al Pian delle Betulle, era la nostra casa di cura dell’anima, tra chi rientrava al piazzale della funivia sanguinante manco avesse incontrato un “leone” nel bosco, quello che si ritrovava a spingere la bicicletta su dalla salita con entrambe gomme sbragate ed un giro con le varianti Freak, pericolosissime conoscendo bene il personaggio che le ispirava, verso Margno o Crandola.

Ma come tutto prima o poi ed in questo caso troppo presto il giocattolo si ruppe. Un mattino il postino suonò alla porta di via Lucillo Gaio, 7 chiedendo del Sig. Giovanni Biffi. Aveva una raccomandata del comune di Margno per lui: la missiva intimava di ripristinare lo stato originario dei sentieri che erano stati, secondo la stessa, messi in condizione di non percorribilità dall’uso improprio dei Bikers e l’immediata dismissione della pista di discesa del Laghetto con ripristino del “cotico erboso” dei pascoli .
Gianni non accusò il colpo, gettò la raccomandata sulla scrivania e pragmatico diede tutto in mano al legale. Una cosa però gli bruciava: la piccolezza del gesto fatta da chi pensava ne ricavasse lustro, che non era in grado di vedere oltre la punta del naso. Quello che era stato fatto solo per puro divertimento fu l’embrione dei Bike park che frutta, in alcune altre zone d’Italia, introiti per migliaia di Euro, magari il Pian delle Betulle non sarebbe diventato Finale Ligure, ma chissà se fosse andato avanti…
Le mucche Highlander all’alpe Oro ancor oggi si chiedono che fine hanno fatto quei guardinghi bikers che il fine settimana, gli scandivano con il loro passaggio le ore al pascolo.

Pro-Meide – Libro I – Papà Gambalunga

30 Mar 2020

Libro I – Cap. VI

Papà Gambalunga

“Cosa fare per migliorare le mie bambine? Il peso, bisogna ridurre il peso come in un programma weight watchers, limando su componenti, ruote e gomme: lo posso fare. Questo è l’aspetto semplice da affrontare, quello che qui bisogna trovare è migliorare la geometria e le sospensioni.” In effetti la tendenza era di allungare le escursioni ma solo in ambito discesistico: le front erano le più vendute, era più facile vedere un’ apparizione della Madonna a Medjugorje che una biammortizzata con freni a disco sui sentieri. Chi aveva un retaggio motociclistico e soprattutto il desiderio di non devastarsi la schiena, cercava come Gianni il continuo miglioramento del mezzo, del resto la bici migliore è quella che non è ancora uscita sul mercato. Quindi siamo sempre alla ricerca di un miglioramento, non poteva immaginare che quel giorno un altro tassello sarebbe saltato.

Quello che bisogna sapere è che i costruttori non avevano le idee ben chiare su questi due aspetti: l’angolo di sterzo era verticale quanto il canale Marinelli su monte Rosa ed il movimento centrale se la giocava con l’antenna in cima all’Empire State Building fortunatamente senza King Kong a prenderci a schiaffi. Le sospensioni fino a quei momenti erano oneste, spesso un paio di AJ 1 avevano una risposta elastica migliore.

Questa ricerca, che ormai era un’ossessione, coinvolgeva Daniele Marnati ogni qualvolta il Biffi entrava nell’officina di via Delfico dove il braccio meccanico di Pro-M costruiva i telai che portavano il suo nome “MARNATI” dipinto sul tubo obliquo con quel sapore che oggi chiameremmo vintage, proseguendo la storia artigianale che suo padre aveva iniziato negli anni quaranta.
“Signor Biffi, buongiorno il Daniele l’è de là a saldà, aspeta che vù a ciamal un atim che le riva”. La Sig.ra Marnati, mamma di Daniele, presidiava l’ingresso in officina dietro ad un bancone di legno. Stava impettita come una guardia Svizzera davanti al Vaticano, vestita con un’eleganza di altri tempi e con i capelli sempre in condizione perfetta, facendo si che nessuno potesse entrare in officina filtrando Clienti ed amici ma soprattutto i pensionati nullafacenti della via, vere mine vaganti tra il bar di fronte, la chiesa chiusa e le bici esposte in vetrina che cercavano di entrare con la scusa di parlare dei pettegolezzi del quartiere con Lei, ma il fine era di guardare Daniele all’opera nelle registrazioni fini con sommessi borbottii, orfani di cantieri in zona.

Abbandonava la postazione solo in casi estremi, giusto se entrava uno come Gianni, altrimenti stava immobile continuando a leggere o a fare le parole crociate, prima o poi Daniele sarebbe rientrato dal suo laboratorio dove saldava e torniva in fondo alla corte alle spalle della ferrovia. Sarebbe riemerso insaccato nel suo camice blu con aria interrogativa ed occhiali abbassati sulla punta del naso. “Biffi non ho tempo, ho da finire dei telai, se hai da lasciarmi qualcosa metti lì che poi ci penseremo, tant per capì cosa hai portato?”

In quegli anni tumultuosi, l’evoluzione era in piena rampa di lancio. Le discipline cross country e DH si stavano evolvendo prendendo strade opposte, la specializzazione era ormai nel destino della mountain bike; solo pochi anni prima non si consideravano corse superiori a 130 mm pensando che fossero il limite per i mezzi da discesa. Su richiesta degli atleti, che si sentivano defraudati dai mezzi non all’altezza, gli ingegneri iniziarono a costruire forcelle a steli rovesciati sulla scia della Suspenders System II che nel 1991 Robert Reisinger aveva costruito per abbinarla alla San Andreas… Torniamo sempre lì.

Qualche anno dopo un Ingegnere tedesco, Peter Denk, presentò una sua creatura con una corsa mostruosa per i tempi: più di 160 mm al posteriore ma senza un sostegno adeguato all’anteriore, si disse che non era quella la via, un esercizio di stile inutile. Cannondale che era un azienda dinamica ed innovativa, fino al buco finanziario regalato dalla voglia di costruire e vendere una moto da cross che fosse pensata e costruita in alternativa ai colossi Giapponesi, propose nel 1998 una doppia piastra di nome Moto da 80 mm che poteva raggiungere i 120mm nella versione più cattiva. Non ebbe un successo epocale ma segata a metà diede origine alla Lefty. Nel frattempo Brent Foes un nome che entrerà a far parte della scuderia Pro-M per qualche anno aveva costruito nel suo garage tre anni prima la F1, una massiccia a steli rovesciati da 127 mm di derivazione motociclistica al grido di “abbattiamo le masse sospese” .

La costa Californiana era in fermento ed anche Kevin Risse, ex dipendente Fox Suspension, si era messo a produrre la “The Champ” e la “Trixxxy” un’ argentea doppia piastra a steli rovesciati anch’essa, che aveva escursioni da 4,5 pollici ( 115 mm) a ben 7 pollici (178mm). Il chiodo fisso del Biffi sembrava lì dall’essere scardinato dalle ultime novità della Sea Otter Classic.
Da giorni aveva in consegna un telaio innovativo, una vera scossa sismica nel nostro mondo! Robert Reisinger lo aveva anticipato qualche mese prima: una evoluzione della San Andreas con un escursione monstre di 200 mm al posteriore con un leveraggio che permette di variare la curva di compressione. Queste caratteristiche la fiondano nel mondo della DH senza alcuna altra soluzione, ma aveva anche la possibilità di montare una torretta estraibile per il deragliatore della guarnitura fatto che amplificava il campo di utilizzo, cosa che fece scattare la molla del grilletto della dimensione onirica: la bici totale. Finalmente era stato consegnato e il giorno stesso, raccolti tutti i componenti e la prima Trixxxy ricevuta, Gianni si era fiondato in via Delfico per chiedere al Marnati che faceva come di suo il burbero di prepararla per il set fotografico. Tempo per provarla ne avrebbe avuto il fine settimana, ora era ansioso di metterla sulla bilancia…

Daniele sapeva già che cosa volesse e pulendosi i palmi delle mani nel camice si avvicinò allo scatolone dove stampato “MANEGGIARE CON CURA!” campeggiava su tutti i lati. “Non capisco, ma mi adeguo… dai fammi vedere”. Gianni aprì sotto gli occhiali sghimbesci sul naso di Daniele il cartone che conteneva la Shockwave, questo il nome della bimba rossa conturbante e muscolosa con dettagli oro quasi fossero gioielli al collo di una signora, che avrebbe messo in moto una rivoluzione nell’andare in MTB: il freeride! Ma questo non lo sapeva ancora mentre la guardava strizzando gli occhi: l’era delle sospensioni a corsa lunga fuori dal mondo delle competizioni di DH era prossimo a venire.

Marnati era avvezzo alle realizzazioni che Gianni gli faceva fare da tempo: aveva già montato alcune San Andreas con forcelle dalla corsa lunga ed anche tradizionali doppia piastra, ma il limite della sospensione posteriore era troppo evidente ed il monocross non aiutava l’azione avendo corse ridotte. Questa era decisamente meno bella della sua sorella maggiore affinata ed elegante, così un poco tracagnotta e caratterizzata da un telaio scatolato con profilo ad Y innervato in più punti che la rendeva meno oggetto d’ammirazione per i puristi del Marchio, ma in ogni caso in quel momento era il prodotto a corsa lunga che mancava, quello che il Biffi attendeva nonostante lui fosse ed è ancora oggi innamorato della San Andreas.

“Dai Daniele vedi se riesci a finirla per dopodomani, ti chiamerò domani sera per sapere come va”. Gianni, salutò la Sig.ra Marnati, che non si era mossa di un centimetro dalla sua posizione tutta presa nell’ascoltare la loro conversazione, lo ricambiò con un mezzo sorriso compiaciuto abbassando lo sguardo su quello che stava leggendo.
“Oh se ce la faccio te la monterò per dopodomani, altrimenti quando sarà pronta l’avrai… Non è che se dopodomani non c’è il mondo non va avanti. Vivi lo stesso eh…” In cuor suo Gianni sapeva che l’avrebbe ultimata e molto prima di dopodomani, lo conosceva bene: questo suo modo di fare era una straordinaria armatura contro gli imprevisti della vita di fronte a quello che non conosceva e che era lontanissimo dai suoi canoni. Non capiva questi che volevano girare con bici che avevano ben poco che fare con quegli otto tubi che lui aveva imparato a conoscere da bambino, adesso con tutto quello scatolato in alluminio dove saremmo finiti?

Certo li faranno di plastica come ha fatto Bob Girvin, così anche le saldature non avranno più senso e la meccanica andrà a fare un bagno nel Naviglio, poi quella forcella bella, ma a che scopo?. “Di escursione non c’è né mai abbastanza, ricordatelo…” era come se Gianni leggesse nella mente di Daniele, lo conosceva così bene che non erano necessarie domande. “Gianfranco avrebbe citato John Holmes, io invece cito Joshua Bender”
Del resto tutta quella fretta che Papà Gambalunga aveva era più che giustificata: era il mezzo più prossimo ad una moto da fuoristrada che potesse concepire, che potevi pedalare in salita e far scatenare in discesa. Era il sogno di molti di noi che rese distintivo il Pro-M Team : il gruppo fece sua questa filosofia, la portò in giro ovunque da veri ed autentici discepoli epicurei tra una birra ed una risata.

Si tirò la porta alle spalle e lentamente si avvicinò al furgone. Ricevette l’ennesima chiamata, innestò la prima e si allontanò con uno stridio di pneumatici evitando il solito pensionato che attraversava la via Delfico in direzione dell’officina.

Pro-Meide – Libro I – Il Racing Team

29 Mar 2020

Libro I – Cap. V

Il Racing Team ovvero la compagnia della Pro-M.

