Pro-Meide – Libro II – Tito e le sue Bimbe

Libro II – Cap. I – Gli Anni del cambiamento

Tito ed le sue Bimbe

Con l’anno 2000 iniziò un nuovo secolo e ancor fatto più epocale per il genere umano, un nuovo millennio che come da che l’uomo ne abbia memoria fu accolto con festeggiamenti entusiastici in ogni angolo del pianeta. Storicamente la fine e l’inizio di una nuova era hanno sempre portato fortissimi cambiamenti, vorrei solo ricordare cosa accadde nel secolo scorso nel primo ventennio: il primo conflitto globale, la dissoluzione degli Imperi centrali, preceduta da rivolte popolari dovute alle condizioni infime in cui versava la maggior parte della popolazione che costrinse milioni di persone ad emigrare in cerca di fortuna. Questo antefatto portò il mondo alla seconda guerra mondiale che mutò ancora la nostra società offrendoci tra alti e bassi, cinquantacinque anni di pace e prosperità e condizioni di vita che i nostri avi manco si potevano immaginare. Insomma tutto andava verso un radioso futuro si sarebbe pensato ma il film Blade Runner uscito nelle sale nel 1982 ci prospettava un mondo apocalittico, claustrofobico, sovrappopolato, fortemente inquinato, ambientato nel 2019, non era poi così lontano ora quel momento. Ma eravamo pronti a vivere il “decennio breve” in cui la velocità delle innovazioni in tutti i settori lo avrebbe segnato profondamente, iniziato con la diffusione casalinga di internet, che fino a quel momento era ad uso e consumo principalmente delle aziende. Nel 2001 l’iPod era l’oggetto del desiderio degli adolescenti, la Cina afferma il suo status di potenza ottenendo l’assegnazione dei giochi olimpici del 2008, Settembre ci rammenta l’attentato alle torri gemelle che influenzerà ancor oggi gli equilibri mondiali. Da li a poco il 1° gennaio 2002 l’Euro diventerà la moneta unica per 12 paesi dell’Unione Europea, nel 2003 una polmonite atipica, la SARS miete vittime soprattutto in Asia. Reid Hoffman ed Allen Blue ispirati dalla teoria di sei gradi di separazione di Stanley Milgram lanciano LinkedIn, che in parte sancì la nascita il 4 febbraio 2004 di un sociali network che corrode gli smartphone di qualche miliardo di umani: Facebook che nel 2005 verrà seguito da Youtube. Nel 2007 Apple presenta il primo iPhone mamma di tutti i dispositivi che abbiamo in mano il tutto condito dall’immensa crescita economica della Cina.

Quindi vi lascio immaginare che i cambiamenti globali non furono scevri in questo mondo di ludopatici ciclisti fuoristrada, nuove generazioni di ingegneri si stavano affacciando non troppo timidamente nell’industria che ormai aveva radicato la produzione ad oriente prima a Taiwan poi nella Cina continentale, il tempo dei pionieri del far west americano era finito.
I Marchi che poi in questi anni avrebbero consolidato la loro leadership mondiale, avevano puntato sul “designed in USA” per poi demandare la produzione di massa a fornitori Asiatici.
Poche aziende tenevano duro producendo ancora in casa propria e quindi negli USA; una di queste era Mountain Cycle.
La vena innovativa di Robert Reisinger era offuscata da problemi legati al gestionale: non essendo un manager abituato a districarsi tra commerciale, produttivo e Fornitori ma un puro progettista era entrato in un periodo buio dal punto di vista creativo. Oberato da costi sempre più alti, da competitori che avendo preso indirizzi industriali molto in sintonia con la visione Fordiana della produzione di massa (Specialized e Trek in testa) aveva iniziati a pensare e mettere in produzione alcuni modelli che cercando di ridurre i costi avevano perso il fascino del decennio precedente: Tremor e Zen ne sono l’esempio. Poi l’acuirsi del minor riscontro di vendite sul mercato e le conseguenti difficoltà economiche fecero sì che a malincuore il marchio passasse in mano a Kinesis, un gruppo produttore di biciclette che gli aveva già dato una mano con le ultime realizzazioni. Questa faccenda non aveva per nulla messo di buon umore Gianni, proprio per nulla, che vedeva, a ragione, un impoverimento del prodotto e la sua progressiva scomparsa come già visto con le operazioni di acquisizione di Klein e Gary Fisher da parte di Trek… Sembrava tutto già scritto.

 

Visto che le avvisaglie avevano già fatto la loro comparsa la ricerca di un Marchio di livello, perché lo dobbiamo ammettere Gianni aveva gusti decisamente esoterici e non voleva essere uniforme ai Marchi commerciali in voga in quel momento, era nella sua mente in quegli anni. Rimase negli annali la copia ironica del claim ¡ hoy madre ! fatto da un nostro amico Confederato, tale RuPaBiker (che era e rimane nonostante un periodo di eclissi nel mondo del modellismo un fan sfegatato di uno dei Marchi che hanno fatto storia) che a causa delle continue prese in giro da parte del Biffi recitava con gli stessi caratteri ¡ hoy mierda ! …
Spesso è difficile spiegare a chi non ha vissuto quei momenti la ricerca dell’unicità: non si trattava di tifoseria, era un vivere dal profondo la propria bicicletta che era in realtà il prolungamento del proprio corpo per riappropriarci della nostra natura che non è uguale a quella di nessun altro anche se condividiamo lo stesso pianeta. Quindi eravamo attratti da queste realizzazioni, non perché ci sentissimo snob ma solo votati al bello dell’evoluzione: qui si trovavano mescolate quasi come in una pozione lisergica di un brujo tecnica costruttiva, meccanica razionalmente fine e design che è il vero motore della passione. Gianni che di questo viveva dall’inizio dell’avventura di Pro-M, trovò un altro marchio che negli Stati Uniti aveva guadagnato un’ottima reputazione per i suoi prodotti: Titus. Chris Cocalis, il fondatore del marchio già nel 1989 da sconosciuto saldatore di telai, aveva iniziato anni prima disegnando un telaio da BMX per atleti alti di statura visto la difficoltà di trovarne uno adeguato in commercio. In un test pubblicato da MBA intitolato “The bikes of the future” sul podio vi erano due Mantis, la Nishiki Alien e la sua prima realizzazione. Una bici a foderi alti ispirata da un altro grandissimo telaista Chris Chance padre del marchio Fat Chance’s, ma questo ragazzo che da Chicago si era spostato in Arizona aveva fatto vedere le sue capacità che concretizzò nel 1991 quando da saldare i telai nel garage passò a fondare il suo Brand.