La passione, non solo quella sportiva, ci conduce ad aggregarci, crea gruppi di primati evoluti che si radunano in tribù sotto l’egida di un maschio che viene riconosciuto dal gruppo come il capo per capacità intellettuali o fisiche. Spesso le due condizioni sine qua non di pari passo non vanno “Se avessi il tuo fisico con il mio cervello conquisteremmo il mondo” (Gianni Biffi citazione ciclica dal 1998). Considerato che il Dr. Frankenstein era reale solo nel libro di Mary Shelley, nel gruppo è necessario trovare l’equilibrio tra i componenti come in un cocktail esotico nonostante fossimo più prossimi ad un bicchiere di Campari col bianco dosato a casaccio da un barista alticcio in un bar della alta Val Brembana. Pro-M aveva adottato una politica commerciale inusuale ai tempi: vendeva direttamente al pubblico mantenendo lo stesso prezzo applicato negli Stati Uniti. Aveva preso la decisione di farlo escludendo i negozi, attivandosi sulla rete che stava evolvendo in modo esponenziale in tutti i campi commerciali. I primi anni Duemila segneranno la svolta e Gianni aveva intuito questa potenzialità, costruendo un sito web dove precorse l’e-commerce attuale: non pochi di Voi ricorderanno il primo configuratore di MTB che aveva anticipato persino le case automobilistiche in quei giorni! Ma il fatto che non avesse una vetrina, portava tutti gli appassionati attratti dalle sue pagine pubblicitarie ad andare in pellegrinaggio in Via Lucillo Gaio per una visita nel santuario dei sogni. Il fatto di soddisfare i propri desideri li portava a passare da un semplice Cliente da pret à porter ad essere il Cliente di una sartoria artigianale, servito e riverito dove si creava un empatia sottile complice la scelta del componente oppure il colore del telaio, dove tutto ti veniva cucito addosso: la tua bicicletta era riconoscibile come le cifre sulla camicia. Io non avevo cambiato ancora il tessuto, ma presto avrei iniziato a farmi fare i miei giocattoli su misura. Non era solo commercio quello che accadeva: quando il Biffi apriva la porta del tempio si entrava in una sorta di trance emotiva dove il tempo riprendeva il suo valore disquisendo di tutto e di nulla, di dettagli spesso agli occhi attuali poco rilevanti ma che erano importanti come la cucitura all’inglese su una giacca di Caraceni.

Poco importava chi fossi nella vita quotidiana se ricco o meno abbiente, monaco Hare Krishna o studente universitario oppure che avessi le orecchie a punta che rivelavano la chiara origine Vulcaniana, ma quello che era lapalissiano esondava dai fiumi di parole: volevamo condividere ogni singolo istante passato in sella alle nostre amate “bambine” (The Vice cit.) e li in quel magazzino si rivelava, come la liquefazione del sangue di San Gennaro nell’ampolla nelle mani del Cardinale. “When the Lord gets ready, you gotta move” (Mississipi Fred Mc Dowell cit.). Perché la guida in fuoristrada è come un blues suonato con il bottleneck: determiniamo passaggi glissati tra un sasso ed una radice e lo tiriamo più lungo possibile, modificando l’azione per alzare i toni…. Potrebbe non finire mai, oh yeah.

Il nucleo storico, lo zoccolo duro dei possessori di Mountain Cycle non erano degli atleti divorati dalla furia agonistica, erano la dimostrazione della summa epicurea: soffrire a quale scopo? Meglio prenderci del corroborante divertimento unito a tutto il tempo necessario per digerirlo. Gianni trovò semplice unire i Clienti che si erano raccolti intorno alla Pro-M coinvolgendoli in gite domenicali. Il tempo dei bike park era la da venire, l’artificiale non era ancora entrato nel lessico dei Bikers: anche le competizioni di discesa si svolgevano su tracciati naturali con piccoli aggiustamenti per la sicurezza dei partecipanti. Mi ricordo ancora un Gran Prix del Mottarone, che ricalcava il sentiero L1 che conduceva a Stresa: una coppia di fratelli Bergamaschi, Loris e Gianluca Bonanomi, sbaragliarono la concorrenza agguerrita mandando su tutte le furie il terzo arrivato Luca Benedetti che sbottò gettando la sua Pro Flex dotata di forcella Spring a corsa lunga a terra, dicendo “ti pare che due pistolini mi debbano stare davanti?” Immagino che tutti sappiate come sia proseguita la carriera di Gianluca, ma di questo ne scriverò più avanti nei nostri annali. Le gite si affidavano ai sentieri od ai tratturi che conducevano ai rifugi, disseminati come i canditi nel panettone, sulle montagne. Oppure avendo un retaggio da regolarista, si ripercorrevano in Brianza i tracciati delle speciali a San Genesio o a Consonno, il paese fantasma. Quindi era un andare in montagna simile allo scialpinismo invernale, più che salire e scendere sulle piste lavorate delle località alla moda, non avevamo ancora “inventato” il freeride.

Gita dopo gita il plotone si ingrossava sempre di più, in giro le “bambine di Pro-M” erano sempre più protagoniste, i biker sempre più protetti da gomitiere, parastinchi e caschi integrali con legato sulla schiena il Camelbak una sacca idrica integrata nello zaino pensata per le truppe Americane della prima guerra del golfo, ma poi sdoganate per un uso meno marziale. Non si utilizzavano sistemi di navigazione se non le mappe e la fiducia riposta in coloro i quali si offrivano come guide. L’evoluzione del gioco ormai era entrata in una fase molto molto dinamica, non tanto qui in Italia dove vivevamo si le glorie dei risultati dei nostri atleti nel cross country e nella DH, ma impaludati nelle rigide direttive della Federazione che non comprendeva l’ampiezza del movimento, o per lo meno non era così lungimirante: si immaginavano solo le competizioni, non le manifestazioni di più ampio respiro. Ad ovest i nostri cordialmente odiati cugini Francesi avevano, grazie ad un numero superiore di praticanti e di conseguenza di atleti in ogni disciplina, iniziato a mettere le basi di quello che oggi chiamiamo erroneamente enduro, forse dovremmo dire più correttamente All Mountain: manifestazioni aperte a tutti come delle gite tra amici, utilizzando gli impianti di risalita spesso e volentieri. La Freeride Classic, rally come la Transvesubienne, che fu pioniera del divertimento con chilometri e chilometri di singletrack entusiasmanti, paesaggi inaspettati e navigazione da Paris Dakar. La prima edizione risale al 1990 grazie ad un intuizione di George Edwards che cinque anni dopo sulla scia del successo ottenuto diede vita alla più incredibile, devastante ed adrenalinica maratona di discesa, la Megavalanche dell’Alp d’Huez.

Le notizie non correvamo come oggi così veloci, il principale veicolo erano le riviste e per avere un idea di cosa succedeva in giro per il continente ti toccava vendere un rene per poi recarti con il ricavato all’edicola in largo Treves dove trovavi tutto quello che desideravi leggere con la stessa arroganza di un tossico in astinenza… You gotta move. Era giunto il momento, la curiosità di andare a provare questa esperienza tripillava nei pensieri di Gianni. Fece ricerche, visionò il tracciato, sfogliò avidamente il regolamento e prese una decisione. Per accedere al numero chiuso dei 400 partecipanti della maratona DH all’Alp d’Huez era indispensabile oltre un bel certificato di sana e robusta attitudine sportiva, una società di affiliazione, perché il tutto si svolgeva sotto l’occhio socchiuso della Federazione Francese che pur non essendo strabica come quella Italiana, una parvenza di ufficialità la doveva garantire, vista la presenza di cronometristi e giudici. Una gara come questa lunga più di 25 km e con oltre 2,600 m di dislivello negativo non del tutto in discesa, anzi con lunghi tratti da “cross country addicted” da farti sputare i polmoni.

Un tiepido tardissimo pomeriggio di Maggio, Daniele T. e Gianfranco S. , che trovo lo spazio tra i suoi pressanti impegni mondani di presenziare, furono convocati in Lucillo Gaio dal Biffi che come sua abitudine aveva preparato tutta la documentazione in modo scrupoloso per dar vita ad un associazione sportiva. “Vi ho chiesto di venire oggi da me, perché è mia intenzione fondare un’associazione sportiva legata alla Pro-M. Non perché io abbia ambizioni da podio, queste le lasciamo a chi lo fa di lavoro, ma ho voglia di iscrivermi alla Megavalanche dell’Alp d’Huez che si svolgerà questo Luglio. Ho chiesto a Robert Reisinger di poter utilizzare il Logo di Mountain Cycle per abbinarlo al nostro nome… Il logo in linea di massima saranno i picchi delle scosse di terremoto con al centro la scritta Pro-M con sotto la semplice dicitura Racing Team, gentilissimo mi ha detto subito di sì. Quindi ci vogliono le figure istituzionali di riferimento: Presidente ,Vicepresidente e segretario: se siete d’accordo penso che tu, Daniele sia il segretario perfetto e per la carica di Vice tu Gianfranco vada benissimo visto il poco tempo che hai a disposizione, saresti come Al Gore per Bill Clinton, conteresti poco, ma sarai sempre al mio fianco.” Daniele scosse il capo in cenno di assenso, la sua posizione era perfetta per lui, Gianfranco sfoderò uno dei sui migliori sorrisi a suggello della nomina. “Biffi che @igata! Non vedo l’ora di mettere gli adesivi Pro-M Racing Team sulla bici! Il marchio sulle bici serve, arricchisce il prodotto”. “Guarda anche se hai gli adesivi sul telaio rimani un paracarro, non che da un mulo tiri fuori Ribot”. Daniele lo sfotté ferendo il suo lato competitivo, tanto che un vaffà volò sonoro nel capannone. Così Gianfranco divenne per tutti gli accoliti appassionati del Racing Team “The Vice” e questo nickname lo segue ancor oggi anche se di lui abbiamo perso le tracce da qualche anno, ma rimane sempre nei nostri cuori.

Il Giovedì che precedeva un fine settimana di fine Luglio, Gianni caricò nel furgone che non profumava di gasolio la San Andreas nera di Marco P. , la Shockwave rossa di Bruno “Che Bici!” (il cuoco del ristorante Hare Krishna di via Torino ndr.) che sfoggiava una Risse da 200 mm doppia piastra e la sua candida e immacolata San Andreas che il buon Marnati aveva finito poche ore prima cercando di alleggerirla il più possibile perché Gianni conoscendo le sue capacità fisiche e studiato il tracciato si rese conto che la tattica giusta era una bicicletta che avesse sì delle escursioni adeguate ma era importante che fosse pedalabile, poco pesante e tanto, tanto scorrevole. Questo fu il primo di tanti viaggi, fine settimana e settimane in giro per l’Europa, e non solo, che il Racing Team fece. Si alternarono decine e decine di Bikers donne e uomini nelle Domeniche degli anni successivi, alcuni si persero strada facendo, abbandonarono le attività, si dedicarono chi alla pesca, chi alla moto e qualcun altro fu fagocitato dal lavoro o dalla famiglia. Si instaurarono solide amicizie, che vanno oltre la passione per la bicicletta. Magari non ci frequentiamo molto ma quando ci si vede per un uscita da “Fanigutuni” (espressione vernacolare sempre lombarda che nasce da “fàa nigòtt”, non fare nulla, cosa in cui riusciamo sempre bene il podio è nostro), il fatto di condividere anni di amicizia, sembra esserci salutati pochi giorni prima solamente con qualche ruga e capello grigio in più e una nuova bambina da accudire.

L’amicizia è un’anima che abita in due corpi. La natura non fa nulla di inutile (Aristotele 384 a.C. 322 a.C.).

Pro-Meide – Libro I – ¡ hoy madre !

28 Mar 2020

Libro I – Cap. IV

¡ hoy madre !

Andovvai se un claim ‘uncellai?

Milano a fine secolo respirava ancora gli anni della Milano da bere, quella della pubblicità dell’amaro Ramazotti tanto per intenderci. Viveva di quell’aurea che i locali dove i piatti in bella mostra ti schiaffavano sotto gli occhi tartine, patatine e reduci degli anni d’oro di Tangentopoli che con le loro Harley d’ordinanza scodellavano le ultime modelline Americane rimaste, prima dell’invasione Russa che avrebbe stroncato il mito delle super muse degli stilisti, strapagate per fare il muso imbronciato sulle passerelle della settimana della moda. In quel girone dantesco ricamato con effimera bellezza, si muoveva con un gran dinamismo da parecchi anni un amico di lunga data di Gianni: Gianfranco S. aka “The Vice” (di questo e di altri nickname avremo modo di spiegare nel corso degli eventi). Nonostante fossero quasi agli opposti per stile di vita ed abitudini lavorative coltivavano un amicizia solida che con l’apertura di Pro-M si cementò ulteriormente, visto che queste biciclette Americane avevano un fascino esclusivo, come il mito di quei catorci da 300 chili tutti cromati e scintillanti che il più grande comunicatore delle due ruote aveva creato in via Niccolini, erano degne protagoniste di un set fotografico.

Gianni era abituato da sempre ad alzarsi presto per andare in azienda, incarnava la dinamicità dell’ imprenditore Milanese tutto casa, lavoro e passioni: non era un ciclista, non veniva dalla strada. Lui aveva la passione per le due ruote, soprattutto per quelle fuoristrada che coltivava da quando suo padre gli regalò un Guazzoni 50 Mattacross che il Sciur Aldo un visionario, tale e quale i padri della mountain bike, costruiva una ad una le sue creature soddisfacendo i desideri dei Clienti in un atelier di raffinatissima artigianalità in Porta Romana: credo che questo si sia nascosto nel subconscio di Gianni fintanto che non ebbe il suo primo telaio San Andreas di Mountain Cycle.
Robert Reisinger, un ingegnere meccanico Californiano dopo alcune esperienze come pilota di elicotteri ed un quinquennio come pilota e tester Kawasaki motocross aprì con 5,000 dollari la sua compagnia a San Luis Obispo in California nel 1988, per produrre telai da MTB. Aveva anche una forte passione per l’aeronautica: costruì il primo elicottero a propulsione umana che fu in grado di volare, insomma ci troviamo di fronte all’ennesimo genio che quel periodo ci donò. Credo che ogni studente o professionista che voglia disegnare un telaio, dovrebbe avere di fronte alla scrivania una fotografia di una San Andreas, pena la messa in mora di Inventor. La penna di Robert rivoluzionò i telai fino a quel momento nati da telai di derivazione stradale (“girela come tèe vòret ma in semper vòtt tubi”, Daniele Marnati manuale spirituale del telaista cit.) donandoci un design elegantemente semplice che applicò ad un monoscocca di ispirazione motociclistica o come del resto la sospensione posteriore. Talmente innovativo, uno stato dell’arte che la San Andreas non a caso è l’unica bicicletta che è stata esposta in un museo di arte moderna: il MoMa di San Francisco (not bao-bao, micio-micio… Gianni Biffi cit. primi anni duemila). Commercializzata nel 1991 fu la prima prima biammortizzata venduta di serie con freni a disco.

Mi ricordo ancora la prima di copertina della Bibbia che titolava entusiastica: “Have It Our Way… A bike so radical that it pushes the design limitations of not only bike frames but also suspension and brakes to new extremes”. Era Dicembre 1992, io avevo pompato fino a Maggio su una Gary Fisher RS-1 che mi sembrava un convivio di tecnologia, avevo montato una coppia di freni Grafton, prolunghe Control Tech in Titanio e una poderosa RockShox Mag 21 da 50 millimetri, gomme Tioga Farmer John da 1.8 e sul cockpit i comandi rotanti Gripshift di Sram… Cancellata dalla scossa di terremoto della San Andreas come fosse una costruzione abusiva sullo stretto di Sicilia. Non a caso credo il buon Reisinger aveva scelto il nome: San Andreas è la faglia Californiana luogo di devastanti terremoti, che si ripetono con intervalli regolari di circa 22 anni. E che scossa fu nel magmatico mondo della mountain bike: in seguito tutti i suoi prodotti furono caratterizzati da nomi legati alla sismologia ed ai suoi padri.

Quindi Pro-M aveva uno dei telai più desiderati, la San Andreas era pronta una volta che passata dalle mani di Daniele Marnati che gli faceva trucco e parrucco sotto le disposizioni a volte al limite dell’esoterico art director: non a caso l’accuratezza e la scelta dei componenti, fatta in modo che incarnassero i desideri del Cliente furono motivo di notizia sulle riviste del settore, sempre alla ricerca di novità: il Sciur Aldo Guazzoni su in cielo una lacrimuccia la lasciò scorrere.
Gianni era ed è un personaggio a suo modo particolare, mi ricorda Carlo Talamo deus ex machina di Numero Uno con il quale ebbe un lungo screzio, di quelli che suscitano amore o odio ma che non lasciano indifferenti come tutte le biciclette che ha assemblato.

“Biffi, Biffi, ascoltami bene: qui bisogna fare un poco di casino. Le pagine pubblicitarie delle riviste MTB fanno lo stesso effetto della dolce Euchessina ad un bambino di cinque anni. Sono di una tristezza, ma di una tristezza che mi verrebbe voglia di smettere di andare in bici”. Gianfranco come suo solito si era materializzato verso l’ora di pranzo, visto che in quel periodo non aveva importanti ed esclusivi parties all’Hollywood o aperitivi all’Hotel Diana. Giacca azzurro slavato, camicia bianca immacolata aperta sul petto che quando voleva essere assertivo gonfiava come un gorilla di montagna per sembrare più massiccio di quanto non fosse in realtà. Aveva una gran cura del corpo la palestra faceva il suo porco mestiere, braccialetti al polso e capelli non troppi ed ingellati quanto basta, occhiali con una montatura fine in tartaruga abbronzatura regolamentare con un sorriso sempre pronto. Telefoni due che sfoderava come un pistolero del selvaggio west, spesso squillavano e rispondendo all’unisono, fatto che gli impediva di completare un qualsiasi discorso che aveva iniziato… A Bologna avrebbero detto sborone, ma come non voler bene a The Vice. Gli amici un poco maligni, lo chiamavano il rappresentante della fig@a per il lavoro che svolgeva all’interno della più importante agenzia di modelle di Milano, ma era tutta invidia credetemi: vi vorrei vedere voi se non lo sareste, se un vostro amico che conoscete dall’adolescenza vi viene a trovare con Martina C. così facendo un nome a caso… Questo aspetto faceva un attimo, quel giusto innervosire il Biffi, che essendo anche e comunque impegnato in altre faccende lo stava per mettere alla porta con molto affetto. “Dai Gianni, andiamo a trovare Giovanni C. in studio ci devo passare per lavoro nel pomeriggio, ho una modellina Ceca che, credimi ne sono convinto, ha le potenzialità per diventare una top.” Gianni lo guardò sconsolato: “di bici capisci poco e un razzo, ma di fi@a non hai rivali” . Una fragorosa risata echeggiò nel magazzino “tu vendi bici ed io invece mi spiace per te, fi@a… ad ognuno il suo… Dai ci vediamo più tardi”.

Gianni controllò l’ora, si passo una mano nei capelli, prese la chiave dell’auto dalla tasca anteriore dei pantaloni avvicinandosi alla Subaru parcheggiata all’ingresso. “Oggi no, ho da fare, vedi se domani verso l’ora di pranzo Giovanni ha tempo, fammi sapere dai”. Gianfranco uscì sulla strada infilò un telefono tra testa e casco, accese il suo motorino e gridando in risposta ad una delle tante chiamate si allontanò alzando il pollice della mano sinistra, come se volesse impartire ordini ad un set fotografico inesistente.
Lo studio di Giovanni C. era in zona Navigli, in una corte di una casa di ringhiera, una di quelle che costeggiano l’ alzaia del Naviglio una volta popolate dagli operai ed artigiani Milanesi e dai “Napoli” che all’inizio del novecento avevano iniziato a salire su in folate interrotte solo dalle due guerre a trovare un lavoro ed un alloggio a basso costo. La Milano degli anni ottanta, quella dell’edonismo e dei locali si sostituì ai vecchi abitanti, trasformando la zona in una sorta di circo Barnum dell’apparire, quella che i giornali modaioli battezzeranno “la movida Milanese”. Tra un ristorante ed un pub che la maggior parte durante il giorno stavamo con le serrande a mezz’asta, si trovavano studi di artisti, creativi e fotografi. Milan l’è semper un gran Milan, a modo suo dava spazio a tutti. Giovanni C. non era sconosciuto a Gianni, si conoscevano da tempo legati dalla passione delle due ruote, aveva anni prima intrapreso la rinascita del marchio Harley con un un trio di amici ma la fotografia era la sua missione: i suoi ritratti sono pietre miliari pubblicate su riviste di tutto il mondo, dove riuscivi a leggere i protagonisti fin dentro il loro più recondito pensiero. Il suo libro fotografico Cilindri Bulloni & Facce raccoglie 50 ritratti di motociclette ed i loro proprietari, un excursus sociologico di passione ed introspezione.

Nella corte, c’era la sede dell’associazione Achiappocane e di fronte l’officina di un fabbro che faceva i lavori per loro: entrando l’odore del ferro era lo Chanel n.5 del palazzo ed i colpi di mazza scandivano a tempi irregolari la giornata. Dato che il nostro buon The Vice era in ritardo, come sempre adduceva impegni che lo tenevano al telefono per ore ed ore e l’ora di pranzo si avvicinava, Il Biffi si era presentato come suo solito in perfetto orario nello studio fotografico, dove aveva trovato seduto alla scrivania della segretaria di Giovanni C. un’altra sua conoscenza, un altro Gianni che pure aveva l’iniziale del suo cognome uguale alla sua. Una vità professionale cresciuta nelle agenzie pubblicitarie, come Art Director aveva inventato e diretto molte campagne che in quegli anni spopolavano su riviste e nelle televisioni. L’uomo si nascondeva dietro una barbetta incolta ed ad un paio di occhiali grandi come i fari di San Siro, dotato di rara arguzia e appassionatissimo pure lui di motociclette. “Ragazzi, scusatemi, la riunione in ufficio si è prolungata, sapete che quando siamo a programmare con Riccardo non si riesce mai a concludere… Allora che si fa andiamo a mangiare un boccone? Dai che abbiamo poco tempo qui bisogna ottimizzare…” Gianfranco aveva lasciato aperto la porta dietro di sé. Giovanni era riemerso dal set fotografico, quindi il gruppo si mosse alla trattoria che stava sul marciapiede di fronte alla corte. I tavolacci di legno scuro in stile vecchio trani disegnavano una scacchiera sul pavimento di graniglia all’interno del locale, le posate ed i bicchieri accompagnati da un calice d’acqua stavano allineati su tovagliette ritagliate con la carta da macellaio, quella carta color senape che è stata cancellata per le nuove norme igieniche vigenti. “Ti ci vuole un claim, Gianni… Andovvai se un claim ‘uncellai? Il prodotto ci sta, il fotografo pure, lui a ritrarre impazzisce, anche se sono soggetti inanimati… Guarda cosa ha fatto per le moto di Carlo Talamo… Magari un domani ci mettiamo anche un poco di fi@a che in un mondo di machi non guasta, tanto abbiamo lo spacciatore, ma dobbiamo trovarlo questo claim…” Così disse il creativo, con tutti i presenti che attendevano la sua mossa successiva. “Gianfranco, dammi ‘na penna và, che qui bisogna trovare qualcosa… Biffi di dove accidenti è il Marchio? Californiano? Bene, bene… Ma dove sta? A sud? uhmmm Monterey, San José…? “ “San Luis Obispo” rispose il Biffi prontamente. In un rigoroso silenzio Gianni si tolse i pesanti occhiali ed iniziò a scarabocchiare mezze frasi sulla tovaglietta macchiata da piccole macchie vermiglie di vino. “Qui sono tutti Chicanos, degli Americani hanno poco, la tradizione è puramente Messicana e sì… Te lo vedi il peone che torna a casa dai campi e si vede davanti l’uscio passare una San Andreas? Ma che può pensare? Un ufo!