Oltre al design innovativo delle sue biciclette, fu pioniere della produzione flessibile ovvero dare a affidabili fornitori la manifattura di componenti, del design di utensili ed ingegneria dei materiali all’avanguardia che trasportò nei suoi telai. Per i successivi dieci anni i suoi progetti furono venduti e costruiti dalle maggiori aziende del settore, addirittura Shimano nel 2008 per il suo gruppo di punta, l’XTR, chiese la sua consulenza. In brevissimo tempo la sua competenza per la personalizzazione, la sua reputazione per la qualità, l’innovazione ed un impeccabile servizio clienti posizionarono Titus nell’olimpo delle biciclette più raffinate del panorama mondiale… Elogiato dalle riviste del settore e vincendo a ripetizione gli Awards di MBA. I gradi di separazioni non sono mai sei lo sapete, aveva disegnato un set di pedivelle per AC che era un marchio importato da Pro-M. Altro dettaglio di non poco conto non aveva un distributore in Italia ed avendo la Pro-M Marchi che stavano con Titus la strada era in discesa perfetta come una pista da sci battuta per una gara di coppa del mondo. Chris Cocalis rappresentava un ulteriore innalzamento dell’asticella, in 15 anni avrebbe messo in produzione 35 modelli di telai, declinati in almeno tre varianti, un delirio di personalizzazione, un ossessione stilistica.

 

La sua grandezza rimane la capacità di utilizzare ogni sorta di materiale che fosse di origine metallica o fibra: il tubo EXOGRID rimane un esercizio ingegneristico unico che lo rende un inno alla scienza dei materiali, un “Tetris” realizzato con estrusi di titanio Ti-6Al-4V e fibra di carbonio che venne utilizzata sulle sue realizzazioni stradali Vuelo e Ligero (e su alcune MTB), perché Titus non era nello specifico solamente un produttore di MTB, aveva esplorato anche in maniera proficua il mondo dei sciusciamanuber. Aveva iniziato ad interrogarsi sulle geometrie dei telai che fino a quel momento non era la priorità dei progettisti, gli angoli si sarebbero aperti cercando timidamente di attuare la via aperta da Gary Fisher con lui aveva intrapreso una strada nuova. Cocalis avrebbe adottato su tutte le sue realizzazioni bi-ammortizzate lo schema a quattro punti di infulcro con giunto Horst coprendo la gamma dal cross country agonistico con la Racer X definita da Jimmy Mac di MBA (scusate se lo cito spesso ma poche persone come lui esistevano e avevano rara sensibilità di collaudo. In Italia solo Roberto “Baffo” Diani storico tester, possiede questa dote) “the best XC machine that enlights your race tickle”. Oltretutto è degno di nota il fatto che nell’ Aprile 2008 una Racer X da 29″ ottenne a Cremona la prima vittoria a 29″ della storia Italiana!  Passando poi alla fantastica mamma delle trail bikes attuali la MotoLite offerta in titanio ed alluminio per arrivare alla Switchblade macchina che ora definiremmo enduro per arrivare alla mia preferita la Supermoto che avrebbe ispirato in questi ultimi anni un telaio ad X di un noto Brand. I suoi prodotti potevano apparire meno “estremi” rispetto a Mountain Cycle e Foes, che utilizzavano dei monoscocca in alluminio, ma erano un concentrato di armonia dove la proporzione diventava bellezza.

Il lasciare Mountain Cycle che ormai era lontano dalla mente del suo creatore ed avviato all’eutanasia in quanto terminale da coloro i quali lo avevano acquisito, fu addolcito a Gianni dall’arrivo i famiglia di queste bimbe, che iniziarono immediatamente a dare soddisfazioni a quelli che di noi le abbracciarono: la facilità di guida, la cura maniacale con la quale erano realizzate e l’infinita personalizzazione sposavano la filosofia di Pro-M appieno. La El Guapo che arrivò in una fase successiva era un passo deciso nella nuova disciplina che si stava affacciando sul balcone delle competizioni, l’enduro: testimonianza della fertilità creativa unita alla visione di prodotto di Chris Cocalis che ancor oggi non ha rivali. Tutto questo faceva intravvedere un cammino solidale e proficuo per entrambi, così fu per lungo tempo ma come spesso accade gli eventi esterni bloccano il passo. Nel Luglio 2006 Cocalis vendette le sue quote a Vyatek Industries che era suo socio sin dal 2001 prendendosi una pausa di riflessione tipica di coloro che nella creatività bruciano tutte le energie che lo porterà a lavorare in seguito nel progetto Pivot USA .
Tutto in linea con il decennio breve che cambierà le nostre vite, volenti o nolenti, facendoci tanto male e consumando lo stoppino della candela della genialità troppo rapidamente.