¡ HOY MADRE ! che comunque è un esclamazione tipica di San Luis Obispo, da quando i Messicani costruirono la prima chiesa…

Pro-Meide – Libro I – Anabasi e catabasi

27 Mar 2020

Libro I – Cap. III

Anabasi e catabasi

La piazza Cermenati in questa domenica al mattino presto, era punteggiata da anziani che andavano con passo tremolante ad affrontare la doppia scalinata in pietra grigia che conduce al sagrato della basilica di San Nicolò per la messa delle sette. L’assenza del Tivano mi confermava che avrebbe fatto molto caldo, le spiaggette ghiaiose del lago si sarebbero ben presto riempite di bagnanti accaldati e le auto cariche di Milanesi desiderosi di trovare frescura in Valsassina si sarebbero incolonnate sui tornanti da Malavedo a Ballabio, risvegliando con qualche colpo di clacson qua e là i residenti. Tutto nella norma, una classica immancabile domenica di Luglio tra lago e montagne tutti in fuga dalla bassa… Io stesso ero la regola non l’eccezione.
Dopo aver combinato un mezzo disastro nel montare l’ammortizzatore, avevo perso le viti facendole cadere nel tombino al centro del cortile di casa solo perché mi alzai dando retta al signor Ghezzi, che da buon pensionato pur di non star rinchiuso in casa stressato dalla moglie , appena mi vedeva armeggiare sulla bicicletta compariva come fosse una poiana affamata in picchiata su un pollaio. Era stato per quarant’anni alle Officine F.lli Borletti in via Washington, 70 a tornire minuteria e immancabilmente in un Milanese melodioso mi diceva “Uèe, l’è no ‘na bicicléta chesta chì… varda che robb… varda lì…varda lì, tuta de alùminio… ma quant la pésa, pòoch me sa propri… pòoch” ; mi son dato del pirla per un buon dieci minuti, ma per mia fortuna le viti le aveva lui. Vicino a casa avevamo la casa della vite e per sfizio di collezione ogni settimana ne acquistava qualche serie di passi e misure diverse, a che scopo non l’ho mai saputo… C’è chi colleziona francobolli e chi viti, non entro nel merito della passione, un terreno minato. Senza il suo intervento riparatore il giorno dopo non sarei stato lì ad aspettare Gianni Biffi ed i suoi argonauti.

In quel periodo non possedevo un autovettura, non che non ne avessi avute, ma dopo aver preso tra il  Giovedì notte e il Venerdì mattina due multe in divieto sosta per lavaggio strade decisi che il comune di Milano poteva vivere senza affibbiarmi multe. Mi muovevo estate ed inverno, pioggia, sole e neve in moto, se ne avevo necessità noleggiavo un auto: ma quel Sabato optai per un trasporto rapido, caricai la bici sul GS. La peculiarità di quest’ultima era, oltre al sistema di sospensione anteriore, l’ottimizzazione del trasporto bagagli: borse laterali, baule e la sella divisa in due parti che nascondeva sotto quella del passeggero un telaietto metallico che allungava il portapacchi. Tolte le ruote ed il reggisella legare la B5 con due corde elastiche era un gioco da bimbo dell’asilo, nelle borse casco e protezioni. Ero in piedi in fianco alla moto quando alle 7,30 preciso come un treno svizzero un furgone bianco seguito da alcune auto si fermò azionando le quattro frecce appena prima della piazza. “Biffi, questo è fuori, ma fuori vero…” disse ridacchiando Daniele scendendo dal furgone. Era un Ducato bianco, un duemila benzina: “Gianni come mai un furgone a benzina? Consuma come una nave porta container…” esclamai. “Non sopporto l’odore del gasolio, per niente” La risposta lapidaria non ammetteva replica. Nel frattempo scesero dalle auto accodate una decina di bikers dalle divise multicolori , in quel periodo il fluo imperava la stesso Gianni aveva un giacchino antivento logato Mountain Cycle in pieno petto, con una scelta di colori forse suggerita al grafico Californiano da un uso smodato di sostanze psicotrope… Non so chi fosse meno fuori tra tutti, poiché visto da vicino nessuno è normale (Franco Basaglia cit.).

Sul furgone il terzo sedile era occupato da un altro biker con una maglia attillata che rivelava il suo passato da stradista, un Milanesone dinoccolato e dalla lingua tagliente ma sempre in modo educato: Daniele Marnati. Il braccio meccanico di Pro-M, lo scoprii quel giorno, qualche ora dopo, prima di iniziare la discesa verso Poschiavo. Rimontai le ruote ed il reggisella alla velocità di Speedy Gonzales e trovai posto sull’auto di Gigi C. uno dei Clienti amici del Biffi che iniziò ad apprezzare la mia logorrea che gli tenne compagnia fino alla destinazione: Tirano. Il Bernina Express, treno a scartamento ridotto della ferrovia Retica con i suoi vagoni rosso fiammante, ci attendeva per portarci con lentezza al Passo del Bernina 2.328m sul livello del mare: considerato che Tirano sta a 441m avremmo avuto più di 2000m di dislivello in discesa, dato che saremmo scesi fino al Morteratsch dove avremmo raggiunto il ghiacciaio e, prima di riprendere il trenino e ritornare al Bernina se il meteo ci avesse assistito, avremmo ammirato la cima del Pizzo Bernina e la cresta vertiginosa del Biancograt che mette ansia solo a nominarla invano. Ma Svizzeri sono ed i treni caro lei, partono sempre in orario, quindi trovato parcheggio nei dintorni della stazione andammo trafelati alla banchina dove in ordine allineammo le bici pronte ad essere caricate sul vagone dedicato, appoggiate al corrimano sembravano tante fuoriserie pronte alla partenza in puro stile Le Mans. Sembrava un trofeo monomarca Mountain Cycle escludendo la mia AMP B5, una Pro Flex 856 di cui ho gà parlato ed una bici in tubi di acciaio con una forcella ammortizzata marchiata Marnati.

La salita con il percorso era un apoteosi di bellezza architettonica e paesaggistica: dopo pochi chilometri passata la frontiera elvetica un viadotto elicoidale ci sorprese , permettendoci di fotografare a 360 gradi la valle consentendo al trenino di inerpicarsi con pendenze al 70% per arrivare a Miralago costeggiando il lago di Poschiavo dove l’azzurro turchese delle acque si scioglieva nel verde profondo dei boschi circostanti e dove la valle si apre con maestosità sotto lo sguardo severo del Bernina. Non si faceva un granché di chiacchiere, per molti del gruppo era la prima volta, si osservavano le rive boscose ed i ghiacciai pensili tra gli “ooohhh” di stupore di comitive di turisti Giapponesi con calze ed infradito ai piedi tutti presi dallo smanacciare le loro Nikon F4, tanto che fotografarono anche noi quando scendemmo al passo… Chissà che cosa mai pensassero di noi, credo che l’abbigliamento arlecchinesco abbia avuto il suo fascino. Lasciata l’alpe Grum la vista del Lago Bianco ci permise di vedere il sentiero che avremmo percorso per tornare a Tirano, scorreva in parte in fianco alla linea ferroviaria per poi sparire alla vista poco prima di una diga idroelettrica. Scendemmo carichi come molle dal treno sferzati da un vento pungente che al Passo del Bernina non ti abbandona mai nel bene e soprattutto nel male, quindi anche l’antivento psichedelica aveva un senso perché ti evitava il record di corsa al bagno dove se non avevi il franco pronto eri castigato…

Salire a freddo per guadagnare una cinquantina di metri di dislivello era decisamente fastidioso, le nubi si sovrapponevano rapide al sole che cercava di riscaldare una landa senz’alberi ed il vento ovviamente faceva il suo lavoro soffiandoci beffardo contro. La difficoltà della percorrenza dei sentieri era assai diversa da quella di oggi date le minori escursioni e le gomme che non avevano le mescole ultragrappanti che utilizziamo in questi ultimi anni; non si abbassava la sella in discesa per cui vederci scendere non era come vedere Barishnikov sul palcoscenico dell’Operà di Parigi… Posso dire che con le geometrie del tempo facevamo cose inimmaginabili, tipo cappottoni degni del miglior “Fantocci” (Sig.na Silvani cit.) oppure la dimostrazione pratica del Big Bang. Avendo esplorato ormai da dieci anni l’Engadina, condussi il gruppo lungo un sentiero escursionistico che sfiorava il Piz Lagalb, un dente scosceso che fa da spartiacque con la valle di Livigno: non esistevano precisi sentieri per mountain bikers, si percorrevano le carrarecce dove i cavalli trainavano annoiati le carrozze pullulanti di vacanzieri con i pantaloni di velluto a coste larghe oppure i tracciati del CAS. Il sentiero lo conoscevo bene, sapevo quali difficoltà avremmo trovato, vedendo il gruppo cosi omogeneamente fluo pensai che lo fossero anche in discesa. Daniele il braccio meccanico di Pro-M si fece gran parte del sentiero con la bici a mano e non me lo mandò a dire quando fummo alla stazione del Morteratsch: in realtà non era cosi difficile, ma per chi come lui proveniva dalla strada, la sua idea di fuoristrada era più simile al ciclocross… Gianni aveva in quel momento una San Andreas nera e dietro di lui sfilavano tutte le altre che sembravano mustang al galoppo, quasi a fagocitare i massi di granito che interrompevano il fluire del sentiero, che poco dopo si sarebbe dolcemente trasformato in un serpente di terra gialla fino alla strada bianca che ci avrebbe portato verso il ghiacciaio. Un caldo sole ci aveva accolto, ma nuvolaglie minacciose che facevano cappello alla cima ci consigliarono di prendere il primo treno in direzione del Passo.

Finalmente il tepore della carrozza che era come da regolamento per tre quarti occupata da una comitiva di giapponesi questa volta con gli scarponi da montagna e con le macchine motorizzate pronte a sparare trentasei foto in un battito di ciglia. Il gruppo sembrava soddisfatto del percorso non avevo familiarità con nessuno di loro, ma una sana empatia si era già sviluppata. Non ero ancora nel meccanismo della presa per i fondelli, attività che con diverse modalità segnerà le uscite future… Per fortuna non ci siamo mai presi sul serio, altrimenti non sarei qui a scriverne.
Il tragitto nonostante la splendida lentezza del trenino fu breve, scendemmo all’ Ospizio del passo e costeggiando il Lago Bianco pedalando alcuni tratti in saliscendi piombammo all’alpe Grum da dove si spalancò sotto le nostre ruote la scoscesa Val Cavaglia. Il Lago Palù alla vista sembrava un turchese grezzo adagiato su un cuscino di color smeraldo legato da un fiocco grigio. Il sentiero scendeva a capofitto fino a lambirlo, tra sassi smossi e taglia acqua assassini: eccome se lo erano.
Le vittime non si fecero attendere ed io come dimostrerò anche in futuro ero la vittima sacrificale predestinata. “Certo che… Se mi scendi così più prima che poi una foratura ti aspetta” Gianni con un sorrisino un poco strafottente ma ci stava, ero nuovo dell’equipaggio, il comandante era lui anche se non mi sembrava fosse il capitano Achab e io non ero Ishmael, per carità aveva ragione… “La modalità Caterpillar può dare dei buoni frutti, ma a Poschiavo non arriverai se non hai qualche camera nello zaino”. In effetti Gianni aveva ragione. Ho sempre guidato con pressioni imbarazzanti, ma visto che non sono un peso piuma avrei dovuto preferire due ruote di legno. Per completare il quadro avevo problemi con il cambio, Daniele il braccio meccanico di Pro-M forse impietosito dal mio armeggiare sul cavo si avvicinò. “Regola n.1: se té sbùset té se incùlet… Regola n.2: le regolazioni si fanno in officina prima di uscire… Regola n.3: incoò l’è Dumenega e lauri no”. Queste regola auree mi seguono ancora adesso anche se dopo ventidue anni qualcosa è cambiato…

Ed allora giù sempre a testa bassa visto che il reggisella stava in cielo, attraversando la linea ferroviaria conducendo le danze, seguivamo i calanchi che il torrente Cavagliasch impetuoso aveva forgiato, accecato dalla voglia di gettarsi nel lago e noi chi più chi meno non eravamo inferiori per impeto: il sentiero sembrava infinito e la stanchezza iniziava a farsi sentire. La postura in sella, le sospensioni che offrivano al massimo 120 mm nel mio caso per le San Andreas 112,5 mm non erano sicuramente degli overcraft, ma i sorrisi non mancavano, le ruote si sollevavano ritmiche da terra sbuffando nuvole di polvere come tori all’ingresso dell’arena.
Rapidamente il sentiero si trasformò in un tratturo e poi in una strada bianca e senza renderci conto ci trovammo sull’asfalto a Poschiavo ed una ciclabile ci avrebbe portato a Capolago. La statale ci avrebbe riportato alle auto parcheggiate, avevamo il tempo di sfilarci la testa del gruppo l’un l’altro con scatti repentini oppure infilandoci negli spazi lasciati aperti a centro curva ma le fughe venivano sempre ricucite da Gianni che aveva le ruote più scorrevoli : questo sarà il leit motiv che accompagnerà le gite nel futuro, ma in quel mentre non potevo saperlo…
Mi addormentai a Sondrio e mi svegliai sul lungo lago di Lecco che pullulava di gente a spasso nel tardo pomeriggio con bimbi vocianti, cani al guinzaglio e decine di moto allineate in bella mostra davanti alle gelaterie. “Grazie a tutti, è stata una gita niente male” dissi mentre legavo la bicicletta sulla moto. “Grazie a te, ottimo giro, sentiamoci prossimamente, magari qualche altra volta usciremo”. Salutai tutti con un cenno della mano e mentre i due Daniele e Gianni stavano per salire in furgone dissi: “chissà mai che non si esca qualche altra volta se ci sarà modo”. Inforcai la moto e sgattaiolai tra le auto in coda direzione Milano.

Pro-Meide – Libro I – L’ incontro

26 Mar 2020

Libro I – Cap. II

L’incontro
Un sabato imprecisato di Luglio 1998

Luglio a Milano era un sudario calato sulle strade, trincee di asfalto che metteva a sedere i Milanesi boccheggianti nei parchi tra dog sitters, tate filippine ed improvvisati suonatori di Bonghi dispersi con la mente su qualche remota spiaggia della Giamaica. Le scuole erano finite a Giugno, quindi meno traffico ma il calore umido non faceva alcuno sconto: la sensazione che ti dava la sella a 451° Fahrenheit era l’esistenza dei centauri, dato che ti si incollava al fondo schiena e ti faceva un tutt’uno con lei. Non ho mai passato un Sabato in città da quando iniziai a vivere a Milano, non uno che fosse inverno, primavera, estate o autunno: ero più latitante di un bandito sardo nell’Ogliastra. Chi latita per necessità si sposta alla ricerca di nuovi rifugi, io ero sempre alla scoperta di nuovi sentieri, appena ne avevo la possibilità. Ripercorrevo quello che durante la mia infanzia avevo apprezzato in compagnia di mio padre e li ripetevo con varianti che poi negli anni successivi verranno chiamate “varianti Freak” con un nervoso affetto dai miei compagni di pedalate. Immagino i volti dei miei amichetti quando leggeranno queste parole…

Comunque sia, quel Sabato ero rimasto a Milano perché avevo la necessità di recuperare l’ammortizzatore Risse Terminator per la mia B5; senza non sarei andato da nessuna parte, avevo in mente un giro al colle di Valcava, per riscoprire il sentiero 801 che porta a Torre Dè Busi. Mi ero messo a cercare Via Lucillo Gaio su Tuttocittà, non ero molto pratico della zona a quel tempo, unico indizio “zona viale Certosa”… L’unica cosa che conoscevo era la concessionaria auto Bepi Koeliker che imperava scintillante, come le sue auto di lusso e che avrebbe fatto una miserrima fine pochi anni dopo, l’edificio severo in un qualunque anonimo stile teutonico della filiale Bayer Italia, giusto perché quando prendevo la fuga da Milano me lo trovavo all’angolo aspettando il semaforo verde. Per chi non ha vissuto il periodo pre-navigatore Tuttocittà era un fascicolo che veniva recapitato con l’elenco telefonico e di corredo alle Pagine Gialle: quando cercavi un attività commerciale ti affidavi ciecamente a lui, cercavi nell’indice la via poi andavi a sfogliare fin che non trovavi il quadrante di riferimento. Fase due: segnavi l’itinerario a mo’ di roadbook sulla Moleskine e poi andavi fiero come un esploratore nell’Africa nera per la tua strada, confidando sulla bontà della tua scelta. Il primo pomeriggio stava per arrivare, anche perché non ho mai capito quando accidenti inizia: alle 14? Oppure alle 15:30 come la maggior parte delle attività commerciali della operosa Milano? Vampate di calore mi venivano gettate in viso come i coriandoli al carnevale mentre guidavo la moto lungo la circonvallazione, i rivoli di sudore iniziavano a scendere dalla fronte come fiumi in piena dopo essermi lessato prelevando il contante ad uno sportello Bancomat.

Ma ero in ritardo o almeno credevo di esserlo. Persi un sacco di tempo per capire da dove si prendesse Via Lucillo Gaio: lo stradario me la indicava quale fosse una parallela di Viale Certosa, ma non vi era modo di accedere, percorsi su e giù per un paio di volte il viale, fin tanto che orientando lo stradario che per sicurezza avevo riposto nel baule della moto trovai l’ingresso: preso il controviale mi infilai in via Tibullo, incrociai a destra il divieto di accesso a via Lucillo Gaio girai in Via Gallarate, che ai tempi non mi diceva nulla sennonché fosse la via che conduceva ad uno dei cimiteri più grandi di Milano, al semaforo prima del cavalcavia del Ghisallo imboccai via Capodistria e con magno gaudio mi ritrovai in Lucillo Gaio. La via era sonnecchiosamente deserta alle 15:20 circa di un Sabato di Luglio, parcheggiai sul marciapiede augurandomi che l’asfalto non si liquefacesse, buttai il casco nel baule e mi avvicinai al numero 7…

L’edificio dal design classico degli anni settanta ad un piano era equamente diviso in due parti uguali con cinque bocche di lupo messe in sicurezza da robuste inferriate dove sulla prima a sinistra campeggiava una targa con tanto di freccia che guardava in basso a destra con scritto “POSTA” ed altrettante finestre , chiuse in quel momento da serrande grigio austero addolcite da frontespizi rosso carminio accompagnate in un ordine BauHaus da piastrelle dal profilo romboidale grigio chiaro che mi ricordavano il cielo di Milano… Che fosse un omaggio dell’architetto a questa città? Al centro un ingresso con un accesso di alcuni gradini in marmo agli uffici a sinistra, dove una lampada di lucido ottone aggrappata ad una parete di legno color mogano illuminava di sottecchi una porta chiusa da una doppia mandata e da un portone marrone finestrato che non tradiva il suo scopo di ricevimento merci con una porta al centro che come un buttafuori al Plastic attendeva il mio ingresso. Sopra la targa del passo carraio il numero 7 mi confermava la destinazione e sopra un globo blu composto dalla scritta BIFFI al centro e sul fondo bianco AUTO PARTS mi rammentava che non avevo sbagliato indirizzo… Ma la Pro-M? Avvicinandomi al portone vidi il logo ripetuto ed appena sopra una targa adesiva che imparai a conoscere bene nel corso degli anni : Pro-M !

Suonai il campanello e sentii la voce ovattata di un uomo che diceva “Vado io! Vedo chi è…” Sentii una chiave aprire la mandata, la porta si aprì e due occhi cerchiati da un paio di occhiali inforcati su un naso generoso mi scrutavano questuanti: misi a fuoco un viso rubizzo, dovuto al caldo che fuoriusciva dall’interno, con una fronte spaziosa imperlata da piccole gocce di sudore che si allungava verso la nuca non nascondendo un’ incipiente calvizie.
Sfoderai un sorriso e tendendo la mano dissi “ Gianni Biffi? Piacere ho chiamato ieri per acquistare un ammortizzatore Risse, mi sa che sono in ritardo , ma ho fatto un poco di casino qui intorno per arrivare…” L’uomo mi fece entrare richiuse la porta si voltò verso di me e mi rispose: “no… non sono io Gianni, sono un amico di vecchia data, andiamo in bicicletta insieme… Adesso è su in ufficio, aspetta che lo chiamo così scende, immagino conoscendolo che Ti stesse aspettando… Ci diamo del Tu tra Bikers, piacere mi chiamo Daniele”. Mi guardai intorno, la luce che filtrava dai finestroni del portone metteva in chiaro scuro gli scaffali in fila come tanti soldati all’alzabandiera fino a farli dissolvere nel buio, una Subaru Impreza WRC STI nei canonici colori racing con un impressionante tubo di scarico stava in fronte. Appoggiata ad una colonna una Pro Flex 856 rossa di taglia media era accostata ad una colonna. “Non c’è alcun problema, va benissimo, sono Ezio” risposi. Il rumore di un condizionatore era amplificato dallo spazio ampio del magazzino, sicuramente alleggeriva la morsa del caldo in ufficio, ma io sudato lo ero. Se c’è una cosa che odio è non essere presentabile ed in quel caso incarnavo questa opzione… “Ggiannniii, vieni giù!” Daniele si era avvicinato ad una scala alla mia destra che portava ad un ballatoio dove alle spalle si aprivano gli uffici, da una porta a vetri uscì un uomo che appoggiandosi alla balaustra con quell’accento profondamente Milanese e velatamente nasale rispose “Arrivo, scendo subito…” La prima cosa che notai, fu in suo incedere: un passo cadenzato, senza nessuna fretta con il capo leggermente chino a destra. Quando fummo l’uno di fronte all’altro allungando la mano disse: “Gianni Biffi”

“Mi deve scusare, sono in ritardo pensavo di arrivare un poco prima, ma via Lucillo Gaio ha un ingresso non facile, questa è una zona che non conosco… ma ci sono!” Gli strinsi la mano. Indossava una Lacoste ed un paio di jeans al polso un orologio sportivo, un uomo di statura media con una capigliatura corvina foltissima che nascondeva in parte la fronte, mettendo in risalto gli occhi attenti che abbracciavano un naso affilato accompagnando il mento che metteva in ordine il viso, non aveva il fisico di un sciusciamanuber ritenevo avesse una quarantina di anni o poco più. Nella mano sinistra dove spiccava una sottile fede d’oro giallo, teneva stretto un Nokia 9000 Communicator, un gioiello tecnologico… Costava quanto un appartamento in Montenapo si usava dire in quegli anni. “Andiamo il magazzino Pro-M è lì sotto”
“La Pro Flex è vostra?” Gianni si girò e con un mezzo sorriso di scherno rivolto a Daniele che mi stava al fianco disse divertito “No… Qui di cancelli non ne teniamo, abbiamo già quello all’ingresso, basta ed avanza” Daniele non rispose subito, scosse la testa e rise di gusto. Mi pareva fosse molto complice; gli sfottò ci stanno se sei in sintonia, pensai che si conoscessero da tempo. Appena entrati a destra sotto il ballatoio, un piano antiscivolo portava all’ammezzato dove ci attendeva la stanza dei giocattoli. Lo spazio non era grande, in una scaffalatura alla sinistra entrando vi erano disposti attacchi manubrio AC, ricambi, selle , dischi freno ed impianti Pro Stop, ammortizzatori Risse e molle Eibach… Quello che mi colpì era l’ordine con il quale la gamma Mountain Cycle era stata allineata di fronte. Le biciclette stavano come cavalli in parata a distanza preordinata, con la pedivella destra in avanti a centottanta, come se attendessero il segnale per scattare… Le San Andreas declinate in un bianco fatale facevano la parte dei Lipizzani all’ alta scuola di Vienna, la loro grazia stilistica le rendeva uniche! Sembrava fossero lì solo per gli occhi del loro mentore, che le aveva assemblate con dovizia di dettagli… Una cosa mi fu subito chiara: quell’uomo in Lacoste quando mi spiegò su mia richiesta le caratteristiche delle biciclette soffermandosi su ogni più remota minuzia che fosse una saldatura o sui componenti che montava non era un commerciante ma un visionario, era la vittima perfetta di una passione che se lo catturava si faceva spolpare da Lei, un supplizio di Tantalo che ti porta ad andare sempre più alla ricerca di nuovi orizzonti. Pensai che quello era il suo hobby ed avendo forse intuito che aveva altro come attività lavorativa, dava sfogo al suo desiderio di giocare.

“Sei fortunato, in Italia quante AMP RESEARCH ci sono? Mi sa poche, le conti sulle dita di una mano” così proferì consegnandomi il mio ammortizzatore. “In effetti comuni non sono, mi trovo bene quando la pedalo non vedo l’ora di provarlo, sono molto contento, grazie. Domani sicuramente uscirò in bici, voi uscite?” Risalimmo in magazzino, Daniele si avvicinò alla Pro Flex giochicchiando con la forcella Girvin “Gianni domani non abbiamo in programma di andare a Tirano per andare a fare Bernina, Pontresina, Alpe Grum, Poschiavo?” disse mentre stavo per saldare l’acquisto.
“lo conosco benissimo il giro in questione, lo faccio da anni, questo è il momento migliore per andare, i laghi sono incredibili a Luglio.”
Dandomi la fattura, Gianni Biffi mi disse: “se la conosci così bene vuoi venire con noi? Siamo un gruppo di amici e Clienti. C’è anche Daniele con il suo cancello, ci troveremo qui domattina”
“Grazie, ci verrò sicuramente… Sono onorato di questo invito… Facciamo così, vediamoci domattina a Lecco in piazza Cermenati sul lungo lago. ditemi voi a che ora… 7,30 può andar bene? Un posto lo avete per me? Questa sera andrò a trovare i miei genitori, appena finirò di montare l’ammortizzatore…”

Pro-Meide – LIbro I – La genesi

25 Mar 2020

Libro I – Gli anni d’ oro – Cap. I

La genesi

Correva l’Annus Domini 1997.

Il secolo scorso stava per volgere alla fine, Milano non sembrava per nulla preoccupata di questa “fin du siecle” anzi, tutto sembrava soto controllo: locali dell’aperitivo sempre pieni come i panini imbottiti, quelli che ti mangi fuori dallo stadio di San Siro e non ti chiedi che cosa ci sia dentro. I lavori stradali in Piazza della Repubblica che accompagnati da cartelli consolatori promettono l’apertura del passante ferroviario per Natale sono sempre causa di incolonnamenti e sicure incazzature con dei cordiali “vaffa” a chi con il solito GS con borse e baule e con calzino proteggi Church sul piede sinistro si piazza di traverso oltre la linea di arresto pronto allo scatto bruciante destinazione il Chiosco più “in” che si trovava Corso Sempione , visto che qui a Milano si va sempre di fretta, anche all’aperitivo. Il XX secolo sta per finire, cosa vuoi che siano 3 anni? Si parla di una nuova moneta Europea intanto il trattato di libera circolazione dei cittadini sarà reso operativo dal 26 ottobre, una nuova era d’oro per il continente, così i giornali economici e le dichiarazioni commosse condite da traboccanti strette di mano per l’onore dei fotografi ci viene prospettata. Ma le prospettive son solo e sempre ipotesi, dovremmo avere prove inconfutabili per renderle plausibili, basta un attimo e come il barman al quale hai chiesto un Negroni nel girone infernale all’una e trenta circa, ti serve uno sbagliato. Negroni sempre di nome ma non di fatto; il mondo regolato dall’orologio dell’universo va avanti come sempre con o senza speranze.

Di quelle ne avevamo in abbondanza, la politica dopo anni di difficoltà legati mani e piedi al sistema clientelare della prima repubblica sembrava andare verso un nuovo corso. Il 20 Gennaio Bill Clinton iniziò il suo secondo mandato aspettando la stagista a carponi nello studio ovale, la cometa Hale-Bopp il 22 Marzo sfiorò la terra e come una mano anonima scrisse “In vita mia hovvisto piùu homete che fiia” sul muro dell’accademia navale di Livorno, portò gioia tra gli umani, altro che sfighe. Infatti il 9 Maggio a Venezia un gruppo di annoiati nostalgici della Serenissima occuparono il campanile di San Marco, una gogliardata che la cometa sicuramente aveva suggerito. Dopo un secolo, in un 1° Luglio afoso, condito da tifoni nel sud est asiatico colpito da una crisi economica senza precedenti, la Gran Bretagna restituisce Hong Kong alla Cina che ci stava mettendo il naso nell’economia globale, “Che cosa vuoi che facciano ‘sti cinesi? Sono lavoratori a buon prezzo, null’altro. Il vantaggio che lavorano, lavorano per una ciotola di riso. Ho spostato la produzione vicino a Canton, li fanno quello che voglio io, non i miei dipendenti…” Cosi tuonava a cena un amico di mio padre, dimenticandosi che loro, i mangia riso, erano un impero dal 221 a.C. con solo duecento anni di declino e che avevano sostituito all’Imperatore il partito, ma i risultati li avremmo visti dieci anni dopo. Ma era tempo di lacrime popolari, di accorati mazzi di fiori lasciati sul luogo dell’incidente: il 31 agosto Lady Diana Spencer sotto il Pont de l’Alma perde la vita in un incidente stradale. I suoi funerali commuoveranno 2 miliardi di persone appiccicati agli schermi dei televisori di mezzo mondo, tra dediche, canzoni di Elton John ed ipocrisia celebrativa, the show must go on. L’autunno stava per iniziare, due studenti dell’università di Stanford Larry Page e Sergey Brin il 15 Settembre annunciano la teoria secondo cui un motore di ricerca basato sullo sfruttamento delle relazioni esistenti tra siti web, avrebbe prodotto risultati migliori rispetto alle tecniche usate fino ad allora: nasce Google. Questo episodio segnerà il corso degli anni successivi, la vita sociale degli esseri umani muterà radicalmente, internet dilagherà nelle case mandando in pensione le polverose enciclopedie che stanno staticamente in bella vista nei salotti ad imperitura memoria di cultura da acquisire.

Il 13 Ottobre non è un giorno qualunque per la nostra storia. L’uscita nelle librerie Londinesi di “Harry Potter e la pietra filosofale” libro di J.K. Rowling, il primo di una serie di sette non prende le prime pagine dei giornali. In Italia si discute su un’ordinanza pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale che fa ordine sugli interventi urgenti legati al terremoto che aveva colpito, tanto per cambiare, Marche ed Umbria il 26 settembre ma sono notizie che sarebbero scivolate come il sapone sulle mani.
Chissà che cosa passava per la mente di Gianni Biffi quel pomeriggio in Via Messina. Sicuramente era impegnato alla ricerca di un parcheggio come tutti quelli che in un giorno qualunque, uggioso come tutti i giorni dell’ Ottobre 1997, colorato dalle foglie rosso screziato e giallo senape cadute dagli aceri nel piazzale del Monumentale trasportate lì chissà come da un vento nervoso ed indisponente e dagli ombrelli aperti dei passanti che si riparavano da un inutile pioggerellina lungo le bancarelle del mercato di via Fauchè.
Come sempre trovare parcheggio in zona era più difficile che vincere un terno al lotto sulla ruota di Venezia, ma in via Procaccini in fronte a Rossignoli evitando le rotaie del tram appiccicati al marciapiede della ex fabbrica Carminati, Toselli & C. che tutti conoscono come la Fabbrica del Vapore, se ci mettevi il giusto impegno, una Subaru Impreza WRX STI la piazzavi, stando attento a non sfrisare i cerchi dorati in stile “Goldfinger” che la caratterizzavano. Il design non l’ ho mai compreso fino in fondo, ma per quanto i cerchioni potessero far vomitare anche i koala, io l’ Impreza me la ricordo più per la guida che per l’estetica, proprio come il Gianni, che in quel momento era alla guida della stessa.

Via Messina, in quel tempo era il baluardo alla penetrazione della comunità Cinese, che stava concentrata nel Borgo degli Ortolani noto ai più come Chinatown, il quartiere compreso tra via Canonica e Paolo Sarpi. Nel brulicare di attività commerciali ed artigiane Cinesi resistevano all’espansione alcune attività commerciali, in via Niccolini, per fare un esempio, si era piazzata la Numero Uno, concessionaria bauscia delle Harley Davidson e meta di pellegrinaggio di Yuppies non ancora tatuati e di ligere del Giambellino nostalgiche di Easy Rider. Tra queste attività commerciali una piccola bottega che era il negozio di MTB a Milano: Tech Shop. Il mercato dell’esoterismo su due ruote era diviso equamente tra Tech Shop di Alan K. e Bicimania a Lissone, piazzato lungo la Valassina e gestita da Maurizio Z. grazie alla passione di un industriale Brianzolo. Alan era mosso dalla passione di chi sa che, come scriveva Oscar Wilde “The difference between a man and a boy is the price of the toy” (in italiano la rima non torna ma il senso sì…“la differenza tra un uomo ed un bambino è il prezzo del giocattolo”), tutti noi abbiamo bisogno di giocare fino al giorno della nostra departita. Se smettessimo faremmo uno sgarbo ai nostri sogni: l’umano vive di quelli ed i giocattoli aiutano, Gianni ne è un fulgido esempio. Il negozio era meta di personaggi che giocavano con molta passione, tipo un noto ingegnere Milanese che pur avendo una mole poco consona al prodotto acquistava in modo compulsivo tutte le biciclette che potevano in quel mentre renderlo meno soffocato dal lavoro, per poi ripudiarle gettandole delle rupi. Ignari testimoni lo videro gettare una Yeti ARC, al grido “Bici di MMMM…..AAAAA!!!!! “, da un’asperità. Tutti noi abbiamo una rupe Tarpea con la quale prima o poi facciamo i conti in senso figurato; Lui invece da buon ingegnere le cose le faceva, nel bene e nel male.

La vetrina di Tech Shop era una fucina di sogni all’ennesima potenza: Mantis, Yeti, Mountain Cycle, Santa Cruz, Turner, Cannondale, componenti che non avrebbero sfigurato in vetrina da Pisa in piazza Duomo, non solo per la raffinatezza ma anche per i prezzi. Tutto proveniva dagli Stati Uniti rigorosamente ricavati dal pieno, la massificazione del prodotto era ancora da venire, eravamo nel guado tra l’artigiano geniale e la timida industrializzazione: era la nicchia della chiesa esoterica del Biker Milanese. La pioggia leggera sfocava la vista della Mantis Flying V che si ergeva a totem circondata da componenti adoranti al centro della vetrina, i passanti volgevano lo sguardo incuriositi e scuotevano la testa sparendo nel grigio del pomeriggio sollevando gli ombrelli per far passare le donne con le borse della spesa. Dopo aver vinto il terno del parcheggio, Gianni si avvicinava all’ingresso di Tech Shop con il suo incedere curioso; un incidente automobilistico di ventuno anni prima lo aveva relegato ad una lunga degenza in quel di Chiusi, ingessato fino al torace per troppi mesi con il risultato di avere in ricordo una piaga alla caviglia che lo costringeva ad un leggero inchino della spalla sul lato destro ogni volta che muoveva un passo in avanti, riequilibrando la camminata.
All’ingresso F.F. un uomo sui trentacinque / quarant’anni di media statura, capelli castani che sovrastano disordinati una fronte spaziosa con il viso delimitato da un paio di occhiali dalla montatura pesante che gli davano l’aspetto di un prete di campagna in attesa di entrare in curia per incontrare un superiore e, come in quei momenti, inarcò le spalle e si guardò intorno incrociando cosi lo sguardo di Gianni.

“Oh, Gianni come stai, stai andando da Alan? Stavo per entrare in questo momento. Beh, voglio che mi acquisti qualche San Andreas, ho dei componenti niente male di Adventure Components, sospensioni Risse. Non so se lo sai, ma questa non è la mia sola rappresentanza commerciale, ci sto provando. Il mercato è in crescita… Io sono solo, tu sei un imprenditore, hai magazzino, contabilità, dipendenti ai quali un domani delegare… Insomma avrei, no… Vorrei chiederti se questa attività ti potrebbe interessare, Tu sai gestire, ma soprattutto sei un appassionato! Quanto spendi qui da Alan? Non che io voglia farti i conti in tasca ma… Pensaci. Per te sarebbe un piccolo impegno… La struttura non ti manca. cosa ne dici? Non che sia di fretta, ma quando vuoi ne riparleremo; vieni a casa da me e ti mostro il mio magazzino, così mi potresti dare un suggerimento… Senza impegno, la mia è un’idea che mi è venuta in mente ora… Vedendoti”
Gianni non distolse lo sguardo durante tutta la conversazione. La proposta lo allettava, un nuovo gioco da iniziare. Buttò lo sguardo sulla Mantis circondata da un aurea di goccioline di pioggia. Abbozzò un sorriso. ”Va bene F. oggi qui su questo marciapiede di fronte a questa vetrina nasce Pro-M, l’idea mi piace, vedremo se il tempo sarà galantuomo e dove arriverà.”
Non entrò da Tech shop, salutò F.F. e si diresse in direzione di via Procaccini scivolando tra gli ultimi ombrelli aperti.

Pro-Meide – Ovvero l’ epica al tempo della MTB – Prologo

24 Mar 2020

Pro-Meide – Ovvero l’epica al tempo della MTB
di Ezio “Freakrider” Baggioli
Prologo : tutta colpa di Horst

AMP Research. Immagino che questo nome non evochi nulla alla maggior parte di chi oggi scorrazza in MTB che sia muscolare o assistita. Per chi come me è una cariatide di questo divertimento, poi mutatosi in un affare economico di migliaia di bilioni in qualsiasi moneta voi lo declinate, il suo fondatore Horst Leitner ebbe un intuizione che avrebbe segnato lo sviluppo delle bi-ammortizzate fino ad oggi: brevettò uno snodo sui foderi bassi che svincolava la sospensione dalla frenata, cosa che con i carri monocross e con i carri URT (per chi non ha mai avuto la disgrazia di possedere una bicicletta con tale innovazione ingegneristica degna del Bike Razzie Award, io ebbi per qualche tempo una Klein Mantra tanto affascinante quanto inguidabile), deve sapere che permetteva ampie escursioni per quei tempi fino ed oltre i 150mm fin tanto che si stava in sella: appena ci si alzava per affrontare una discesa, il carro che era solidale al movimento centrale ma svincolato dal telaio trasformava il vostro “feather bed” in una putrella su due ruote. Per fortuna ebbero vita breve e nessuna lacrima sgorgò (ad imperitura memoria) sulle sospensio che imperavano a quel tempo. L’ Horst trasformò la guida da un cocktail di scossoni, imprecazioni e dolori cervicali in un inizio di confort e precisione in discesa e soprattutto sulle salite. Gli anni ottanta furono per lo sviluppo, momenti frenetici con innovatori spesso visionari che arrivarono da un settore in crisi: le costruzioni aeronautiche.

La California era uno stato dove la Silicon Valley non era ancora il cuore economico della regione, la globalizzazione si affacciava nelle americhe con il NAFTA, avevamo il made in Taiwan e le ristrutturazioni industriali negli Stati Uniti iniziavano a cambiare volto al paese.
La rete di fornitori delle aziende costruttrici di velivoli iniziò a vacillare ed il nuovo mercato aperto dalla MTB, permise di riversare le competenze tecnologiche nelle lavorazioni dell’alluminio (la scelta di AL 6061 lega usata fin dagli anni quaranta in campo militare è dovuta solamente alla reperibilità sul mercato ed alla conoscenza dei processi produttivi) e dei componenti quali pedivelle, serie sterzo, sospensioni: la fase 2.0 era iniziata. In questo calderone di competenze si mescolarono l’ardore dei padri del movimento, quali Tom Ritchey, Gary Fisher, Joe Breeze, Joe Murray, Charlie Kelly al raziocinio ingegneristico di Gary Klein, John Parker, Bob Girvin, Doug Bradbury, Horst Leitner, Richard Cunningham (non è il protagonista di Happy Days ma fondatore di Mantis e editore spirituale di MBAction, la bibbia del movimento nel 1986) e la visione più commerciale, rivelatasi vincente di Myke Sinyard anticipato di qualche anno da Richard Burke e Bevel Holl. Qui da un movimento di flowers power ad industrializzare il giocattolo sono passati poco meno di dieci anni.

In quegli anni ero stato tre volte negli Stati Uniti: la prima volta nel 1984, passai un mese a Laguna Beach CA, cittadina sede prescelta di un noto marchio sportivo fondato da Yvon Chouinard Deus della golden age in quel di Yosemite e innovatore del clean climbing. Per me, umile ragazzotto Italiano fu un viaggio catartico: spiagge, surf con tutto il suo corollario dove non ci si faceva mancare nulla. Vidi per la prima volta queste strane biciclette che pedalate dai surfisti annoiati dall’attesa dell’onda perfetta, scomparivano rapidamente lungo i pendii collinari che abbracciano la costa oceanica. Fu un amore travolgente: chiesi al mio ospite Bob, telemarker e surfista che conobbi durante un ravanage selvaggio al Piz Agnell in Engadina, mentre facevo i primi esperimenti di Telemark in fuoripista e da Lui venni soccorso in crisi glicemica, dove potessi trovarne una. Abbiamo la stessa stazza Bob ed io, lui aveva una Breeze, non si chiamavano ancora MTB, la chiamava Klunker. “Uomo, è come sciare Telemark ti butti giù e trovi la tua linea. In salita uguale: sali secondo la tua condizione come quando si fa sci alpinismo, non si sale per arrivare in vetta, lo fai per scendere più velocemente che puoi. Birra ed accessori all’inizio ed alla fine, che altro dirti? Provala e non scenderai mai più di sella…” mai parole furono più profetiche.

Nel 1987 mi abbonai a MBAction di cui ansiosamente attendevo la copia mensile per leggere di quel mondo che qui in Italia appariva sfocato: solo la rivista naturalistica “Airone” nel 1985 usci in prima di copertina con la Cinelli Rampichino, secondo loro la prima MTB prodotta in Italia, ma come scoprii molti anni dopo non era la prima. Forse dal punto di vista industriale, ma qualcun altro a Milano aveva precorso i tempi, ma lo scopriremo a tempo debito. Rapidamente mi passarono tra le gambe bici totalmente rigide, i puntapiedi, la prima front suspended con forcella Rockshox con ben 50 mm di corsa, freni Grafton, componenti Control Tech, la prima bici in alluminio, i primi pedali a sgancio SPD, le prolunghe al manubrio, i caschi ETTO, gli occhiali Oakley Eyeshade, la prima bi-ammortizzata Manitou FS con la corsa esagerata di 80mm F/R. Nel 1992 un incidente in montagna mi mise fuori gioco per quasi tre anni, lasciai la bicicletta e gli sci in cantina, le priorità erano altre in quel periodo volevo riprendere l’uso della gamba destra che mi rese per tutto quel periodo invalido, sognavo di riprendere a sciare Telemark e ero passato alla bici da strada, come strumento di recupero pari alle estenuanti e noiose vasche in piscina. Non ho mai amato il cricetismo ed obbligato a scopo terapeutico ad applicarmi tornai in sella ad una Breeze Lightning, in sano CrMo Tange con forcella Answer Manitou da 50 mm, sui sentieri innevati a La Punt; le Fat non esistevano… Compresi cosa provasse l’Araba Fenice risorgendo dalle proprie ceneri, ero vivo e vegeto. Rincontrai Bob alla seconda edizione della Skieda a Livigno a Marzo del 1996, dove tra una birra, tenda sudatoria e qualche calumet della pace ci ritrovammo a parlare dell’attività estiva prossima ventura.

“Freak, la devi provare credimi. E’ la miglior MTB che potresti pedalare ora, poche balle, lo scrive anche Jimmy Mac e se lo scrive Lui, lo conosci sei abbonato da dieci anni alla sua rivista. Leggi cosa ne pensa Zap Espinosa, sono le colonne d’Ercole del nostro mondo. AMP B3, segnatelo non so se la troverai qui in Italia ma questa è la tua bici.”
In quel periodo cambiavo le bici come i managers di cambiano la cravatta, me la studiai leggendo e rileggendo la prova su MBAction, guardando i freni a disco e le sospensioni, di sua produzione, con una forcella F3 a parallelogramma da 50mm, corsa al posteriore di ben 2,75 pollici che in millimetri sono circa 70 mm. Approfittai di un viaggio di vacanza nei parchi dell’ovest negli Stati Uniti (la mia prima volta a Moab) per far visita a Bob a Laguna dove si trovava ai tempi AMP Research. Sicché tramite Bob feci un incauto acquisto in un noto negozio della zona: tornai in Italia con un telaio B3 in valigia, compreso di freni a disco idraulici a comando meccanico, una summa di miniaturizzazione meccanica. Ne andavo fiero, tutta polish alluminio allo stato dell’arte.
Ero quello che oggi definiremmo Poser… La pedalai abbastanza per capire che quello che arriva dopo è sempre il miglior prodotto.

MBAction era un influencer sottile e faceva leva sull’umano peccato di possedere un giocattolo nuovo, per cui appena presentata la B4 che rivoluzionava l’estetica del prodotto, mi misi alla ricerca di quest’ultima. Scrissi una commovente lettera ad AMP Research che mi rispose in tempi direi brevi, dove mi veniva comunicato che in Sud Tirolo, un parente del CEO tra le altre attività di famiglia aveva intrapreso l’importazione dei telai e componenti, lasciando in calce indirizzo e numero di telefono. Preso dal sacro furore dell’acquisto contattai l’importatore che stava in Val Pusteria, dove avevo parecchi amici legati al mondo del telemark e come sempre non sono mai sei gradi di separazione: conosceva bene una mia amica farmacista. Credo che dopo la mia telefonata dove lo travolsi di parole in libertà, volesse non più essere raggiungibile, ritirarsi in un maso con le vacche, ma fu piacevole ricevere una sua sua telefonata dove mi offriva il primo esemplare europeo, a suo dire, della nuova B5 che avevo visto sempre sulla Bibbia. 120mm di corsa al posteriore, forcella BLT F4 con ammortizzatori minion idraulici corsa monstre di 80 mm, steli del carro in carbonio e triangolo di un bel solar Yellow con torretta reggisella nero opaco. La volli così fortemente che messo giù il telefono prenotai un auto, in quel periodo utilizzavo solo la moto per muovermi salvo noleggiarla per andare a sciare, e andai un sabato mattino a ritirarla, giusto per inghiottire 800km tra andata e ritorno, ma al cuore non si comanda.

Si dimostrò per quei tempi una bicicletta discreta, nonostante la corsa ti facesse pensare ad una schiacciasassi, si palesò essere quella che oggi definiremmo una Trail Bike: non aveva un angolo di sterzo accentuato, abbinato ad un attacco manubrio da centoventi millimetri non ti dava una gran confidenza in discesa, ma a quei tempi non si era ancora evoluto uno standard discesistico, eravamo nel basso medioevo della MTB. I dischi venivano guardati con sospetto, avevamo guarniture a tre corone con cambio ad otto velocità, manubri che quando raggiungevano i cinquecentottanta millimetri erano considerati larghi…
MI piaceva, non c’è che dire, come quelle modelle dai tratti forzati che durante la settimana della moda stravolgevano gli sguardi dei Milanesi allupati all’aperitivo in Corso Como. La trovavo intrigante così snella un poco anoressica, con i contrasti di colore e quella apparente fragilità, che poi tanto apparente non si rivelò.
Infatti la settimana precedente ad una delle Granfondo della mitologia fuoristradistica Italiana: La Via Dei Saraceni in quel di Sauze d’Oulx alla quale ero iscritto, durante un giro a San Genesio in un tratto di discesa l’ammortizzatore passò a miglior vita. Il suo essere anoressico non lo facilitò nel suo lavoro ed io rimasi appiedato… Lascio al vostro buon cuore i possibili commenti che avendo scomodato tutti gli dei dell’Olimpo e non solo, nella loro grazia divina allietarono i cinghiali nella macchia. Sconsolato, decisamente alterato non potei altro che tornare mesto a casa, impugnare la sacra Bibbia della MTB e cercare informazioni. Considerate che la rete non è quella che conosciamo ora, non c’erano tuttologi affermati, forum o pagine dove setacciare informazioni, la carta aveva sempre il suo valore, le riviste anche in lingua italiana erano presenti; Tutto MTB e Bici da Montagna erano le fonti alle quali abbeverarsi, sempre che non avessi un abbonamento a MBAction… Cosi sfogliando compulsivamente trovai la soluzione tanto agognata: in verità il cugino del CEO, da me bombardato da telefonate che avrebbero provocato il suicidio di massa di intere colonie di lemming, mi disse “cerca l’importatore Italiano di un produttore di sospensioni che chiama Risse Racing Technology. Risse fa un ammortizzatore ad aria dedicato che risolve il problema, mi hanno scritto che funziona molto bene. Guarda, segnati l’indirizzo Pro-M di Giovanni Biffi via Lucillo Gaio, 7 numero di telefono 335 29…. Sta a Milano, anche tu se non sbaglio, vero? “

Mi sentii risollevato. Riposi il telefono, cercai con curiosità non morbosa qualsivoglia inserzione pubblicitaria di Pro-M sulle riviste, alla penultima pagina di una copia di Giugno di Tutto MTB trovai quello che stavo cercando. Pro-M importatore Mountain Cycle, Risse Racing Technology ect. ect.


33529…. squilla: al quarto squillo una voce nasale con un forte accento Milanese mi risponde: “pronto?!”
“Buongiorno, Pro-M? Sì, buongiorno mi scusi… Voi siete importatori Risse Racing Technology? Possiedo una AMP B5, ho l’ammortizzatore fuori uso e ne vorrei acquistare uno. Lo avete in casa?”
dopo una breve pausa la risposta.
“Sì, è a magazzino.”
“Benissimo! quanto costa?” eccitato dal poter rimettere in azione la bicicletta, risposi.
“Trecentosessantamila Lire” risposta fu mai cosi cristallina.
“Per ora grazie, lo prendo, posso passare domani? A che ora? Le potrebbe andar bene nel primo pomeriggio? Di chi dovrò Chiedere?”
“Chieda di Gianni Biffi, che sono io… arrivederci”

SuperMousse : lo stato dell’ arte dei “salsicciotti” ?

29 Ott 2019

In questo periodo dell’ anno – siamo a fine Ottobre – le novità per la prossima stagione si susseguono a ritmo frenetico . In questo momento ho la fortuna e la gioia di poter testare ben 3 diverse E-Bike , una nuova forcella , un nuovissimo sistema sospensivo anteriore , una scheda di gestione motore e ultimo ma non per questo meno importante l’ ultima vera innovazione nel campo degli inserti per pneumatici : la SuperMousse !!! Un inserto per gli pneumatici con due diverse densità del polimero che lo distinguono da tutti gli altri prodotti attualmente sul mercato che io conosco .

Vado subito al sodo : è questo inserto l’ attuale stato dell’ arte nel campo degli inserti da montare tubeless con il lattice ? Si, forse lo è davvero 🙂 Infatti dalle prime uscite fatte con questo inserto ho potuto constatare come la SuperMousse (che verrà presto distribuita da Andreani) raccoglie in se tutti i vantaggi di guidabilità , confort , gallegiamento e quant’ altro ci avevano trasmesso altri prodotti similari usciti precedentemente sul mercato . Quindi quale è l’ ulteriore vantaggio ? Semplicemente che si percepisce – o meglio quasi non si percepisce – ancor meno la presenza dell’ inserto nel pneumatico .

Mi spiego meglio : con gli altri prodotti si percepiva spesso che un “corpo estraneo” era stato inserito tra cerchio e gomma ed inoltre non tutti gli inserti garantivano un supporto della spalla tale da non avere quella fastidiosa deriva della gomma particolarmente avvertibile su asfalto a basse pressioni d’ utilizzzo . Oggi con SuperMousse il fatto di avere due densità diverse del polimero – più duro sotto verso il cerchio (NERO) e più morbido sopra verso la gomma (ROSSO) – garantiscono tutto ciò di buono che già i precedenti inserti ci avevano dato ma in più elimina quasi totalmente la deriva del pneumatico e sembra quasi non ci sia nulla di avvertibile sulla ruota . Tutto ciò aumentando ovviamente la protezione del cerchio ruota e garantendo comunque una guidabilità , un confort , una trazione e un gallegiamento pari se non superiore a altri prodotti da tubeless .

Nelle prime uscite fatte su terreni anche abbastanza umidi e insidiosi con gomme non certo da bagnato ho sinceramente potuto apprezzare la grande confidenza e sicurezza che SuperMousse mi ha trasmesso senza mai percepire la presenza della stessa all’ interno della ruota ! Certo bisogna sottoporsi alla manutenzione del tubeless con il continuo controllo e rabbocco del lattice e magari la trazione dello pneumatico non è pari a mousse di altri Produttori che si montano con camera d’ aria e prive quindi di lattice ma nell’ insieme posso definire la SuperMousse un riferimento nel mercato attuale degli inserti per ruote .

I test comunque continueranno nei prossimi mesi e vedremo se nel frattempo uscirà qualche nuovo prodotto ancor diverso e con performance diverse … Stay tuned 🙂

La Mantide ovvero “In Message we trust”

03 Ott 2019

La Mantide ovvero “In Message we Trust”
Riflessione semiseria , semichic e molto freak di un prodotto stupefacente …
Di Ezio “a.k.a. Freakrider” Baggioli

Se il genere “Homo Pedalantis Luridus” , da non confondere con il più diffuso “Homo Pedalantis Lycratus” che lo potete trovare in branco lungo le sponde dei laghi, seni , golfi e cimette asfaltate del bel paese durante  i fine settimana e non solo , succhiando come vampiri le ruote gli uni agli altri , non vivesse di visioni di alcuni lisergici sperimentatori , sarebbe ancora con le ruote da 26 pollici , le Tioga Farmer John ed i freni cantilever rischiando dei cappottoni epocali ogni infido gradino . Per quelli come me che hanno iniziato a procurarsi escoriazioni nel pleistocene della MTB , ogni innovazione era un momento di confronto , una sfida per portare più in alto l’ asticella … del piacere .

In MTB ci cimentiamo perché ci fa stare bene ci fa sentire dei piccoli o grandi (al di la della statura) esploratori del limite . Quindi freni a disco , gomme , reggisella telescopici , salsicciotti a protezione dei cerchi , geometrie innovative , cambi wireless e sospensioni hanno evoluto il nostro mezzo dando ragione a Darwin , alla faccia dei creazionisti . Ammortizzatori con piattaforme stabili si sono accoppiati con sistemi complessi sospensivi dei carri : si sono generate tipologie più o meno efficaci e più o meno gradite dai Bikers . Ma all’ anteriore chi detta legge é la forcella telescopica di derivazione motociclistica : ottimi prodotti spesso ma non volentieri , che hanno ad oggi sposato i carri posteriori alla ricerca della miglior sintonia , tutto questo fino a qualche mese fa . Tutto é cambiato da quando uno dei grandi pensatori ingegniere meccanico Dave Weagle (padre del DW-Link) ha generato una sistema di sospensione anteriore assai lontana dai quattro tubi che compongono le forcelle telescopiche con tutto il rispetto per il lavoro che svolgono per tutti i cinghialoni che vivono in noi …

I visionari hanno da sempre fatto le innovazioni , in tutti i settori : se smanettiamo su un dispositivo lo dobbiamo in gran parte a persone come Steve Jobs . Ma nel mondo mtb prevale spesso un movimento conservatore , che non riesce ad accettare le innovazioni in modo analitico ma spesso solo dal punto estetico . Quindi il postulato di questa riflessione é : il bello non é bello ma bello é ciò che funziona e per la legge transitiva piace .
Questo é l’ effetto che la Trust Message ha fatto su di me : ho avuto la possibilità di provarla montata su una Ibis Ripley 3 sui sentieri di Finale Ligure . La Message ha 130 mm di escursione , il carro della Ripley offre 120 mm di pura efficienza : una Trail bike a tutti gli effetti molto eclettica e dolcemente reattiva e leggera.

Mi sono trovato immediatamente a mio agio , geometrie perfette e quindi ho chiuso la vena e mi son lanciato giù dai sentieri fidandomi ciecamente del mezzo che mi era stato affidato . Poche volte ho trovato una sintonia così forte con una bicicletta e la sicurezza che la Message mi ha trasmesso all’ avantreno . Ero e rimango affascinato da questo sistema , al di la del discutibile giudizio estetico , nel lato pratico un carro sull’ avantreno , un Giano Bifronte che lavora all’ unisono con il retrotreno . La Message ti porta ad un livello di confidenza con il terreno che nessuna telescopica possa offrire . Il sentiero lo divora , come fosse una Mantide religiosa , che prima lo corteggia e poi lo uccide … Il superamento degli ostacoli in salita é sconosciuto ai sistemi tradizionali , in discesa la velocità con la quale si esce in curva é siderale . Riesce ad arrotondare l’ingresso permettendoti di sfruttare la forza centripeta come quando scii , inanellando linee di pura estetica : questa é la bellezza della velocità …

La sicurezza che trasmette é dovuta al fatto che non cambia mai l’ angolo di sterzo poiché non affonda e di conseguenza il ripido é molto ma molto meno ripido , sembra un ossimoro ma é la pura ed evidente verità : mi ha stampato un sorriso che conservo anche ora . La velocità meccanica con la quale risponde é accompagnata da una precisione che ti fa pensare a quanto passatiste sono le forcelle telescopiche .
In frenata non si scompone , non ha flessioni e ti permette di spingere il tuo limite più avanti , consideriamo che ero con una trail bike su percorsi Enduro ma ha sminuzzato , annichilito ogni asperità . Queste mie riflessioni sono un peana per la Message , ma ovviamente non esiste il prodotto perfetto , visto che é generato dagli umani è non dagli Dei …
Di contro abbiamo un peso leggermente superiore nei confronti delle tradizionali telescopiche , ma non é invalidante e un’ attenzione maggiore per la regolazione delle camere pneumatiche che sono il cuore del sistema avendo una corsa di 35 mm all’ asta che un rateo di 3,72 consente i 130 mm di escursione .

Ma lo scoglio vero é il prezzo di acquisto che é più o meno il doppio di una telescopica di alta gamma .
Considerato che é l’ inizio di una nuova è uno scotto lo dobbiamo pagare , questo divide i detrattori dagli estimatori … Alla fine é questione di “argent de poche” come tutto nel nostro mondo . Come scrisse Oscar Wilde “l’ unica differenza tra un bimbo ed un uomo é solamente il prezzo del giocattolo” .

I visionari innovatori ci consentono di continuare a giocare , sperando che l’industrializzazione renda il sogno alla portata di tutti …
“In Message we trust”